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Matera capitale di che?

Matera è candidata a Capitale Europea della Cultura nel 2019.
Si, ma di quale Cultura?

Spesso siamo abituati a considerare cultura tutto ciò che ha un retrogusto antico. A scuola ci abituano a considerare cultura i classici della letteratura italiana e internazionale. Visitiamo la nostra regione, il nostro Paese, in lungo e in largo alla ricerca di quella cultura incastonata nei siti e nei reperti archeologici, quella che trasforma i musei in templi sacri. Templi nel vero senso dell’etimologia greca – da temno (separare): una cultura separata dalla vita di tutti i giorni. Siamo abituati a riconoscere la cultura in tutto quello che il passato ci ha consegnato in eredità: nei grandi nomi della letteratura, dell’arte, dell’architettura. Nei poeti e nei filosofi, nei popoli che prima di noi hanno abitato la nostra terra e hanno lasciato una loro impronta ancora oggi visibile.

Ma c’è un’altra Cultura, o meglio un altro modo di intendere la cultura.
Quando i Greci hanno eretto le Tavole Palatine a Metaponto, i Romani il Colosseo a Roma; quando Dante ha composto la Divina Commedia, Alessandro Manzoni I Promessi Sposi; quando Leonardo ha dipinto la Gioconda, Antonio Canova scolpito Amore e Psiche; quando gli artisti che appartengono alla migliore tradizione artistica e culturale italiana hanno dato sfogo alla propria forza creativa e perizia tecnica si rivolgevano agli uomini del proprio tempo, forse inconsapevoli di lasciare in eredità ai posteri e al genere umano i loro capolavori. Oggi cultura è anche valorizzare quello che il nostro passato ci ha consegnato e che dobbiamo custodire gelosamente. Ma cultura è soprattutto la capacità di vivere il presente e generare un prodotto culturale contemporaneo che possa essere riconosciuto e reso fruibile per gli uomini e le donne che vivono quest’era turbolenta. Qualcosa da consegnare con orgoglio e fiducia alle future generazioni.

Se in Italia non è facile farsi strada con questa idea diversa di cultura, mi piace guardare Matera con tanta speranza.

Quante speranze abbiamo di diventare Capitale della Cultura sfidando Ravenna sul campo dell’arte o dell’architettura? Ravenna, che è già stata Capitale. Si, più di un millennio fa, dell’Impero Romano d’Occidente. Quante possibilità abbiamo di vincere contro Siena, magari sul campo dell’architettura urbana sulla bellezza del suo centro storico medievale?

Forse è proprio partendo dai Sassi che possiamo riconoscere l’unica vera cultura di cui possiamo diventare Capitale. Andate nei Sassi, magari prendendo la discesa di Sant’Agostino, e fermatevi davanti a uno dei tanti punti panoramici che forse nessun’altra città al mondo è in grado di regalarvi. Ma non accontentatevi di questo, guardate oltre: non è sufficiente far innamorare qualcuno di un paesaggio per diventare Capitale della Cultura, non è sufficiente ingannare i sensi e stordire chiunque si fermi a ammirare i Sassi di Matera per la prima volta, e poi per la seconda e la terza e ancora.

L’immagine dei Sassi con accanto la Gravina e poi la Murgia è la rappresentazione perfetta di armonia tra l’uomo e la natura. L’immagine di un uomo che ha cominciato a modellare il luogo in cui avrebbe vissuto con consapevole, e a volte anche inconsapevole, dedizione. E con il passare del tempo ha lasciato la sua impronta avendo cura di quella che sarebbe diventata la sua casa, la casa dei suoi figli e dei suoi nipoti. Un uomo con una predisposizione naturale alla bellezza e all’armonia ha scavato la roccia e costruito tufo su tufo la sua casa, abbellito chiese e innalzato campanili, organizzato vicoli e piazze, cortili e vicinati. Un uomo profondamente ignorante, che ignorava fino a un centinaio di anni fa l’esistenza di un alfabeto, ha ricreato un sistema di canalizzazione delle acque che sarebbe diventato nel 1993 patrimonio dell’UNESCO e dell’Umanità. Come il torrente che gli scorreva affianco, lui ha abitato quel luogo e pian piano lo ha modificato a seconda delle sue necessità, segnando un solco che le generazioni future avrebbero reso sempre più profondo con una staffetta millenaria.

Matera, sassi e gravina

Oggi questo panorama ci regala l’immagine di qualcosa che forse non troveremo da nessun’altra parte nel mondo. La cultura del vivere a un’altra velocità rifiutando la frenesia contemporanea, la cultura di un luogo nel cuore di una città dove il suono della acqua del torrente Gravina che scorre e più forte di quello del rombo di un’automobile, un luogo dove forse le automobili rumorose non sono il futuro, dove bastano pochi minuti per essere nella natura incontaminata.

Ma soprattutto i Sassi sono un luogo dove le ultime generazioni hanno saputo raccogliere il testimone di quelle precedenti. Senza snaturare il frutto di quella cultura antica, oggi nei Sassi si continua a vivere: tanti materani hanno la propria casa, il proprio ufficio; ci sono ristoranti, pizzerie, pub; i luoghi dove vengono accolti i turisti, dai B&B agli hotel a cinque stelle. Nei Sassi ci sono compagnie teatrali, sedi di associazioni, incubatori di imprese e centri culturali. Ci sono botteghe di artigiani. L’arte cristiana è nelle chiese e nelle edicole nascoste tra i vicoletti. Nei Sassi c’è chi si è inventato il museo della civiltà contadina e chi ha creato uno spazio di co-working iperconnesso con il mondo intero. Nei Sassi si incontra la cultura del passato con quella del futuro.

Non è difficile comprendere come la stessa immagine dei Sassi appena proposta possa essere la rappresentazione di un prodotto culturale collettivo contemporaneo, soprattutto partendo dalla splendida definizione di cultura che l’UNESCO istituiva nel 1982 a Città del Messico:

«La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze».

Ma senza voler a tutti i costi forzare quelli che rappresentano i canoni tradizionali della produzione culturale, la stessa fiducia e lo stesso ottimismo sono alimentati dall’attività e dalla produzione artistica dell’Onyx Jazz Club, che ultimamente sta dedicando tante energie anche al tema della gestione di uno spazio culturale come quello di Casa Cava; del MUSMA – Museo della Scultura Contemporanea Matera che dal cuore dei Sassi sa comunicare e generare le migliori contaminazioni artistiche con il mondo; e del Conservatorio di Musica “E. R. Duni”, la cui orchestra ultimamente si è esibita proprio alla Philharmonie di Berlino, nella città simbolo della produzione culturale contemporanea europea, portando composizioni orgogliosamente materane (tra cui l’inno “Matera 2019 Insieme”). E di realtà che producono cultura ce ne sono tante altre.

Schermata 2014-05-29 alle 05.50.56Certo, c’è tanta strada ancora da fare, perché ci sono tante aree dei Sassi da riqualificare e valorizzare, c’è tanto spazio per continuare a coinvolgere i materani in attività e progetti, in un percorso per amministrare meglio la città, per intraprendere politiche e governance partecipate, per aprire ancor di più i luoghi della cultura codificata, per rendere più accessibile un museo ai suoi visitatori e gli sforzi del Palazzo Lanfranchi ne sono un bell’esempio.

