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La Basilicata e il coraggio di lasciarsi il petrolio alle spalle

Sono giorni caldi per il dibattito sul referendum del 17 Aprile, tanto che si stanno consumando discussioni e confronti a tutti i livelli. Personalmente, speravo che un referendum così depotenziato, con un solo articolo in discussione, ovvero quello riguardo le estrazioni in mare entro le 12 miglia, potesse far scaturire un dibattito politico più generale, in riferimento alla strategia energetica ed economica del Paese. Mi ero sinceramente ed inopportunamente illuso. Tuttavia, avendo dalla mia un lavoro di ricerca per la stesura di una tesi triennale riguardo l’impatto economico del petrolio in Basilicata, proverò a fornire alcuni spunti sui quali mi sarebbe piaciuto che si fosse concentrato il dibattito politico.

Cominciamo dalla descrizione del quesito referendario: il 17 Aprile voteremo ESCLUSIVAMENTE per le estrazioni entro le 12 miglia dalla costa1. In breve, decideremo se le compagnie petrolifere dovranno smantellare le piattaforme esistenti entro tali limiti alla fine della concessione o se le stesse potranno continuare ad estrarre fino ad esaurimento del giacimento: ufficialmente, quindi, una questione di durata e quantità. Delle piattaforme in questione, quelle eroganti sono oggi 48, di cui 29 escluse dal pagamento di royalties, poiché la quantità di petrolio estratto è al di sotto della soglia minima per la quale queste sono dovute. Solo in 11 delle piattaforme interessate dal referendum si estrae petrolio, mentre nelle restanti si estrae metano.

Un referendum che riguarda in qualche modo l’approvvigionamento energetico è in grado di sollevare inevitabilmente delle discussioni su visioni e strategie governative. E’ per questa ragione che il referendum ha un duplice significato: uno tecnico (ufficiale), di cui abbiamo già parlato, ed uno politico (ufficioso). Su questo secondo significato si sarebbe potuto sollevare un dibattito più sano, più vivo e, a mio modesto parere, più interessante. In effetti, l’importanza di un ragionamento serio in termini energetici è considerevole, come a più riprese ha provato a far notare, tra gli altri, Jeremy Rifkin, autorevole economista statunitense autore del libro “La terza rivoluzione industriale” (2011).

E’ da una riflessione seria sull’energia, dunque, che mi piacerebbe partire, con l’aiuto di alcuni dati e qualche grafico.

Il consumo nazionale medio, espresso in termini di petrolio, è pari a 25 barili/giorno per 1000 abitanti.

Il consumo regionale della Basilicata, se calcolato utilizzando il dato precedente, sarebbe pari a circa 5,5 milioni di barili/anno, mentre quello nazionale sarebbe di circa 550 milioni di barili/anno.

Attualmente, in Basilicata si estraggono circa 30 milioni di barili di petrolio all’anno, considerando che 1 barile pesa circa 137kg, che corrispondono a 159 litri.

Con Tempa Rossa, si potrebbero estrarre oltre 50 milioni di barili all’anno, quasi raddoppiando la produzione attuale.

Utilizzando questi dati, un rapido calcolo ci suggerisce che il petrolio attualmente estratto in Basilicata soddisfa circa il 5% del fabbisogno energetico della popolazione nazionale. Con Tempa Rossa in funzione, invece, si potrebbe soddisfare quasi il 10% del fabbisogno energetico della popolazione nazionale, anche se non possiamo dire con esattezza quanto del petrolio estratto contribuisca al soddisfacimento del fabbisogno nazionale e quanto invece venga semplicemente venduto all’estero.

Dopo questo quadro generale sull’approvvigionamento energetico tramite fonte fossile, proviamo a fare alcuni calcoli su produzione di energia e consumi in materia di fonti rinnovabili.

1 MegaWatt di eolico copre il fabbisogno di circa 300 abitazioni con 4 persone, con un costo totale di 3 milioni di euro2.

Se si volesse soddisfare il fabbisogno energetico coperto dal petrolio con l’utilizzo di fonti rinnovabili, bisognerebbe investire circa 8 miliardi di euro nella produzione di energia pulita.

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Un investimento pari a quello necessario per la messa in produzione di Tempa Rossa, se orientato verso la generazione di energia da fonti rinnovabili, potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno energetico regionale, garantendo pertanto all’1% della popolazione nazionale di utilizzare energia proveniente da impianti green.

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Un impianto microeolico (di piccole dimensioni, posizionabile su edifici) da 3 kW, che soddisfa il fabbisogno di una famiglia di 4 persone, costa circa 10.500 Euro2.

Servirebbe un investimento di 1,6 miliardi di euro in microeolico per coprire l’intero fabbisogno energetico regionale.

Un investimento di 1,6 miliardi di Euro (molto vicino a quanto Total spenderà per Tempa Rossa) in microeolico (fonte che Renzi non cita nel suo discorso in direzione PD), garantirebbe approvvigionamento energetico regionale da fonti rinnovabili.

La Basilicata ha ricevuto quasi 1 miliardo di euro di royalties, nel periodo 2007-2014.

Il punto è che la Regione Basilicata avrebbe potuto già essere una Regione ad impatto zero, se i predecessori di Marcello Pittella (che governa da “soli” due anni, ma purtroppo sta, anche lui, uniformando la politica energetica a quella di chi l’ha preceduto), ovvero Bubbico e De Filippo, insieme ai premier dell’epoca (tra cui Prodi, che sul Messaggero consiglia soltanto adesso di utilizzare le royalties per favorire la transizione alle rinnovabili) e alle compagnie petrolifere, avessero deciso di investire in maniera diversa le royalties, ovvero la quota che le compagnie petrolifere pagano alle regioni in cui estraggono quantità di petrolio al di sopra di una certa soglia, per l’approvvigionamento da fonti energetiche rinnovabili. Invece, negli anni la Regione Basilicata ha utilizzato le royalties per finanziare la spesa corrente (uscite di bilancio relative alla ordinaria amministrazione – es. università, sanità, ecc…), come testimoniava nel 2014 la Corte dei Conti.

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Parafrasando un proverbio africano, Riccardo Luna dice spesso che il momento migliore per cambiare l’Italia era qualche anno fa, ma se non lo si è fatto in passato, è evidente che il momento migliore per cambiare il nostro Paese è adesso. Lo stesso discorso vale per la Basilicata. La Regione avrebbe potuto già essere la prima in Italia ad essere environmentally friendly, come dicevamo sopra. Non lo ha fatto, ma può sicuramente ambire ad utilizzare i proventi delle royalties in maniera più intelligente, investendoli nella generazione di energia pulita. E’ una scelta ardua, perché i frutti di un investimento simile si vedono solo nel tempo di quasi tre legislature complete. Troppo per qualsiasi politico che ambisca al consenso per una riconferma o una “promozione”. Finanziare l’Università di Basilicata, coprire i disavanzi in sanità, riparare strade, viadotti e marciapiedi è sicuramente più visibile agli occhi dei cittadini elettori, ma la differenza tra politici e statisti, come disse De Gasperi, è tutta lì.