E c’è una sfida che unisce una questione che storicamente ha sempre interessato Matera (e tutto il Meridione) e uno dei mezzi più potenti che la rivoluzione tecnologica del nostro presente ci ha regalato. Ogni anno centinaia di giovani abbandonano la Città dei Sassi: alcuni hanno poco più di 18 anni e partono per frequentare università, scuole di alta formazione, accademie d’arte in tutto il Paese senza il timore di superare anche le frontiere italiane; altri sono alla ricerca un lavoro lasciandosi alle spalle le zone con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa e altri ancora partono per scoprire cosa c’è di diverso lontano da casa. Oggi per Matera sono una risorsa – siamo una risorsa – tutti coloro che vivono a centinaia di chilometri da casa: conoscono realtà diverse da quelle in cui sono nati e si incuriosiscono di tutto ciò che trovano altrove e che vedrebbero bene anche nella città da cui sono partiti e dove magari potrebbero (o vorrebbero) tornare. Oggi sono migliaia i giovani materani che abitano in tante città universitarie: sono le menti e i cuori migliori che Matera ha partorito e che altre città hanno coltivato, molti dei quali continuano a essere legati da un cordone ombelicale alla città che amano, ma che riconoscono il grande valore rappresentato dalla contaminazione culturale resa possibile viaggiando e vivendo lontani. Oggi Internet permette loro di essere più vicini alla città che hanno da poco lasciato: la Rete è un mezzo che permette a tanti di seguire più da vicino cosa succede a Matera, di interagire e anche di contribuire alla vita sociale materana. Non sono poche le realtà che grazie alla Rete sembrano quasi fisicamente presenti sul territorio: ci siamo noi di Profumo di Svolta – che cresciamo giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza -, ci sono i ragazzi di Vox Populi che fanno qualcosa di simile a Grassano, c’è la Web Community di Matera 2019 che riesce a fare tutto in una maniera molto più strutturata e fa dialogare tante persone più o meno vicine fisicamente a Matera, ci sono i tanti ragazzi e ragazze che arrivano a Casa Netural grazie a chi crede nella forza innovativa del co-working e co-living. Ma quante ancora potrebbero essere le occasioni di catalizzare le energie più giovani e più fresche intorno all’obiettivo comune che può vedere il 2019 come un semplice passaggio e costruire il futuro di una città che deve essere pronta a crescere, a mettersi in gioco, a innovarsi, a reinventarsi, a riaccogliere i tanti giovani che ha lasciato andare. La storia ci ha insegnato quanto “il forestiero” abbia portato in un luogo le novità, le innovazioni, il modo diverso di pensare e di vivere; oggi nell’era della globalizzazione questo ruolo può essere svolto con una straordinaria efficacia anche da chi parte, ma può riuscire a non sentirsi troppo lontano dalla sua città e magari ritornare, un giorno, abbastanza contaminato e motivato, con un suo progetto o semplicemente con tanta buona volontà di cambiare.

Se ci chiediamo ancora di quale Cultura vogliamo diventare Capitale Europea, guardiamoci intorno e pensiamo a com’è cambiata Matera nella sua storia recente, al suo passato e al suo ultimo sviluppo, a quanto può ancora cambiare grazie alle leve del turismo e dell’innovazione e a quanto il contributo di ogni materano (di nascita o d’adozione) può essere importante per conservare un patrimonio dal valore inestimabile che ci è stato lasciato in eredità, per valorizzarlo e viverlo e per cominciare (o continuare) a costruire un nuovo modello sostenibile di società.

Certo, dipende tutto da noi.

Giuseppe Cicchetti

del 29.05.2014

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Tutti pronti per #BIBLIOCOLOR!

Profumo di Svolta torna a farsi sentire con una nuova iniziativa: questa volta nel palazzo dell’Annunziata, che ospita la Biblioteca Provinciale di Matera. “BIBLIOCOLOR” (così abbiamo immediatamente ribattezzato il nostro progetto) è nato da un confronto e da una bella idea con chi la struttura la frequenta spesso. L’intento è quello di ripulire parte dei banchi che sono stati imbrattati con bianchetti e colori indelebili. E’ infatti possibile trovare sui tavoli della biblioteca frasi e disegni di qualsiasi genere, e tutto ciò non si addice per niente al luogo.

E’ un’iniziativa in continuità con “Graffiamoli Via” durante il quale, nello scorso settembre, decine di ragazzi hanno ripulito insignificanti scritte e scarabocchi dalle zone dalle zone più belle dell’antico Rione Sassi. Questa volta, però, l’obiettivo è più ambizioso: non ci limitiamo a ripulire i banchi dalle scritte, ma vogliamo ricolorarli! Così è nata l’idea di una collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico “C. Levi” di Matera. I ragazzi, tutti volontari, svolgeranno questa attività nelle giornate di lunedì 9 e martedì 10 giugno e sprigioneranno la loro fantasia dipingendo alcune parti dei tavoli della Biblioteca. Profumo di Svolta metterà a loro disposizione i materiali necessari e dopo aver ripulito i tavoli, i giovani artisti potranno dare libero sfogo alla loro creatività.

L’idea è stata accolta con grande interesse e disponibilità da parte dei dirigenti di entrambe le strutture (la dottoressa Angela Vizziello, direttrice della Biblioteca Provinciale, e Patrizia Di Franco, Dirigente Scolastico del Liceo Artistico “C. Levi”), Si sono mostrati da subito tutti disponibili per il nostro progetto. La nostra unica preoccupazione era rappresentata dal disagio che si poteva creare in quei giorni ai frequentatori della biblioteca, ma dato il periodo dell’anno, con il suono dell’ultima campanella che ormai vicino, si è deciso di procedere ugualmente senza interrompere il servizio, ad ogni modo. E’ vero, magari il disagio maggiore sarà per gli universitari che dovranno spostarsi in altre zone della struttura, ma siamo certi che al loro ritorno l’ambiente dove potranno studiare sarà molto più bello e magari anche stimolante. Sicuramente la riqualificazione dei banchi ripagherà completamente il sacrificio.

In più, vogliamo lanciare un messaggio alla comunità materana. Dobbiamo comprendere la sostanziale differenza tra arte e vandalismo.

Nella speranza che questo messaggio possa essere recepito dai ragazzi che, invece, si “impegnano” ad imbrattare qualsiasi cosa che gli si presenta davanti. A Settembre la biblioteca tornerà ad essere frequentata anche dagli studenti delle superiori e sarà loro dovere, dovere di tutti noi naturalmente, preservare quanto di buono potrà essere fatto da ragazzi come loro, che lunedì 9 e martedì 10 giugno rimboccheranno le maniche e affileranno i pennelli.