Il Premier Matteo Renzi ha puntato tutto sulla necessità di non far scappare dal nostro Paese gli investitori e questa non è certamente una colpa, né un demerito. Nella direzione del PD del 4 aprile scorso, per questo motivo, il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico ha generato un po’ di confusione, mostrando in maniera indifferente ed intrecciata slides riguardanti investimenti pubblici e privati “sbloccati” dal suo Governo. Insieme a Bagnoli, alle strade siciliane, all’aeroporto di Fiumicino, all’Expo, al tunnel del Brennero, alla Napoli – Bari, a Matera 2019, a Pompei e alla Salerno – Reggio Calabria, tanto per citarne alcune, è finito, appunto, l’investimento privato di Tempa Rossa, di cui si parla ormai dal 1989 (come diceva lo stesso Renzi). E’ sacrosanto che un governo miri a promuovere investimenti privati, perché insieme alla spesa pubblica sono ciò che rilancia l’economia di un Paese come l’Italia, come dimostrato dalla teoria economica. Oltre al fatto che il Premier parla indifferentemente di fonti rinnovabili e fossili, dimenticandosi della differenza sostanziale che esiste tra le cose in termini di costi ambientali, possiamo ritrovare un altro aspetto che Renzi sottovaluta. Tempa Rossa era un investimento strategico a cavallo degli anni ’90, quando il petrolio aveva prospettive interessanti. Attualmente, con il prezzo del barile in costante calo3, la strategicità dell’investimento viene meno, soprattutto per quanto riguarda il calcolo delle royalties destinate alla Regione Basilicata. Lo dimostra il grafico seguente:

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Elaborazione su dati: U.S. Energy Information Administration, UNMIG MISE (1 e 2)

Infatti, quando il prezzo del petrolio è basso, le compagnie petrolifere tendono ad estrarne meno, per far sì che l’offerta diminuisca e che il prezzo torni a salire3. Pertanto, se le compagnie estraggono meno ed il prezzo del petrolio è basso, è inevitabile che l’ammontare di denaro destinato alla Regione diminuisca, essendo entrambe le variabili che la determinano in riduzione. Il grafico riporta i dati del periodo 2007-2013, con una previsione del 2016. Il prezzo del petrolio potrebbe essere quest’anno pari ad un terzo di quello degli anni 2011, 2012, 2013. Anche i barili estratti dovrebbero essere meno, determinando una forte riduzione delle royalties. Il Presidente, Marcello Pittella, in una intervista di qualche giorno fa, dichiarava che la Regione Basilicata riceverà quest’anno (riferendosi, forse, alla produzione petrolifera del 2015) 60 milioni di euro, dimenticandosi di precisare che in soli 2 anni e mezzo, la quantità di royalties versate alla Regione si è fortemente ridotta, passando dai 158,6 milioni di euro versati nel 2013 ai 60 milioni delle sue previsioni attuali, rischiando di arrivare a circa 45 milioni nel 2016.

Il punto centrale è che il prezzo del petrolio NON risente di Tempa Rossa, né delle estrazioni in mare. Il prezzo del petrolio è determinato nel mercato globale principalmente dalle operazioni dell’OPEC, il cartello di Paesi produttori di petrolio che controlla circa il 78% delle riserve mondiali. Pertanto, in Basilicata, così come in Italia, ci misuriamo con una discriminante economica  (il prezzo del petrolio, oltre che un’altra discriminante, ovvero il tasso di cambio euro/dollaro) stabilita da altri, non avendo perciò la possibilità di indirizzare e sfruttare pienamente la redditività dell’investimento, ma sopportando comunque il carico dei costi ambientali e sanitari correlati alle estrazioni petrolifere.

La transizione nazionale alle fonti rinnovabili sarà sicuramente un percorso arduo e tortuoso, che costerà all’incirca 150 miliardi di Euro (più o meno le cifre riportante come totale delle attività nel bilancio annuale di Eni, che nel 2014 ha riportato un utile netto di quasi 1,5 miliardi), ma bisogna avere oggi la consapevolezza che l’Italia può e deve fare molto di più e meglio, anche in ottica delle strategie di Europa 2020.

Inoltre, un impegno netto per questa transizione crea posti di lavoro, cosa di cui non si può essere troppo convinti se si guarda ai dati macroeconomici relativi alla Regione Basilicata. “Il petrolio ha portato sviluppo in Basilicata”, si sente dire spesso nei talk show, o si legge sui quotidiani nazionali. Ma è davvero così? Qualche mese fa, in questo articolo pubblicato qui su Profumo di Svolta, Giuseppe Cicchetti riprendeva i dati dell’ultimo Rapporto Svimez (2015) che riguardano la Basilicata. Siamo una regione in cui un lucano su 3 (31,2%) è a rischio povertà, e questo dato è in linea con quello dell’intero Mezzogiorno (32,8%). Una regione dove le esportazioni sono in aumento nel complesso, ma la produzione di autoveicoli (settore strettamente legato all’economia del petrolio) rappresenta da sola il 68% di queste.

L’andamento della disoccupazione al livello regionale, in costante aumento dal periodo della crisi economica, è in linea con il dato dell’intero Mezzogiorno (seppur lievemente migliore) e molto accentuato rispetto al Centro-Nord e quindi alla media nazionale (come ci ricorda ogni anno la Svimez). A quanto pare, non sembra esserci una connessione diretta tra le estrazioni petrolifere e la riduzione del tasso di disoccupazione regionale.

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Fonte: dati Unioncamere

Anche lo stock delle imprese attive nella nostra regione riporta un trend negativo.

Grafico Infrastrutture Finale

Per quanto riguarda la dotazione di infrastrutture della Basilicata, non sembrano esserci segnali di un impatto positivo, ancor di più se consideriamo nel conto quelle dedicate unicamente alle estrazioni di idrocarburi che non rappresentano un valore positivo per la maggior parte della comunità. Il grafico, infatti, riporta addirittura un dato inferiore alla media nazionale ed alla media del Mezzogiorno.

Inoltre, è importante considerare quanto riportato nel modello SAM dell’Università di Firenze, che descrive un impatto piuttosto deludente delle royalties sull’occupazione lucana: infatti, risultano impiegati grazie alle royalties circa 5.300 persone (per progetti di breve periodo), pari a meno del 3% sul totale regionale. Così conclude lo studio dell’Università toscana: “Pur trattandosi di valori rilevanti in senso assoluto, soprattutto in tempi di crisi economica, si tratta tuttavia di risultati deludenti e sicuramente inferiori alle potenzialità, anche considerando che si tratta solo di effetti di breve periodo. Tenendo conto che lo sviluppo dell’economia lucana nel periodo considerato non ha presentato tassi di crescita significativamente migliori rispetto a quelli del resto dell’economia nazionale, si può ragionevolmente ipotizzare che l’utilizzazione delle royalty sia servita solo a limitare i potenziali effetti negativi del rallentamento che l’economia italiana ha mostrato nell’ultimo decennio.”, invitando poi a ripensare l’utilizzo delle royalties in un’ottica più produttiva.