Luca Acito

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Alla ricerca della ricerca perduta

di Kety Faina e Franco Palazzi

Molti di noi ricordano le persone ed i testi che più hanno stimolato la loro curiosità nei confronti della conoscenza. Soltanto pochi, me incluso, hanno avuto la fortuna di essere iniziati ad una dimensione del sapere che esorbita la mera fruizione del lavoro altrui. Da alcuni decenni nel mondo anglosassone le università organizzano progetti volti a mettere gli studenti nelle condizioni di produrre nuova conoscenza, sotto forma di ricerca scientifica – in una accezione larga del termine, che potenzialmente abbraccia una rilettura della tragedia greca non meno di un esperimento di laboratorio. Nonostante la giovane età delle persone coinvolte, che nella maggior parte dei casi non hanno ancora conseguito la laurea – e di certo non sono in possesso di un dottorato di ricerca (il titolo dopo il quale mediamente si inizia a pubblicare qualcosa nell’ambito della propria disciplina di studio) – i lavori prodotti sono non di rado rilevanti, ed esistono ormai decine di riviste accademiche destinate alla pubblicazione di undergraduate research. Questo fenomeno ha avuto un vero e proprio boom negli ultimi anni, eppure al momento in Italia non ne parla pressoché nessuno – dopo una rapida ricerca online, chi scrive ha realizzato che esiste la possibilità che questo sia il primo articolo in merito ad apparire nel nostro Paese (per quanto sia già presente qualche esperimento rodato pure dalle nostre parti). Ciò che mi spinge a tentare di avviare, dalle pagine di questo blog, una riflessione che noi di Profumo di Svolta proveremo ad allargare il più possibile nei prossimi mesi, coinvolgendo attori istituzionali e non, è un’esperienza diretta. Facendo parte di una delle pochissime istituzioni universitarie italiane che incoraggiano convintamente la produzione di ricerca da parte dei propri studenti, mi sono ritrovato, nell’Aprile scorso, a presentare le prime conclusioni di un mio lavoro, tuttora in fase di revisione, alla British Conference of Undergraduate Research, probabilmente l’evento più grande al mondo in questo ambito. E’ lì che avuto occasione di incontrare Kety Faina, una studentessa italiana di Scienze Sociali che dal suo osservatorio privilegiato nell’Ovest della Scozia si occupa proprio di indagare, tra le altre cose, la realtà della ricerca prodotta da studenti. Approfittando dell’occasione, profumodisvolta.it le ha chiesto di scrivere qualcosa che riassuma le sua esperienza. Di seguito trovate il suo racconto ed i nostri commenti sulle ripercussioni che il fenomeno descritto da Kety potrebbe avere sul sistema universitario italiano.

 

Una buona regola da prendere in prestito dalle pubblicazioni accademiche è quella di definire sempre i termini che vengono utilizzati, in modo che il lettore sia allo stesso livello di comprensione dell’autore e possa apprezzare criticamente ciò che viene discusso. In questo caso parliamo di ‘undergraduate research’ in quanto ricerca scientifica o sociale svolta da studenti universitari, talvolta in collaborazione con professori, talvolta indipendentemente, nell’arco di tempo precedente alla effettiva acquisizione della laurea.

Alla base di questo concetto c’è l’idea di passare da una situazione in cui gli studenti sono recipienti passivi di sapere ad un’altra nella quale siano soggetti attivi nella comunità scientifica, contribuendo, sia pure modestamente, al campo di studi che essi stessi stanno studiando. Healey e Jenkins, probabilmente i maggiori teorici dello sviluppo di questa modalità innovativa di ricerca nel Regno Unito, ribadiscono l’importanza di un tale passaggio nella loro classico testo “Developing undergraduate research and inquiry” (Healey e Jenkins 2009).

Punto di partenza è il modello humboldtiano di università nel quale la coniugazione tra didattica e ricerca punta alla creazione di una élite che contribuisca al progresso della nazione. Infatti, negli Stati Uniti, dove l’undergraduate research è nata, questa era riservata a istituti privati e di eccellenza per studenti particolarmente promettenti e per lo più svolta al di fuori dell’esperienza didattica. In particolare, al Massachusetts Institute of Technology (MIT) nel 1969 venne fondato il Programma di Opportunità per Undergraduate Research, il quale dava la possibilità ad una ristretta cerchia di studenti di sviluppare progetti di ricerca.

Grazie allo scambio internazionale di sapere tra le università anglofone, questo fenomeno si espanse anche nel Regno Unito all’inizio degli anni Ottanta, mantenendo un carattere esclusivo. Una differenza fondamentale tra il modello statunitense e quello inglese è però riscontrabile nel focus posto in UK sull’ultimo anno di università, quando agli studenti viene richiesta la scrittura di una dissertation comunemente centrata su una ricerca da loro condotta abbastanza indipendentemente. Ciò ha contribuito all’integrazione nella pratica didattica di programmi che coinvolgessero tutti gli studenti in qualche sorta di attività mirate asviluppare competenze di investigazione attiva e ricerca utilizzando risorse di diverso tipo.

Per esempio nel 2007, all’Università del Goucestershire, più di 650 studenti iscritti alle facoltà di Scienze della Formazione, Lettere e Scienze naturali sono stati coinvolti in progetti di ricerca che richiedevano loro l’approfondimento di un certo aspetto della propria disciplina, la raccolta di dati rilevanti già presenti in merito e la loro ristrutturazione in modo da produrre nuovi risultati e ricevere poi un feedback. Per riportare un caso emblematico, studenti di psicologia sono andati a studiare il comportamento dei primati allo Zoo di Bristol.

Nonostante esitazioni e resistenze da parte delle istituzioni e degli accademici più tradizionalisti, l’undergraduate research è lentamente diventata una componente sempre più centrale degli obiettivi didattici in un numero crescente di facoltà e corsi di studio. Infatti, negli ultimi anni si registra una proliferazione di programmi che vedono tutti gli studenti impegnati in attività che si avvicinino il più possibile ad un’autentica esperienza di ricerca, per non parlare di eventi come la British Conference of Undergraduate Research.

Alla University of the West of Scotland come studentessa del secondo anno di Scienze Sociali sono stata coinvolta in diverse iniziative e progetti di ricerca. I due professori che mi hanno chiesto di partecipare hanno dimostrato di essere aperti a una collaborazione nella quale titoli di studio e anni di esperienza non equivalevano a una divisione gerarchica, mantenendo un ambiente strutturato orizzontalmente in cui gli studenti lavoravano fianco a fianco con gli accademici in ricerche vere e proprie.

Il progetto di ricerca è sfociato nella revisione di un corso obbligatorio al terzo anno della facoltà di Scienze Sociali. Il programma pilota si è distinto per la collaborazione attiva tra studenti e professori nel decidere i diversi aspetti del corso – da quali criteri usare nella valutazione delle varie prove sostenute dagli studenti durante il corso al numero di lezioni in classe ed al loro stesso contenuto. Anche le prove sono state concepite in modo da sviluppare competenze proprie della pratica di ricerca universitaria.