Addirittura, nel già citato vademecum realizzato da Filippo Venturi, è riportato che il numero di occupati nelle piattaforme interessate dal referendum sia pari a 410 lavoratori.

Lascio a voi la decisione sul voto del 17 Aprile. Io, però, ho sempre pensato al voto come un diritto imprescindibile, e per questo andrò a votare e voterò SI, perché credo al significato ufficiale del referendum, ma credo ancora di più al significato ufficioso, politico, della consultazione. Credo sia opportuno indirizzare il Governo verso un’idea diversa di politica energetica e credo che i cittadini lucani debbano imparare a sentirsi protagonisti degli eventi politici che riguardano la comunità, anche per confermare che dimostrazioni pubbliche come la marcia dei 100.000 di Scanzano Jonico contro le scorie nucleari sono veri segni di consapevolezza politica e sensibilità critica nei confronti dei ambientali.

Ritengo necessario, però, che si alzi anche il livello del dibattito politico nazionale relativo all’energia e all’ambiente, poiché è su di esso che le future generazioni, di cui ho la fortuna di fare parte, giocheranno partite economiche e sociali fondamentali. Ho volutamente tralasciato le questioni che stanno infiammando il dibattito degli ultimi giorni sul referendum, ritenendo che bisogna sempre impegnarsi per andare oltre l’indignazione di fronte a certe situazioni, che si tratti del malcostume della corruzione spicciola, dei figli dei politici invitati a colloqui di lavoro, dei compagni dei Ministri sin troppo attivi dal punto di vista imprenditoriale, dei rifiuti tossici “trasformati” in rifiuti semplici nelle carte, delle compagnie petrolifere lasciate agire in autocontrollo, degli incidenti tenuti segreti, dei monitoraggi inesistenti.

Sono tutti eventi di cui dobbiamo avere il coraggio di prenderci la nostra giusta parte di responsabilità, come ci insegna anche questa frase di Albert Einstein che ho piacevolmente ritrovato nello studio dell’Ingegner Gianluca Rospi (al quale ci tengo a rivolgere un ringraziamento per il supporto nel reperire i dati relativi alle fonti rinnovabili necessari per scrivere questa riflessione).

“Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare” A. Einstein

Si tratta di vicende di cronaca ordinaria, come testimonia una certezza: i volti di chi, certe cose, le dice da anni, dovendo sopportare anche le offese e le minacce da parte di molti. Di certe questioni spero che ne discuta la magistratura, più che politici ed cittadini i quali hanno bisogno di un dialogo scientifico per maturare un parere obiettivo su ogni tipo di situazione.

Roberto Colucci

 

 

 

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1 ovvero per l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (come sostituito dal comma 239 dell’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 2082), come viene ben spiegato nel Vademecum scaricabile da qui.
2 dati forniti dall’Ing. Gianluca Rospi il cui CV è scaricabile da qui.
si consiglia il focus relativo al calo del prezzo del petrolio su Internazionale (n.1137, 22/28 gennaio 2016, p. 40-47).

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Per una nuova Legge Regionale sul Diritto allo Studio

E’ uno dei temi di cui ci occupiamo da tempo, perché la Basilicata ha una Legge Regionale sul Diritto allo Studio che risale al 1979 e necessità di essere aggiornata e portata allo stesso livello di tante altre regioni italiane.

Insieme a Osservatore Lucano e ai gruppi promotori delle attività di Festivamente e di Vox Populi a Grassano, abbiamo provato a creare momenti di confronto con le istituzioni. A partire dall’incontro pubblico con il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella (30 dicembre 2015), e dal successivo dialogo sugli aspetti tecnici con il Dirigente Generale del Dipartimento Politiche di Sviluppo, Lavoro, Formazione e Ricerca (15 gennaio 2016).

Qui di seguito l’ultima versione del documento contenente le nostre proposte, in parte uguali a quelle del 2011 e in parte nuove e aggiornate (a cura di Anna Rita Maino e Giulio Traietta).

Download (PDF, 187KB)

 

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Trasporti in Basilicata. Un’isola che (non) c’è

Un’isola affascinante che non si sa come raggiungere: così vedo la mia Basilicata, da trovare un po’ come canta Bennato, dopo la seconda stella a destra. Il vero dilemma è proprio questo, ovvero risolvere il problema dell’isolamento della Basilicata: per cielo o per terra? Dove investire maggiormente le nostre risorse umane ed economiche? Abbiamo parlato di questa tematica delicata anche  con il Presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, durante #festivalmente – il festival delle idee innovative – lo scorso 30 Dicembre a Grassano. Proprio questo paese nel materano ci ricorda l’illustre Carlo Levi che denunciò l’isolamento della Basilicata nella sua opera “Cristo si è davvero fermato a Eboli”, in cui scrive che la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania.

È evidente che le infrastrutture siano un punto debole per l’economia regionale, tenendo conto che il 62% delle aziende lucane ritiene che il ritardo infrastrutturale penalizzi l’economia locale in modo determinante (Rapporto Confcommercio 2015). L’APT Basilicata, invece, ci tiene a sottolineare che se consideriamo la popolazione residente in Basilicata – poco più di 578mila abitanti stimati fino al 31 dicembre 2013 (ISTAT) – per la prima volta ad ogni residente corrisponde un viaggiatore. Va ricordato che la medesima fonte definisce il turismo come l’insieme delle attività e dei servizi riguardanti le persone che si spostano al di fuori del loro “ambiente abituale” per trascorrere un periodo di tempo a fini ricreativi o per lavoro. Bisognerebbe capire con quale mezzo siano arrivati questi. Dopo 50 anni dal celebre libro, la Basilicata si scontra ancora con l’annosa questione dei trasporti. Perché se una parte d’Italia riesce a viaggiare ad alta velocità, un’altra nel cuore del centro Sud vive situazioni al limite del paradossale. Continua a leggere

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Quello che manca

Erano le vacanze di Natale dell’anno scorso e Matera era appena diventata Capitale Europea della Cultura. Uno dei discorsi più significativi che avevo sentito fare sul futuro della mia città e dell’intera Basilicata riguardava l’impatto che quel progetto, così apprezzato da una giuria di commissari europei, fino a quel momento soltanto su carta, avrebbe dovuto avere sull’intera comunità.
Bisogna spostare l’interesse personale dal piatto. Evitare che Matera 2019 venga vista come qualcosa da cui ognuno debba staccare il suo pezzetto, ma piuttosto come qualcos’altro che ognuno potrebbe coltivare e che creerebbe tanto valore per l’intera comunità. Così si diceva e si era consapevoli che non sarebbe stato poi troppo facile, anzi.

Per tanti motivi, uno di questi simpatico (e un po’ folcloristico) legato al fatto che ogni materano che si rispetti, leggendo le frasi appena scritte, pensa alla sua festa patronale, all’assalto al Carro della Bruna e ai suoi pezzetti di cartapesta strappati da conservare o esporre con orgoglio. Altri motivi più seri, invece, sono legati alla difficoltà di separare l’interesse personale da quello collettivo; al progetto nuovo, visionario e innovativo del dossier Open Future; alla situazione economica e sociale problematica in cui versa Matera, la Basilicata e il Sud Italia; alla difficoltà di rompere, o almeno mettere da parte: pratiche consolidate frutto di cattive abitudini politiche e scarsa cultura civica – temi studiati da tanti sociologi e economisti italiani e internazionali che si sono interessati della cosiddetta questione meridionale.
Ma, come si direbbe in ambito sportivo, c’erano tutti i presupposti per fare bene.

E’ passato più di un anno da allora, un anno fondamentale e forse decisivo per Matera. La campagna elettorale per le elezioni amministrative, incentrata sulle persone e pochissimo sui temi, ha contribuito complessivamente in maniera molto negativa ai progressi che il progetto per il 2019 ha fatto, sono cambiati i vertici delle istituzioni politiche locali, è stata messa in discussione la fiducia nei confronti di coloro che fino a quel momento si erano occupati di Matera 2019 e addirittura nei confronti dello stesso dossier. Il resto della storia lo conosciamo.
Il futuro di Matera 2019 è confuso, almeno quanto la maggior parte dei materani e dei lucani che in questo avevano riposto tante aspettative.

E in questo clima, l’interesse personale ha preso il sopravvento su tutto il resto, rosicchiando ogni giorno un po’ di quel valore che il progetto visionario avrebbe dovuto portare a tutta la comunità. In che senso? Beh… in più di un senso, ed è importante provare a spiegare qualcosa.

Se pensiamo all’interesse collettivo come a una somma di interessi personali, possiamo vedere le cose da prospettive diverse. Nella migliore di queste, oggi a Matera sono poche le persone che ci stanno guadagnando qualcosa, al di fuori della relativamente stretta cerchia di coloro i quali hanno una casa di proprietà, il cui valore è più che triplicato nel giro di pochi anni, che gestiscono o lavorano in un’attività direttamente o indirettamente collegata al turismo (che siano essi possessori o impiegati di alberghi, bar e ristoranti visitati ogni giorno da un numero sempre maggiore di turisti, persone che hanno convertito una abitazione in un Bed & Breakfast, casa vacanze, ecc…), o che hanno un’impresa che rientra nell’industria culturale e creativa il cui prodotto acquista valore perché beneficia dell’effetto generato dal brand Matera-Basilicata 2019. Avrò sicuramente dimenticato qualche categoria, ma sono pressoché queste le persone che stanno guadagnando qualcosa oggi (forse non stanno guadagnando nemmeno abbastanza), mentre nella migliore delle ipotesi gli altri non ci stanno guadagnando nulla se non lo status di cittadini della Capitale Europea della Cultura 2019. Tralascio volutamente (soprattutto per ragioni etiche, ma anche di realismo) tutti quelli che grazie al proprio coinvolgimento diretto o vicinanza alla politica hanno accesso a benefici e privilegi.

Nella prospettiva peggiore, invece, ci sono tanti materani e lucani che in tutto questo ci stanno perdendo e sono quelli esclusi dalle categorie precedenti, che si vedono aumentare il costo della vita a Matera perché i prezzi crescono (com’è normale che sia) e, per semplificare, non è così entusiasmante pagare di più la stessa birra o lo stesso caffè in uno dei locali del centro storico di Matera, perdere più tempo nella congestione del traffico o cercando un parcheggio in zone centrali della città e non sentirsi troppo compensati da altro. Alle dure regole del turismo non si sfugge.

Se consideriamo, invece, l’interesse collettivo come la possibilità di vivere in una città migliore, di lavorare (o cercare lavoro) in un sistema economico diverso con più opportunità e meritocrazia, di crescere in un ambiente fertile e dinamico, di non sentirsi abbandonati a se stessi in una città che guadagna reputazione al livello internazionale, come giovani in grado di decidere del proprio destino e realizzare che i sacrifici dei nostri genitori non sono stati inutili. Ultima e certo non meno importante, riscoprire le proprie origini di figli di un popolo contadino, di una città millenaria e resistente nei momenti difficili e con la capacità di reinventarsi, di una cultura che ha tanto da insegnare al mondo, oltre che imparare da questo. Naturalmente c’è tanto altro ancora… e le responsabilità di costruire una comunità ideale come questa appartengono a tutti noi materani e lucani, mai dimenticando che non viviamo in un sistema chiuso e che ognuno di noi può dare il suo piccolo o grande contributo.

Il compito appartiene a noi cittadini di una comunità organizzata, che decidiamo di affidare tante responsabilità, doveri, incarichi, oltre che speranza, fiducia e un filo di illusione alla politica. E su questo tema, volendo essere generosi ancora una volta, la politica nell’ultimo periodo a Matera ha fatto molto poco. Mettiamola così, avrebbe potuto (e potrebbe) fare molto molto di più. Naturalmente si tratta di una opinione personale, ma spero che, leggendo fino alla fine l’articolo, la considererete motivata.

Se vogliamo provare a pensare a quello che manca adesso a Matera, potrebbe essere utile partire dagli studi scientifici che son stati fatti fino ad ora sulle Capitali Europee della Cultura. Senza voler entrare troppo nel dettaglio (ma lasciando nelle note alcuni riferimenti per approfondire) e mettendo da parte le specificità di ogni città che ha beneficiato degli effetti del titolo, possiamo generalizzare che l’impatto economico principale in una ECoC è dato dall’aumento dei flussi turistici1. Quello che a Matera ci si proponeva di fare in più, oltre che gestire i processi legati al turismo (marketing, supporto ai network dell’accoglienza, attività legate alla domanda e all’offerta del prodotto culturale da offrire al turista-cittadino temporaneo, ecc…), era legato all’innovazione sociale. Lavorare sugli strumenti di cui una città dalle grandi aspirazioni di cambiamento aveva bisogno. Evitare di creare due esperienze troppo diverse di vivere la città, una destinata ai turisti e una destinata ai cittadini permanenti, ma generare valore condiviso per entrambi. Costruire basi stabili in campi a volte abbastanza distanti dal turismo, ma molto più vicini alla comunità residente.

Tutto questo e tanto altro potete trovarlo sempre nel dossier Open Future2 e può essere approssimato citando i progetti della sezione “Build-up”, tra cui Matera ChangeMakers (il programma di capacity building che mira a “costituire un team di project manager motivati e competenti, che abbiano un profondo legame con la regione e con il Sud Italia, la cui cura e attenzione nei confronti del contesto locale, unite a competenze gestionali e internazionali consolidate, garantiscano un’adeguata continuità anche dopo il 2019”), Matera Links (e i programmi di audience development per creare “un programma triennale di seminari, visite di studio e studi digitali, per ricollegare le iniziative culturali ai potenziali gruppi target, stabilendo relazioni sostenibili”), Matera Public Service (in cui si dice che “una delle sfide chiave sarà quella di incoraggiare la classe politica e i funzionari pubblici ad avere un atteggiamento piú aperto all’innovazione e positivo verso l’adozione di strategie di sviluppo del territorio su base culturale”) e BrickStarter (per occuparsi di rapporto e comunicazione tra cittadini e istituzioni). Sono citati alle pagine 54-55, con una bella foto di Giuseppe Liuzzi di Syskrack al lavoro con la sua stampante 3D.