Nonostante l’aspetto sperimentale del corso, la maggior parte degli studenti ha dimostrato entusiasmo e approvazione per il programma didattico, nel quale essi assumevano un ruolo attivo, divenendo portatori di interesse (stakeholders) della propria esperienza didattica. Un altro aspetto interessante ha riguardato l’impiego di un nuovo software per la presentazione della proposta di tesi sul quale io, da studentessa del secondo anno, ho avuto l’opportunità di tenere una lezione, assumendo il ruolo di tutor per gli studenti del corso. Questo a dimostrazione di come dinamicità e apertura mentale siano fondamentali per il progresso e lo sviluppo di modi alternativi di studio e ricerca, che non vanno necessariamente ad intaccare la legittimità di una tradizione storica e di valore, ma che aprono nuove opportunità e spingono a riconsiderare il ruolo dell’università nella società moderna.

Occorre sottolineare, però, come il modello qui descritto non sia perfetto, e necessiti di essere spinto ancora più in profondità. Infatti, nonostante tutte le iniziative volte a familiarizzare gli studenti con la ricerca, non sempre si riesce a giungere alla stesura della tesi, solitamente esempio di ricerca svolta indipendentemente, con la preparazione adatta. Malgrado nel Regno Unito, come illustrato sopra, ci sia una decente tradizione di undergraduate research, la University of the West of Scotland è un esempio di come tra la teoria e la pratica permangano diversi ostacoli da superare.


Un resoconto così stimolante merita senza dubbio alcune considerazioni. Il primo interrogativo cui provare a dare risposta riguarda i motivi per i quali uno studente universitario dovrebbe essere interessato a sobbarcarsi del lavoro aggiuntivo non retribuito. Studi recenti condotti in merito ci forniscono alcuni suggerimenti: la undergraduate research può aiutare a comprendere la professione che si vuole intraprendere o, più in generale, essere da stimolo per la prosecuzione degli studi – dati raccolti negli Stati Uniti indicano che gli studenti che prendono parte a progetti di ricerca sviluppano una maggiore propensione a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione (come il dottorato)
(Russell et al. 2007), con tutte le ricadute positive che questo può eventualmente avere in termini di collocazione sul mercato del lavoro. Inoltre, partecipare a simili iniziative produce, secondo i feedback delle persone coinvolte, vantaggi rilevanti in termini di sviluppo di competenze (e.g. formulazione di ipotesi, raccolta e interpretazione di informazioni, capacità di comunicare e di lavorare in gruppo) e di professional advancement (opportunità di pubblicare o presentare in altro modo i propri lavori, aumentando così le proprie credenziali ad arricchendo in modo significativo il curriculum) (Seymour et al. 2004), oltre che la crescita nella comprensione di aree salienti della conoscenza e del modo in cui i ricercatori lavorano su di esse, così come l’acquisizione di qualità necessarie nella carriera scientifica (Hunter et al. 2006). In secondo luogo, va segnalato che il coinvolgimento degli studenti nella ricerca sta già da ora accrescendo ulteriormente il divario tra le università anglosassoni e quelle italiane, con possibili, ulteriori conseguenze nel medio-lungo periodo (visto che altri Paesi godranno delle ricadute culturali ed economiche di una comunità scientifica sempre più precoce e numerosa, mentre da noi, dove produrre ricerca attualmente vuol dire spesso e volentieri condannarsi ad una vita di precariato e scarsi ritorni reddituali, sarà difficile ottenere risultati simili senza serie riforme – si vedano i trend sempre più preoccupanti in materia di “fuga dei cervelli”). Poiché sviluppare un sistema efficace di undergraduate research richiede, oltre alla buona volontà dei singoli accademici, incentivi ed investimenti a livello istituzionale (Eagan et al. 2010), c’è il pericolo aggiuntivo che le uniche università a dirigersi in tale direzione saranno, in Italia, quelle private (a parte un manipolo di pubbliche d’eccellenza) – con le inevitabili ripercussioni in termini di giustizia sociale. Speriamo vivamente che cominciare a dare risalto a questi temi possa favorire una riflessione in merito.

Kety Faina e Franco Palazzi (corsivi)

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Una e indivisibile

di Anna Rita Francesca Maino

Il mestiere del buon cittadino è un’arte che difficilmente si impara da sé.
Infatti, occorrono dedizione ed educazione perché, da uomini liberi quali nasciamo, si possa diventare cittadini ovvero individui consapevoli che la subordinazione alla legge sia presupposto necessario della libertà di tutti. Tuttavia, è la Repubblica che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, rimuove gli ostacoli economici e sociali, tutela le minoranze, offre pari opportunità, promuove lo sviluppo della cultura e delle autonomia locali, nonché eleva il diritto al lavoro quale suo fondamento. Solo il concetto di Repubblica interpreta la collettività dei cittadini come espressione di una comunità nazionale; né la Patria né la Nazione possono essere confusi come suoi sinonimi, mentre per Stato si intende il complesso degli organi istituzionali al vertice dell’assetto territoriale dei poteri. Perciò è fondamentale conferire un appropriato riconoscimento alla festa del 2 giugno che celebra appunto la nostra identità nazionale.

Ho sempre creduto nell’importanza di questa ricorrenza per salvaguardare la memoria collettiva dall’incalzante scorrere del tempo, perché è dal referendum istituzionale del 2 Giugno del 1946 che l’Italia è una Repubblica democratica. Tale evento è ancor più rilevante, poiché, per la prima volta nel nostro Paese, questa volontà è stata espressa tramite il suffragio universale che avvalora la convinzione dell’esito referendario. La Repubblica italiana è nata in quel tripudio democratico, sorretta dal forte sentimento di unità e libertà, maturato a seguito del ventennio fascista e del dramma del secondo conflitto mondiale. Quindi, è opportuno rispettare questi momenti di svolta, affinché la Repubblica sia sentita da tutti i cittadini come veicolo di libertà e onore, tramite indispensabile di identità e luogo di realizzazione umana.

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Il patriottismo cittadino va alimentato con lealtà e coerenza, perciò non tutti possono erigersi a difensori dell’unità nazionale, se non comprendono che in essa risieda l’uguaglianza reale. Il primo compito del Presidente della Repubblica è, infatti, quello di rappresentare l’unità nazionale. Il tricolore è il simbolo più tangibile di questa idea e ritengo che sia poco edificante sfoggiarlo con più frequenza – se non esclusivamente – per sostenere la Nazionale di calcio! La nostra Repubblica, con i suoi colori e valori, è il centro di imputazione di ogni ambito della cittadinanza, proprio perché dal suo inizio è stata scritta la storia dell’intero popolo italiano nel modo in cui lo intendiamo oggi. Credo si possa ipotizzare che non ricordare la nascita della Repubblica equivalga a non festeggiare il Natale per un cattolico.

É parecchio arduo mantenere in vita tali pensieri patriottici, se si accettano in eredità senza impreziosirli con il nostro contributo e la nostra partecipazione alla tutela di un’idea che coincide con il bene comune.

É doveroso, inoltre, rivolgere un sincero omaggio a coloro i quali hanno sacrificato la vita per la nostra libertà, grazie alla cui conquista è stato possibile acquisire una forma di governo repubblicana, perché “le idee sono come le stelle/ ché non le spengono i temporali”.