Questi sono gli interventi che andrebbero a migliorare l’ambiente materano e lucano, a costruire una migliore cultura civica, creando valore per quell’interesse collettivo di cui si parlava prima. E queste sono state alcune delle cose apprezzate dai commissari europei che ci hanno nominato Capitale della Cultura. E la politica locale sembra non avere per niente idea di cosa si tratti, o almeno, a giudicare dai comunicati stampa e dagli interventi pubblici, sembra che quando si toccano i temi di occupazione, opportunità e sviluppo sociale, l’unica formula (magica) che prima o poi ci stancheremo di ascoltare sia quella che “bisogna creare posti di lavoro” (con delle varianti tra cui, la più gettonata è “la gente chiede soltanto lavoro”…). Adesso, escludendo che si tratti soltanto di frasi di circostanza, di comunicazione per la comunicazione, forse uno dei rischi più grossi è che il significato che si attribuisce a questa formula sia lo stesso che si attribuiva qualche decennio fa, negli anni in cui la politica è stata abbastanza attiva nel creare posti di lavoro, spesso seguendo però logiche non troppo trasparenti e meritocratiche.

Nell’accezione più meridionale di questo genere di politiche, quando un politico crea posti di lavoro, le prime domande che ci verrebbero in mente sono forse “Che genere di lavoro crea?”, “Per quali persone lo crea?”, “Con quali logiche?” e soprattutto “Che cosa chiede in cambio?”. Parlare di tutto questo potrebbe farci provare un po’ di tristezza, un po’ rabbia e di desolazione, sopratutto se pensiamo che le teorie più recenti sull’arretratezza del Mezzogiorno affidano la natura dei nostri ritardi proprio all’incapacità di abbandonare abitudini e pratiche sbagliate3. “Perché il Sud è rimasto indietro” è uno dei libri che considero fondamentali per approfondire il tema del divario economico e sociale tra Nord e Sud, e Emanuele Felice parla appunto dei vincoli di path dependence (dipendenza dal percorso) e della necessità di romperli, di rompere gerarchie politiche basate sul voto clientelare, legami con un modo di fare politiche pubbliche dannoso per la collettività che arricchisce soltanto poche elite secondo la tradizione delle istituzioni estrattive (studiate principalmente da Acemoglu e Robinson, della cui teoria si trova una sintesi nel libro “Perché le nazioni falliscono”4). Il progetto di Capitale Europea della Cultura nella sua natura potrebbe essere considerato un elemento di rottura della path dependence, ma se qualcosa non cambia veramente c’è il rischio che questo resti soltanto un buon argomento da approfondire in una tesi di laurea. Naturalmente l’ipotesi di partenza è molto pessimista, ma l’età di coloro che ci rappresentano e le passate esperienze di alcuni non fanno ben sperare.

In tutto questo, però, credo che l’errore più grande sia quello di tirarsi fuori da tutto, di fare la parte dell’osservatore che sta lì nell’attesa che qualcosa succeda. Nel momento in cui questo comportamento lo assume chi, in buona fede, non conosce ancora in cosa consisteva il progetto di Matera 2019, chi non ha letto il dossier e ha provato a informarsi, magari chiedendo a qualcuno che fosse meno informato di lui; tutto questo potrebbe essere comprensibile e purtroppo creare quel confuso rumore di fondo di una popolazione che ha delle aspettative molto alte e pretende di cominciare a vedere qualcosa di nuovo (che non sia soltanto un bel Capodanno di RaiUno, come mai se ne sono visti a Matera). Meno comprensibile è il caso in cui a essere un po’ troppo confusa è la politica. Una politica locale che, nelle poche cose fatte, continua a considerare Paolo Verri una persona scomoda e ha deciso di voler tenere a distanza personalità di fama internazionale come Joseph Grima che hanno contribuito alla realizzazione del progetto di Matera 2019 e con la loro esperienza sono risorse importanti per organizzare un’offerta culturale contemporanea.

E se questa politica non può tirarsi fuori da tutto per dovere, onestà (e forse anche perché è pagata dai cittadini per occuparsi di questo), c’è qualcun altro che, invece, non dovrebbe farlo per un altro motivo. Perché, altrimenti, per cosa abbiamo messo in piedi tutto questo? E il riferimento è alla mia generazione, quella che più o meno nel 2019 dovrà prendere le decisioni più importanti, chiedendosi in che direzione le proprie vite dovranno andare.

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A dispetto di chi è etichettato come giovane e sta per compiere 40 anni, c’è una generazione che sta ancora studiando, che ha appena finito, che ha da poco cominciato a cercare la sua realizzazione lavorando, e che deve sentire sulle sue spalle la responsabilità di essere cittadino presente, futuro, permanente, temporaneo o qualcos’altro della Capitale Europea della Cultura.

Una delle frasi che mi ha colpito di più dell’ultimo articolo pubblicato da Mauro qui su Profumo di Svolta è nell’introduzione: “Siamo convinti che forse le occasioni da cogliere in quanto giovani generazioni non debbano essere legate all’aprire nuove strutture alberghiere: è n’aspirazione che non ci appartiene, non è il modo in cui possiamo nutrire il nostro territorio, facendo fruttare quello che continuiamo ad imparare ogni giorno”E’ una domanda importante che deve farsi chiunque si troverà presto a cercare un’occupazione a Matera e non ha il sogno o l’aspirazione di lavorare nel settore del turismo. E che in questo momento spera di non stare vivendo quella breve parentesi di trasformazione della cittadinanza materana da popolo di contadini a popolo di albergatori e ristoratori (con tutto il rispetto che meritano tutte queste tre categorie per il loro valore nella società).

La giusta domanda a cui provare a cercare una risposta, che sia parziale, confusa, ambiziosa o fin troppo precisa. Una risposta che magari non sarà quella giusta, ma che potrebbe essere utile a creare qualcosa di nuovo a Matera (come la proposta del Centro per le Arti Urbane dell’articolo) o a migliorare qualcosa che non c’è. Una risposta che sicuramente sarebbe quella giusta da dare a chi è immobile in questo momento, magari utile anche per suggerirgli una direzione. Anche perché in un gioco in cui si è tutti immobili e ci si aspetta la mossa degli altri, c’è il rischio di restare tutti fermi, mentre il tempo continua a scorrere. E se la politica avrà sempre le responsabilità, come scriveva sempre qui Roberto qualche tempo fa, in periodo di campagne elettorali: “Chiunque sarà il futuro Sindaco della nostra città, qualsiasi sia la sua “squadra” di governo della città, non ci sarà rivoluzione, né miracolo. Il cambiamento è un processo lento e difficile, e […] dopo una vittoria alle elezioni a nessuno viene regalata una bacchetta magica e nessuno viene dotato di un mantello da supereroe.”

… e concludeva, poi, l’articolo come penso che sia giusto concludere questa lunga riflessione.
“Ci sarà bisogno di tutto il nostro impegno affinché il frutto del nostro lavoro possa maturare, sarà necessario che generazioni diverse si prendano per mano e proteggano quel frutto che è ogni giorno un po’ più bello, più buono, ma anche più fragile e, comunque, sempre indifeso. Non bastano cinque anni per cambiare la nostra città, ma è necessario che prestiamo attenzione ad ogni attimo, ad ogni istante di tempo che scorre per la nostra realtà, perché sarà anche la realtà nella quale molti di noi, e molti altri cittadini d’Europa, ce lo auspichiamo, vorranno veder crescere i propri bambini”.

Giuseppe Cicchetti

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Note:
1 Riferimento principale al rapporto European Capitals of Culture: Success Strategies and Long-Term Effects del 2013. Disponibile qui. Per approfondire, è possibile trovare un elenco di pubblicazione suggerite nella bibliografia di questo elaborato.
2 Il dossier Open Future di Matera 2019 è disponibile qui.
3 Il riferimento è alle tesi neoistituzionaliste applicate all’arretratezza del Mezzogiorno. In particolare, al lavoro di Emanuele Felice contenuto nel libro Perché il Sud è rimasto indietro (Il Mulino, 2013). “Le diverse istituzioni, inclusive sono influenzate dalla disuguaglianza interna e dalla composizione sociale: dove la disuguaglianza – nel reddito, ma anche nell’accesso alla cultura – è maggiore, prevalgono istituzioni di tipo estrattivo, ed è questo il caso del Mezzogiorno. A loro volta, istituzioni di tipo estrattivo rafforzano i meccanismi di esclusione sociale e quindi la disuguaglianza: creando così dei vincoli di path dependence (dipendenza dal sentiero) che tendono a far rimanere un territorio o uno stato bloccato in un determinato assetto, socio-economico e istituzionale” (p.219).
4 ACEMOGLU, D., ROBINSON, J., 2012. Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty. London: Profile Books.

Foto da Instagram: un ringraziamento a @scom97 e @materameteo.
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Per fare un passo in avanti. Il Centro per le Arti Urbane

In questi anni il nostro status di studenti fuori sede si è modificato: alcuni di noi hanno portato a termine gli studi, altri stanno continuando il loro percorso di formazione in Università e centri di ricerca in Italia, in Europa e nel resto del mondo. Siamo i protagonisti di un fondamentale processo di evoluzione socio-culturale: abbiamo la possibilità di viaggiare, studiare, conoscere, ma desideriamo che in questa variegata rosa di opportunità ce ne sia anche un’altra. Si tratta di un’utopia del presente che potrà diventare una realtà nel futuro. Sono tre anni che ci confrontiamo e cresciamo, ci impegniamo concretamente per il nostro territorio anche quando – quasi sempre – siamo distanti, perché la lontananza non annebbia le nostre speranze.

Lungi dalla retorica dei cervelli in fuga o dall’elenco delle carenza del territorio, manteniamo uno spirito propositivo.
Siamo ben consci che Capitale Europea della Cultura non significhi “lavoro assicurato” e che il titolo acquisito non ci iscriva automaticamente in una lista di collocamento speciale, basata solo sulla natalità in un determinato Comune. E’, infatti, necessario da parte di tutti un apporto decisivo, pragmatico, perché i ponti sono stati creati, ma spetta a noi contribuire al loro sviluppo concreto.

Stiamo vivendo il mondo e stiamo crescendo, attraverso le esperienze più disparate, come cittadini del mondo. Siamo convinti che forse le occasioni da cogliere in quanto giovani generazioni non debbano essere legate all’aprire nuove strutture ricettive: è n’aspirazione che non ci appartiene, non è il modo in cui possiamo nutrire il nostro territorio, facendo fruttare quello che continuiamo ad imparare ogni giorno. Pertanto siamo a lungo posti due sole, ma fondamentali,  domande:

Cosa ci mancava, quando eravamo a Matera da liceali?
Cosa ci mancherà, quando torneremo?

Ne abbiamo parlato a lungo, ci siamo confrontati e scontrati in base alle esperienze che stiamo vivendo e agli uomini che stiamo diventando; da tempo custodiamo questa proposta sulla quale siamo sempre più compatti e convinti. E’ una proposta e come tale manca di riferimenti economici ma siamo pienamente convinti che sia realizzabile e sostenibile (anche attraverso l’appoggio di partner privati e istituzionali, come nel caso di alcuni progetti realizzati altrove di cui parleremo più avanti). Qualora ci fosse un reale interesse ad approfondire la faccenda da parte del soggetto pubblico, noi siamo pronti per metterci al lavoro e dimostrare quanto detto poco sopra.

Quasi due anni fa abbiamo pubblicato una proposta per realizzare a Matera un’aula studio pubblica e gratuita, pensata per gli studenti, ma fruibile da parte di tutti i cittadini.
Oggi vogliamo provare ad andare oltre: sognare non costa nulla e la proposta – per quanto ci riguarda – non è adagiata sulle nuvole. Per semplicità, chiameremo questo spazio “Centro per le Arti Urbane” (CAU): un punto di riferimento, in primo luogo, per la comunità studentesca materana, ma che proponga una programmazione artistica di livello che coinvolga tutte le fasce della cittadinanza. L’obiettivo è costruire un centro nel quale sia possibile provare a sperimentare le diverse attività che, ad oggi, non trovano sfogo in città; uno spazio in cui organizzare mostre, performance ed eventi di qualunque tipo, mantenendo alti standard qualitativi attraverso la leale collaborazione con le istituzioni culturali locali ed europee. Un centro polifunzionale che preveda corsi formativi e attività, oltre che uno spazio di produzione.

All’interno del CAU ci sarebbe una zona riservata ai concerti da adeguare al tipo di musica e all’affluenza prevista, sale prove attrezzate, un’aula studio, una rampa da skate, un laboratorio di stampa e incisione, uno spazio relax e una zona esposizione: tutto all’interno di un contenitore progettato con passione in ogni piccolo particolare, aperto a tutti e amministrato con trasparenza. Abbiamo pensato da tempo al luogo ideale per questo progetto: l’ ex Centrale del Latte di Matera.

Abbiamo cercato di focalizzare le idee per essere più concreti:

  1. Il recupero della fabbrica restituirebbe uno spazio abbandonato a favore della città, che potrebbe diventare uno spunto ideale anche per altri centri urbani;
  2. Il nostro progetto si situerebbe nel cuore di uno dei rioni più attivi della città, anche dal punto di vista musicale;
  3. La posizione è ottimale, perché manterrebbe un rapporto quotidiano con lo scuole, partner fondamentali del progetto;

Centrale - scuole

  1. Nei pressi si trova un parcheggio multipiano:

Centrale - Parcheggio

E’ ormai vastissima la letteratura relativa ai recuperi di edifici industriali da adibire a centri culturali: i benefici sono indubbi, a patto che la gestione sia chiara e vada oltre un provincialismo culturale che respinge gli influssi e le contaminazioni dall’esterno. La Centrale, infatti, ambisce a diventare uno spazio aperto, che attragga artisti di passaggio durante i loro tour nel Sud Italia o che appositamente decidano di esibirsi a Matera. La Centrale accoglierebbe eventi vari e non casuali, cosicché anche i più giovani – che tutt’ora non hanno adeguati spazi dove esibirsi e confrontarsi con il pubblico – possano portare in scena le loro abilità musicali ed artistiche. Molto spesso c’è del talento che non trova l’ambiente adatto per emergere. Noi vorremmo contribuire a realizzare questa reciproca crescita culturale.