Bologna, 2 giugno 2014

Anna Rita Francesca Maino

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Un anno fa… “Matera. Cultura e partecipazione: una proposta a bruciapelo”

di Franco Palazzi – 9.7.2013

Nel tentativo di stimolare ulteriormente il dibattito già in corso sulla promozione della cultura a Matera – in vista della candidatura a Capitale Europea e non solo – in questo articolo provo a sviluppare un approccio dinamico al concetto in questione, accostando “cultura” e “partecipazione”. Propongo quindi un possibile modo per favorire contemporaneamente, nella città dei Sassi, il soddisfacimento dei bisogni culturali e di quelli di carattere più concreto della cittadinanza, utilizzando la cassetta degli attrezzi della democrazia partecipativa; in particolare, considero l’eventualità di adottare il bilancio partecipato, un processo che coinvolge in modo determinante i cittadini nell’ allocazione di parte delle finanze pubbliche locali.

In una bella lettera di qualche giorno fa al direttore di SassiLive.it, l’amico Giuseppe Cicchetti tracciava un quadro preoccupato delle abitudini culturali dei lucani, rilevando che tendenzialmente molti di loro non leggono, non si informano, non frequentano cinema e musei, sperimentano sulla propria pelle l’anacronismo di un sistema in cui l’offerta culturale non è economicamente trainante e l’istruzione pubblica naviga ormai nelle secche della rassegnazione a livelli calanti di risultati e servizi. Un lettore, forse pessimista ma sicuramente attento, gli obiettava, citando Maslow, che prima di potersi dedicare al soddisfacimento di bisogni immateriali – come possono essere, appunto, la lettura o in generale la partecipazione a mostre, proiezioni ed eventi di natura simile – bisogna aver messo a tacere quelli di carattere più concreto – legati ad una dignitosa sopravvivenza economica. L’idea, di per sé, non è nuova – in varie forme si trova già in Feuerbach e in tutta la letteratura socialista, della quale è di fatto uno dei postulati di fondo; allo stesso concetto ha fatto riferimento Ronald Inglehart per spiegare l’ondata di partecipazione giovanile di fine anni Sessanta, che per la prima volta aveva per oggetto principale non rivendicazioni di carattere squisitamente material-reddituale, ma “valori postmaterialisti” come l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera pubblica. Quello che mi preme è indicare, a partire da una simile constatazione, piuttosto che ulteriori motivi di sconforto, una strada – faticosa – per, come si suole dire, prendere due piccioni con una fava.  Continua a leggere

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Amore Oggi – intervistiamo Antonello Morelli

 Profumo di Svolta ha incontrato Antonello Morelli, attore che ha partecipato alla produzione del film Amore Oggi (Sky Cinema) diretto da Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana, giovani cineasti materani, che anche attraverso il web sono riusciti a farsi strada, difendere e valorizzare il loro talento artistico.
Il film si divide in quattro episodi che raccontano con ironia e realismo l’amore (e le sue difficoltà) nell’era delle nuove generazione.


Buongiorno Antonello, ti ringraziamo di aver accettato il nostro invito.

“Ringrazio voi per l’invito! Sono sempre propositivo verso tutte le associazioni giovanili.”

10292149_10203942578473870_8502458635970876305_nAllora Antonello, raccontaci. Com’è nata l’idea di questo film?

“L’idea del film è nata dopo le collaborazioni che i due egisti hanno avuto prima con la7 per il programma di Sabina Guzzanti e dopo per Raitre nel programma di Neri Marcorè; diciamo che hanno voluto raccontare una storia o meglio delle storie comuni del nostro presente: come i giovani vivono l’amore, appunto, oggi. Evitando però il lieto fine e rendendo il tutto fresco e divertente in una comicità nuova e per niente scontata.”

L’interpretazione all’interno del film ti é stata proposta direttamente? Oppure hai dovuto fare dei provini?

“Si, ho dovuto superare un provino presso BluVideo, che mi era stato proposto precedentemente.”  Continua a leggere

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Piccoli risultati. L’obiettivo è sempre lo stesso

Quanto vale impegnarsi per un obiettivo concreto?

Riflettere e discutere: confrontarsi e percepire quali sono le vere esigenze dei più giovani, anche quelle meno evidenti che, però, possono realmente contribuire allo sviluppo di una comunità. Anche soltanto offrire un’opportunità, per quanto misera questa possa essere (o magari sembrare).

Chi segue Profumo di Svolta sa quanto questa imprevedibile banda di matti attribuisca valore agli spazi della cultura, ai quei luoghi con cui una città dovrebbe aprirsi alla comunità che la abita: per favorire le esperienze di condivisione, o almeno per non limitarle. Un anno, fa dopo aver espresso “Un desiderio per Matera”, profumodisvolta.it pubblicava “Studiamo insieme? Ok, dove? Gli spazi della cultura a Matera” e si interrogava sul valore di trovare una dimensione sociale per gli studenti, perché essi possano vivere meglio la città e sentirla propria, offrire ai più giovani degli spazi dove coltivare i propri interessi attraverso anche una cultura sociale e conviviale.

Ci siamo attivati e interrogati quali potessero essere le strade migliori per valorizzare i tanti spazi “dimenticati” di cui la nostra dispone. Nel periodo natalizio il nostro festival “L’Ora degli Studenti” ridava vita agli Ipogei di piazza San Francesco e in questi giorni siamo felici di presentarvi un nuovo esperimento. Modesto, ma allo stesso tempo molto ambizioso.

Casa Cava è uno dei luoghi più suggestivi della città di Matera: moderna e atipica nel suo aspetto, accogliente, scavata nel tufo e immersa nel Sasso Barisano, a pochi passi da piazza San Giovanni. Ha una vocazione naturale per diventare un centro culturale e Riccardo D’Ercole con la Consulta Provinciale degli Studenti si è impegnato moltissimo negli ultimi mesi, coordinandosi con l’associazione di volontariato Joven, perché l’idea di uno spazio pubblico, accogliente, aperto ai giovani nel cuore dei Sassi potesse diventare realtà. Il progetto MoodZone e le iniziative di #caviamocultura (che vi consigliamo di approfondire) hanno animato e continueranno nei prossimi mesi a animare Casa Cava e all’interno di questo splendido contenitore culturale ci siamo impegnati fino in fondo perché potesse essere allestita un’area completamente a dimensione di giovane che potrà “banalmente” essere utilizzata per studiare insieme e prepararsi a ospitare esperienze di condivisione costruttiva tutte da co-progettare.

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Si parla spesso dell’importanza di fare rete e oggi senza il fondamentale supporto e contributo concreto di Joven, di Imma D’Angelo, Luciano Antezza, Luca Giuffrida; senza la lucidità del Consorzio che gestisce Casa Cava diretto da Gigi Esposito; senza Riccardo che ha tirato la Consulta degli Studenti in questo progetto innovativo, senza tutti coloro che hanno dato la propria disponibilità per sperimentarne una gestione condivisa, oggi alla domanda “Studiamo insieme?” non potremmo ancora rispondere “Si! Andiamo a Casa Cava”.

 

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L’ “aula studio” della Casa Cava ha ospitato i primi studenti negli ultimi due venerdì pomeriggio (dalle 15:00 alle 20:00), proprio quando anche la Biblioteca Provinciale è chiusa.

Sarà aperta a tutti ogni venerdì con gli stessi orari e potrete seguire tutti gli aggiornamenti sulla pagina facebook appena creata Aula Studio – Casa Cava. Noi di Profumo di Svolta saremo tutti a Matera per il periodo di Pasqua e ci coordineremo con la Consulta degli Studenti per la gestione: presto vi comunicheremo il calendario di apertura per i giorni delle prossime settimane.

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Continuate a seguirci e, se volete, contattateci per proporre iniziative e darci una mano nella gestione di questo nuovo spazio pubblico nelle mani (e speriamo presto anche le cuore) dei materani più giovani.

Impariamo la lezione:
> riflettiamo insieme sulle esigenze della realtà in cui viviamo;
> individuiamo i nostri obiettivi, rendiamoli concreti;
> guardiamoci attorno e cerchiamo chi condivide i nostri stessi desideri;
> progettiamo e costruiamo insieme un percorso;
> impegniamoci;
> impegniamoci insieme;
… e se raggiungiamo l’obiettivo:
> raccontiamolo e condividiamo la nostra esperienza;
> poi impegniamoci ancora per mantenere e migliorare;
> e dopo ancora, ricominciamo la lista da capo.

Giuseppe Cicchetti

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Miglionico: guardiamo al nostro futuro

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“Le grandi cose nascono dalle più piccole” – diceva Francis Drake – è stato questo il messaggio che due giovani rappresentanti di Profumo di Svolta, amanti della politica, hanno lanciato proprio pochi giorni fa a tutte le persone presenti al primo esperimento di cittadinanza attiva, tenutosi nell’Auditorium del Castello di Miglionico, un piccolo paese di tremila abitanti.

È difficile entrare nell’ottica di un paese se non ci hai mai vissuto.
La piccola comunità di Miglionico, come tutte le realtà ristrette, vive di semplici cose: è come una grande famiglia dove tutti ti conosco e vogliono sapere di te; se c’è un matrimonio, metà “paese” è obbligatoriamente invitato; se viene a mancare una persona, l’intera cittadinanza è a lutto; se vuoi sapere qualsiasi notizia di ogni ambito, basta sedersi ad una panchina nel centro della piazza e ascoltare; se hai un po’ di tempo, puoi passare dal fruttivendolo, scambiare due parole e gustare la frutta appena arrivata; se senti il bisogno di tornare bambino, anche solo per un momento, è sufficiente fermarsi a giocare con i bambini che hanno organizzato una partita di calcio nel parcheggio più vicino.

Il tempo nei nostri piccoli centri sembra essersi fermato; e questo lo dimostra la storia e la cultura racchiusa in ogni angolo di strada. E gli abitanti di questa piccola cittadina sono fieri del loro patrimonio. Sono consapevoli dell’opportunità che la loro terra gli offre; ma le opportunità vanno colte. Non era la prima volta che ci apprestavamo a parlare di fronte un pubblico, ma sapere che quegli uditori sono tuoi concittadini ovvero persone che incontri e saluti ogni giorno, allora tutto cambia. E’ proprio per questo motivo che quando inizi a parlare, senti una grande emozione. Anche se la forma degli eventi di cittadinanza attiva organizzata da noi “profumini” è quasi sempre la stessa: riflessioni accompagnate da testi di persone che ammiriamo, come Calamandrei, Pertini, Gramsci, sotto lo strimpellio delle corde di una chitarra elettrica e la visione di video e immagini, ma workshop aveva l’intenzione di essere qualcosa di diverso dal solito, perchè il contesto lo rendeva tale.

Il fine di questo progetto era quello di smuovere coscienze da molto addormentate. In tempi in cui i giovani hanno perso la speranza, si sentono abbandonati dalle istituzioni e si lasciano andare ai più vili e pericolosi vizi, noi volevamo far capire loro che c’è ancora qualcuno che si batte per il loro futuro, per il NOSTRO futuro.

Nel corso della serata, non solo abbiamo dipinto un quadro della realtà attuale della società, ma abbiamo posto al pubblico proposte concrete per la nostra comunità, che nascono dall’esigenza di sfruttare al meglio le risorse culturali del paese.

Non sono le proposte che sono importanti ma lo spirito alla loro base. Noi volevamo fare comprendere all’intero uditorio che la storia ci ha messo di fronte due scelte: mettere la testa sotto la sabbia e rimanere indifferenti a tutto ciò che accade a questo mondo; oppure prendere forza e capire che è finito il tempo della competizione, ma è arrivato quello della cooperazione.

Abbiamo lanciato la sfida a un’intera comunità!
La sfida è prendere coscienza dei problemi e risolverli con l’aiuto di tutti!
Volontà di solidarietà e convergenza di idee è l’antidoto alla peggiore malattia dei nostri tempi: l’APATIA.

Purtroppo abbiamo riscontrato che l’uditorio non era pieno di tanti giovani quanto quelli che speravamo ci fossero; ma non importa. Per recepire un messaggio di cambiamento così forte ci vuole più tempo; e noi continueremo! Noi non ci fermeremo qui!

“Io ritengo che la cosa più grande a questo mondo non sia tanto dove siamo, quanto in che direzione ci stiamo muovendo. Per raggiungere le porte del cielo dobbiamo a volte salpare con il vento contrario, ma dobbiamo salpare!” – (Oliver W. Holmes)

Noi giovani abbiamo preso un impegno istituzionale e morale cioè quello di essere il punto di riferimento per idee, valori e principi che al meglio costruiscano una società civile.
Noi siamo una generazione “maledetta” perché abbiamo, già da ora, il compito di ricostruire l’edificio, ormai distrutto, dello “stato comunità”.

Ma saremo anche la generazione più bella; porteremo i nostri saperi, le nostre idee e le nostre competenze al limite per costruire un futuro migliore. Un futuro che è più vicino di quello che pensiamo.

“I giovani che vanno alla ricerca di se stessi devono imparare che la propria identità, non è tanto qualcosa che si trova, piuttosto qualcosa che si crea; e sono le proprie azioni giornaliere che forgiano la personalità interna in modo più significativo di qualsiasi volume introspettivo e intellettivo” – (Sydney J. Harris)

Giulio Traietta

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A Roma per la Giornata di ascolto sulle Politiche Giovanili

Roma, 21 marzo 2014

Intervento in occasione della Giornata di Ascolto sulle Politiche Giovanili e sulla Riforma del Servizio Civile promossa dal Partito Democratico.

 

Buongiorno a tutti e grazie agli organizzatori, in particolare all’amico Michele Masulli, per averci invitati a prendere parte a questa giornata di confronto.

Uso il plurale perché com’è stato anticipato intervengo a nome di Profumo di Svolta, un gruppo di giovani attivisti che poco più di un anno fa hanno deciso di mettersi alla prova dando un contributo forte in termini di partecipazione e creatività alla propria città, Matera, sito Unesco e attualmente nella short list delle località che si contendono il titolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019, così come a tutta la provincia.