Delle recenti esperienze, per alcuni aspetti simili a quella che è la nostra idea per la Centrale del Latte, si può citare il progetto Santeria Social Club, riferimento per la vita culturale milanese. Esso è nato proprio grazie alla vittoria di un bando del Comune per l’assegnazione e la riqualificazione di una vecchia concessionaria. In tema di Capitali Europee della Cultura, il New Horizons Cinema è un “Art House Cinema” e uno dei simboli del progetto di Wrocław, ECoC per il 2016. Oltre ad avere una regolare programmazione, ospita proiezioni di lavori sperimentali e classici, ha programmi di educazione cinematografica per studenti di tutte le età, ospita mostre e concerti, ed è un luogo che rientra nelle abitudini quotidiane della popolazione giovanile della città. 

Sappiamo quanto separi città come Milano e Wrocław dalla nostra realtà: certamente la densità demografica, che rende sostenibile nel medio-lungo termine un progetto così ambizioso; una maggiore vicinanza ai grandi centri di produzione artistica, che rende possibile accorciare sensibilmente i tempi e i costi.

Siamo, però, convinti che un lavoro serio e di ampio respiro possa permettere di superare queste difficoltà, consegnando alla città un cuore pulsante di creatività e vitalità, che incuriosisca e diventi quel puntino che, ad oggi, manca nelle mappe dei tour musicali e teatrali. Con sincera modestia e impegno serio vorremmo diventare un punto di riferimento, un incentivo concreto per investire su un possibile orizzonte del nostro futuro, perché siamo giovani, perché siamo materani, perché crediamo fortemente nella vera essenza della cultura.

Mauro Acito

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3 grafici (+1) per capire la Basilicata del Rapporto Svimez

di Giuseppe Cicchetti

Dell’ultimo Rapporto SVIMEZ si è parlato molto ultimamente, e non soltanto tra gli economisti. Si tratta di un bel malloppo da più di 800 pagine rivolto a tecnici ed esperti, fondamentale per capire a che punto è Sud e quanto quel divario che separa l’Italia in due metà si stia ampliando o restringendo. La presentazione del Rapporto di quest’anno, che si è svolta a Roma lo scorso 27 ottobre, è stata anche un’occasione per far emergere alcune proposte direttamente rivolte a politici e tecnici amministrativi con poteri e responsabilità importanti. Quanto questi (e lo stesso Rapporto) saranno utili, lo si vedrà con il passare del tempo. A noi “comuni mortali” interessa, invece, capire qualcosa in più su quello che sta accadendo in una terra che, insieme a giovani, ricchezza e posti di lavoro, sta perdendo anche la speranza. In mancanza del tempo e degli strumenti giusti per interpretare parole, tabelle e grafici, si rischia spesso di consegnarsi nelle mani di articoli e comunicati che – com’è normale che sia – utilizzano dati oggettivi per raccontare la realtà da un punto di vista soggettivo e questo spesso ci lascia una versione parziale delle cose, spesso riduttiva, della quale bisogna evitare di accontentarsi.

In questo articolo, cercheremo di raccontarvi il ruolo di una piccola regione come la Basilicata all’interno del Rapporto SVIMEZ 2015 sull’economia del Mezzogiorno. Per non essere troppo noiosi ci serviremo soltanto di 3 grafici (colorati e interattivi) e vi forniremo tutti i riferimenti necessari per controllare i dati e approfondire.

Cominciamo con il primo. La Basilicata che esporta!

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Nel 2014 le esportazioni sono aumentate del 9,9%1. Cresce il valore di quanto la Basilicata riesce a vendere all’estero e questo dato si contrappone a quello delle regioni vicine che fanno registrare risultati negativi (Campania -1,7%; Calabria -8,1%; Sicilia -13,9%) e le esportazioni del Mezzogiorno nel complesso diminuiscono del -4,7%. Complessivamente in Italia l’export aumenta del 2% grazie all’economia delle regioni del Centro-Nord (+3%).

Si tratta di un dato che rende orgogliosi i lucani, certo. Ma è importante considerare alcuni elementi per evitare di risultare superficiali e per comprendere anche alcune conseguenze di valore politico e sociale. Per prima cosa, non bisogna fare l’errore di sovrastimare questo dato. Le esportazioni lucane rappresentano soltanto il 3% circa del totale del Meridione: di conseguenza influenzano poco il risultato totale, ma soprattutto bastano variazioni (relativamente) piccole nell’export dell’industria regionale a condizionare il dato. A maggior ragione, e questo deve aiutarci a interpretare il dato nella maniera giusta, se pensiamo che la produzione di autoveicoli rappresenta da sola il 68%2 delle esportazioni lucane (esclusi “Coke e Prodotti petroliferi raffinati”). Capiamo che l’aumento dell’export è semplicemente lo specchio del risultato economico degli stabilimenti della FCA di Melfi.
E’ un risultato di cui essere molto contenti e festeggiare, perché l’industria automobilistica e il suo indotto sono dei pilastri dell’economia lucana. Ma riflettendo un po’ sugli eventi della quotidianità lucana è tragicamente comico pensare che siamo una regione che alza con forza la sua voce contro lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, poi non si interessa troppo alla raccolta firme per i referendum abrogativi in materia di trivellazioni, e infine arriva a esaltarsi per i risultati positivi dell’industria automobilistica (che sfrutta i combustibili fossili come risorsa indispensabile) facendone l’emblema del suo progresso. Forse dobbiamo impegnarci un po’ di più per chiedere un modello di sviluppo regionale diverso.

Ma torniamo a Svimez e passiamo al secondo grafico.
La Basilicata e la povertà.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

Si tratta di dati3 relativi al 2013. Sostanzialmente un lucano su 3 (31,2%) è a rischio povertà, e questo dato è in linea con quello dell’intero Mezzogiorno (32,8%). In Italia, invece, siamo al 18,1%. Il concetto di povertà4 attraverso cui si descrivono questi fenomeni sociali prende in considerazione il reddito familiare e individua una soglia di rischio di povertà al di sotto della quale le famiglie, se non sono già povere (perché per esempio possono finanziare i consumi con i risparmi accumulati in passato), possono diventarlo nel corso del tempo. E’ un dato indispensabile per comprendere il contesto della nostra regione, importante per tenere i piedi per terra e ricordarsi che il progresso nella nostra regione non potrà lasciare indietro gli ultimi. E’ un dato che, solo in parte, possiamo considerare attenuato da uno dei più grandi valori che il passato della nostra regione e la civiltà contadina ci hanno lasciato in eredità. La frugalità, il sapersi accontentare del poco che si ha.