In poco più di un anno abbiamo fondato un blog (www.profumodisvolta.it) che oggi ospita decine di articoli, organizzato una storica iniziativa di bonifica del patrimonio architettonico cittadino dagli scarabocchi che lo deturpavano, creato dal nulla un festival culturale a costo zero, organizzato giornate di orientamento per gli studenti, ridato vita a spazi pubblici inutilizzati con concerti e manifestazioni culturali. Oggi coordiniamo il gruppo di lavoro sulle politiche giovanili nell’ambito della definizione del nuovo piano strategico della nostra città, stiamo perfezionando una proposta di bilancio partecipato e ne prepariamo un’altra per il recupero di uno spazio industriale dimesso utilizzando gli strumenti della democrazia deliberativa. La cosa probabilmente più divertente è che lo abbiamo fatto senza essere molti né particolarmente bravi, in diversi casi da studenti fuorisede che si coordinano a distanza via web, beneficiando della disponibilità alle volte quasi impavida delle amministrazioni locali e ottenendo una copertura direi insperata da parte di media locali e nazionali.

Fatta questa premessa vorrei provare a trarre qualche spunto dai mesi intensissimi che abbiamo vissuto e svilupparlo per arrivare poi a stimolare concretamente il dibattito sulle tematiche oggetto della discussione quest’oggi. Nel fare questo spero mi consentirete di cominciare, in un modo un po’ inconsueto, ovvero da un libro scritto ormai trent’anni fa nel quale Norberto Bobbio parlava delle promesse non mantenute della democrazia. Ne riporto in particolare tre: il non essere riuscita ad insidiare gli spazi, al di fuori delle istituzioni immediatamente politiche, nei quali pure si prendono decisioni vincolanti; il non aver eliminato il potere invisibile (come quello delle mafie o degli arcana imperii che pure, in forma diversa, non hanno smesso di esistere); il non essere stata in grado di forgiare cittadini sufficientemente educati alla democrazia, cioè in possesso degli strumenti necessari all’esercizio della libertà (1).

Rispetto al primo punto, Bobbio riteneva che ricercare lo sviluppo della democrazia in un dato Paese richiedesse indagare se fosse aumentato non il numero di coloro che hanno il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, ma quello degli spazi nei quali questo diritto può essere esercitato. E’ precisamente la mancanza di questi spazi che ci ha spinti ad avviare il nostro esperimento di cittadinanza attiva, ed è la stessa mancanza che oggi scontano decine di migliaia di studenti fuorisede, costretti a vivere da eterni ospiti le città che in cui trascorrono gran parte dell’anno, senza alcuna possibilità di influenza sulle politiche comunali o di rappresentanza all’interno degli enti locali. Quella che potremmo definire, con un termine tecnico, una infelice “struttura delle opportunità politiche”, si inserisce per giunta in un contesto complessivamente sfavorevole in cui, ad esempio, secondo studi recenti la crescita della diseguaglianza economica va di pari passo con la diminuzione della partecipazione politica, soprattutto tra gli strati meno abbienti della popolazione (2) – con effetti cumulativi ancora peggiori se si considera la maggiore influenza sull’indirizzo politico che a parità di partecipazione i ricchi sembrano già avere sui poveri in alcuni contesti nazionali (3).

In questo ambito la rete acquisisce un’importanza fondamentale, consentendoci di ricreare virtualmente un luogo di confronto e mobilitando l’intelligenza collettiva in direzione di politiche pubbliche migliori (4). Da questo punto di vista non è certamente casuale che la nostra iniziativa sia partita da un blog, e che quasi tutti gli spunti poi realizzati siano nati dall’interazione di persone, anche esterne al gruppo, sui social network. Da ciò anche l’urgenza di un potenziamento della banda larga e dell’accesso gratuito alla connessione in Italia.

Per quanto è possibile comprendere, sembra pure che le nuove tecnologie possano costituire un antidoto a certe forme di potere invisibile: non a caso siamo sempre più abituati a seguire l’evoluzione dei lavori parlamentari in tempo reale, a leggere documenti ufficiali online, a tenere sotto controllo l’operato di chi abbiamo eletto. E tuttavia questo è profondamente insufficiente. Per quanto nativi digitali, non sembra che i giovani italiani siano oggi più rappresentati, partecipi, o influenti. L’interminabile litania degli scandali ha prodotto molta rabbia, ma di certo non i canali tramite i quali incanalarla. La condizione di spettatori, ci insegna Buaman (5), comporta inevitabilmente un doppio scarto: tra vedere e sapere in primo luogo, tra sapere ed agire in seconda istanza. Vivere in quella che è stata definita una democrazia in diretta non implica per questo avere una maggiore comprensione della realtà raffigurata nella sfera pubblica, che anzi appare più complessa e inaccessibile che mai. E’ ormai disponibile una vasta letteratura che, dimostrando come nelle odierne democrazie molti cittadini siano talmente poco informati e consapevoli di alternative e poste in gioco da non poter esprimere con piena coscienza il proprio voto (6), sancisce la gravità della terza delle promesse non mantenute di cui parlava Bobbio.

Di qui l’importanza di un sistema di istruzione pubblica capace di formare persone autonome e in possesso delle conoscenze necessarie all’esercizio dei propri diritti civili e politici. In questo senso, la strada da fare è ancora molta. Negli ultimi anni, alcuni dei quali trascorsi impegnati nella rappresentanza studentesca, mi sono affezionato a quella che è un’immagine molto significativa che inquadra bene la situazione della scuola italiana e la necessità di innovazione al suo interno. Se un nostro nonno, vivendo all’inizio del secolo scorso avesse avuto la possibilità di viaggiare nel tempo e fosse arrivato nel 2014 avrebbe ritrovato una società completamente diversa dalla sua, tecnica e tecnologia profondamente mutate, le strade occupate dalle automobili e poi computer, smartphone e tablet, si sarebbe sentito veramente fuori luogo. Appena sarebbe entrato poi in una scuola, si sarebbe sentito improvvisamente a suo agio. Ecco perché pensiamo che sia necessaria una scuola al passo con i tempi. Tante le possibilità di intervento. L’insegnamento dell’educazione civica nei licei è sostanzialmente lasciato a se stesso, i docenti che ne sono incaricati non ricevono nessuna formazione specifica e i programmi restano generici proprio là dove forse sarebbero necessarie maggiori uniformità e coerenza a livello nazionale. Mi permetto di suggerire in questo contesto una misura a costo zero come prevedere che in ambito universitario alcuni esami – diritto costituzionale, ad esempio – possano fornire crediti formativi indipendentemente dal corso di laurea e che chi li supera con buoni risultati guadagni dei punti bonus ai fini del voto di laurea. Ancora, gravi problemi di iniquità continuano ad affliggere il nostro sistema formativo. In una ricerca di pochi anni fa alcuni ricercatori dell’Università di Milano (7) notavano come solo il 10% dei figli di padri fermatisi alla licenza media giunga alla laurea, in un caso su tre non conseguendo neanche il diploma di scuola superiore. Conseguentemente, il numero dei laureati aumenta sì, ma soprattutto tra coloro i cui genitori avevano già raggiunto il medesimo livello di istruzione. E’ probabile che dietro queste cifre si celino diversi costi-opportunità della prosecuzione degli studi sino ai massimi gradi e quindi differenti livelli di rischio di un investimento in tal senso. Alcune delle policy più frequentemente proposte (8) per riequilibrare la situazione includono: l’aumento delle ore di scuola, su base sia annuale che giornaliera; lo spostamento della scelta del percorso scolastico, che ha ricadute reddituali ed occupazionali rilevanti, dai 14 ai 16 anni, riformando la scuola dell’obbligo in due cicli di cinque anni ciascuno e perseguendo un forte innalzamento della qualità del biennio negli istituti professionali, magari attraverso incentivi salariali per i docenti; ancora, il trasferimento del rischio d’investimento dalle famiglie meno facoltose alla collettività, rimodulando le tasse universitarie in modo più nettamente progressivo; infine, il potenziamento del life-long learning per gli adulti meno istruiti. Ad alcuni sembreranno interventi troppo in là sul crinale dell’utopia, privi di coperture finanziarie.

(Lancio allora una provocazione molto meno ambiziosa: rimediamo allo scandalo delle migliaia di studenti universitari che, pur idonei, non si vedono oggi riconoscere la borsa di studio per mancanza di fondi a livello regionale – con una situazione che peraltro varia da regione a regione, generando ulteriori sperequazioni. Facciamolo trovando le risorse necessarie nel luogo in cui simbolicamente si tramandano alcune delle peggiori iniquità, ovvero nella trasmissione ereditaria di ingenti patrimoni. Ci siamo scandalizzati recentemente per il fatto che si possano possedere centinaia di appartamenti evadendo l’imposta corrispondente, ma ancora più folle è che simili patrimoni possano essere venire ereditati a costo di un’aliquota massima del 9% – cifra che per i beni immobili al di sopra di un certo valore potrebbe tranquillamente venire raddoppiata senza grandi problemi, visto che l’imposta patrimoniale è forse l’unica a non avere effetti distorsivi sui prezzi.)

Vengo, infine, alla riforma del servizio civile, tema dell’importante focus di oggi. Sembra certamente positiva l’idea di rimodularlo su base europea, e del resto i dati provenienti da altri Paesi ci confermano che si tratta di uno strumento utili a stimolare nei giovani l’interesse per gli altri e la partecipazione politica (9). Eppure mai come in questo caso occorre una visione, ampia, strategica, delle politiche rivolte ai più giovani. Il servizio civile non può e non deve diventare il supplente di un welfare sempre più arrancante in alcuni ambiti, e non acquisterà mai per gli italiani una dimensione realmente internazionale se nelle nostre scuole le lingue straniere continueranno ad essere insegnate poco e male.

Nell’avviarsi a concludere Il Futuro della Democrazia, Norberto Bobbio intitolava un paragrafo con una parola poco frequente: ciononostante. Nel ringraziarvi per l’attenzione mi arrischio, ad un livello infinitamente più basso, a fare lo stesso: nonostante le mille difficoltà ogni giorno una nuova generazione di cittadini si impegna per migliorare dal basso la propria realtà. Se vedrete bene, in piccolo, troverete anche noi.

Grazie.

A cura di Franco Palazzi e Giuseppe Cicchetti

[Note:]
(1) N. Bobbio (2010) [1984], Il futuro della democrazia, Rcs, pp. 23-29
(2) F. Solt (2008), Economic inequality and democratic political engagement, “American Journal of Political Science”
(3) M. Gilens (2005), Inequality and democratic responsiveness “Public Opinion Quarterly”
(4) A. Cottica (2010), Wikicrazia, Navarra
(5) Z. Bauman (2005),La società sotto assedio, Laterza, capitolo 7
(6) I. Somin (2004), When ignorance isn’t bliss, Policy Analysis Working Paper 525
(7) Cecchi-Florio-Lombardi (2006), Sessanta anni di istruzione in italia, “Rivista di Politica Economica”
(8) Balllarino-Checchi-Fiorio-Leonardi (2009), Le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione in Italia, conference paper
(9) Hart-Donnelly-Youniss-Atins (2007), High School Community Service as a Predictor of Adult Voting and Volunteering, “American Educational Research Journal”

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Un anno fa… “Un desiderio per Matera”

di Giuseppe Cicchetti – (9 marzo 2013)

Incertezza nel futuro.
Questa sensazione si insinua spesso in pensieri, discorsi e riflessioni. E’ qualcosa di positivo, certamente. Ci costringe a alzarci in piedi, a guardarci intorno, a non rimanere fermi, a vivere. Si perché Aristotele scriveva che “la vita è nel movimento” oppure, se preferite, J-Ax cantava “la vita e la bici hanno lo stesso principio devi continuare a muoverti per stare in equilibrio”. L’incertezza nel futuro ci stimola a pensare, a immaginare e a rimboccarci le maniche per far qualcosa. Ci suggerisce di cominciare a interessarci del nostro futuro, altrimenti qualcuno lo farà per noi.

L’incertezza, però, è mancanza di programmazione: è la somma degli errori commessi da qualcuno prima di noi. Di qualcuno che ci ha scippato la serenità: che non ha lavorato, oppure ha lavorato male e che quando ha pensato di rimediare, era forse un po’ troppo tardi. Il futuro ci preoccupa: quando ci guardiamo intorno facciamo fatica a intravedere cose che ci rassicurino.

Politica: quale sarà il nuovo governo, o meglio, ci sarà un nuovo governo? Economia: la nostra vita è appesa al differenziale tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. “Ma questa è finanza! E’ roba speculativa!!!” direbbe qualcuno. Sono d’accordo, allora economia reale: disoccupazione giovanile in Italia al 38,7%. Nel mio sud al 50%: un ragazzo su due non ha un lavoro*… o forse ce l’ha: in nero, alle soglie dello sfruttamento.

L’Europa ci guarda dall’alto e ci chiede civiltà, sviluppo, cultura e innovazione. L’Italia è un po’ sorda. La Basilicata risponde con gli ultimi dati Istat: due lucani su tre non leggono libri, soltanto uno su cinque utilizza Internet per informarsi e un giovane su quattro non lavora né studia**.

Matera, la mia città, è candidata a diventare Capitale Europea della Cultura nel 2019 e cerca anche in questo sogno comune la sua ancora di salvezza. Con le iniziative in vista di questo riconoscimento e grazie anche a tante persone che si impegnano in prima persona, qualcosa si sta muovendo; ma è evidente che ancora troppo rimane fermo e quel velo di incertezza cala anche sulla Città dei Sassi, rendendo tutto, in particolare il futuro, un po’ più buio.

Un desiderio vorrei esprimere per Matera, che mi renderebbe più sereno e che sicuramente regalerebbe a tutti la sicurezza che qualcosa sarà migliore, anche se incerto. Vorrei per la mia città un’istruzione di qualità, pubblica e accessibile a tutti, e un’università.

Si, perché una città è viva quando Continua a leggere