Il terzo grafico riguarda l’occupazione.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

Rispetto al 2008 e agli anni precedenti alla crisi economica, la Basilicata ha perso il 6% degli occupati e l’intero Mezzogiorno il 9%. Ma nel 2014 la Basilicata guadagna circa 2.600 occupati5. Si tratta di un dato in leggera controtendenza con il resto del Sud, dove l’occupazione continua a diminuire. Se approfondiamo, scopriamo anche che nel 2014 gli occupati aumentano nel settore dell’agricoltura e in quello dell’industria, ma non in quello dei servizi. E’ facile prevedere una crescita notevole per i prossimi anni in quest’ultimo settore, che sarà dovuta alla nuova vocazione turistica da poco ritrovata della regione.
Se da una parte questi piccoli segnali incoraggiano il nostro ottimismo, dall’altra dobbiamo sempre evitare di cadere nella trappola dell’isola felice, quella di una Basilicata che può farcela da sola in un Sud dove lavora soltanto un giovane su quattro (il 26,6% tra i 15 e i 34 anni, in Grecia sono il 38,1%, in Spagna il 44,6%) e soltanto una giovane donna su cinque (20,8%). Già le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ ci evidenziavano la situazione dei NEET (Not in Education, Employment or Training): quattro giovani su dieci sono fuori dal mercato del lavoro e dai circuiti formativi (in Grecia sono il 29,5% e in Spagna il 22,4%)6.

I numeri spesso aiutano, ma non sono altro che un punto di partenza per capire in quale direzione bisogna scegliere di andare. Per comprendere meglio il futuro della nostra regione possiamo accostare a questi tre grafici elaborati sulla base dei dati Svimez, un quarto (costruito sulle serie storiche dei dati APT-Basilicata7, che si fermano al 2014) che mostra come il turismo nella città di Matera stia crescendo e che forse non necessita ulteriori commenti.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

L’immagine di Matera sta riuscendo a trascinare il turismo nell’intera Basilicata, e i trend di crescita saranno ancora più evidenti nei prossimi anni. Questa è già l’eredità del percorso che ha portato Matera a diventare Capitale Europea della Cultura 2019 e nonostante il turismo sia soltanto uno dei temi centrali del dossier vincitore, sarà quello che mostrerà gli effetti più evidenti nei mutamenti economici e sociali della regione.

Recuperando un punto di vista generale su tutto il Sud, i suggerimenti della SVIMEZ rimangono gli stessi degli ultimi anni: il Governo nazionale, Enti e Amministrazioni Locali devono intraprendere politiche pubbliche di ampliamento della spesa, essere i primi a impegnarsi affinché si creino le condizioni favorevoli per una ripresa degli investimenti e dei consumi. D’altra parte, però, è importante considerare la necessità di politiche di investimento migliori dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. La storia recente lucana è un esempio positivo della volontà e della capacità di creare progetti di qualità e mettere al centro lo sviluppo e la coesione sociale, oltre che la crescita economica. Come questa, esistono tante esperienze virtuose al Sud (e altrove) e diventa fondamentale monitorarle e studiarle, per poi replicare questi modelli in altri contesti simili che possono diventare realtà in grado di attrarre investimenti.

La Basilicata ha deciso di costruire il suo futuro puntando sulla cultura, sulla forza trascinatrice del progetto di Matera 2019. Ha deciso di costruire un programma di investimenti di cui beneficeranno direttamente e indirettamente i settori economici delle industrie creative e culturali, oltre che quello del turismo e altri collegati (in Italia per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,7 in altri settori8). Bisogna, però, avere il coraggio di acquisire una prospettiva più ampia sulle condizioni del Mezzogiorno, perché credere nella fortuna di un’isola felice, di cui si parlava prima, circondata da una terra di deserto economico e sociale è da ingenui, oltre che una prospettiva irreale e per niente auspicabile. Bisogna che le potenzialità del Mezzogiorno, insieme ai suoi problemi, diventino oggetto di attenzione e di fiducia da parte di tutti gli italiani e dell’Europa. E occorre che a prendersi cura di una terra macroscopicamente in declino siano per primi i suoi abitanti.

Giuseppe Cicchetti

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Note:
1 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 34. Esportazioni nel 2014 nelle regioni italiane, p. 87.
2 Quaderno SVIMEZ – Numero speciale (37), 2013. Rapporto sullo stato dell’economia della Basilicata e sulle prospettive di una ripresa sostenibile. Tab. 4. Esportazioni totali e per settore, p. 11.
3 Rapporto SVIMEZ 2015. Fig. 3. Individui a rischio di povertà. Anno 2013, p. 176.
Riguardo il rischio di povertà (indicatore Europa 2020). Secondo gli standard Eurostat, la popolazione a rischio di povertà è la percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile equivalente (dopo i trasferimenti sociali) inferiore ad una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione del reddito familiare disponibile equivalente nel paese di residenza. Nel 2013 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2012) è pari a 9.456 euro annui (9.238 euro annui se espressa in PPA). Rischio di povertà o di esclusione sociale (indicatore Europa 2020). L’indicatore considera la percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: (1) vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (vedi bassa intensità di lavoro); (2) vivono in famiglie a rischio di povertà (vedi rischio di povertà); (3) vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale (vedi deprivazione materiale grave).
5 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 4. Variazione degli occupati tra il 2013 e il 2014, per settore di attività e regione, p. 141.
6 Dati disponibili anche online sul sito della SVIMEZ.
7 Dati sulle serie storiche disponibili anche online sul sito dell’APT Basilicata.
8 Riferimento agli effetti del moltiplicatore del Sistema Produttivo Culturale nel 2014. Symbola-Unioncamere, Rapporto Io Sono Cultura – 2015, p. 60. Disponibile anche online sul sito della Fondazione Symbola.
7 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 34. Esportazioni nel 2014 nelle regioni italiane, p. 87.

Foto in evidenza da Instagram: un ringraziamento a @tunnconoscilsud (https://www.instagram.com/p/-jUpM1h2eI).
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La Basilicata e il petrolio. Da dove cominciare…

di Roberto Colucci e Franco Palazzi

Abbiamo già toccato in passato il tema delle estrazioni petrolifere in Basilicata, ma oggi più che mai è opportuno tornarne a discuterne vista la sua posizione privilegiata nel dibattito politico anche nazionale.

Le discussioni in merito si sono spesso ridotte al tiro alla fune tra i favorevoli (sempre meno e sempre più isolati al livello italiano) ed i contrari (sempre più numerosi e sparpagliati sul territorio regionale), il tutto a danno dell’approfondimento. In questo contesto, tralasciando le opinioni personali, proveremo a fornire alcune informazioni che riteniamo interessanti.

Partiamo, anzitutto, da un breve cenno economico. La storia del petrolio lucano è ultracentenaria (le prime fuoriuscite si verificarono nel 1902¹), ma solo negli anni ’80 si ebbe un deciso incremento¹ delle attività estrattive. Nel 2013, la SVIMEZ attestava in 60 miliardi² di euro il valore delle riserve certe di greggio. I pozzi di estrazione attualmente sono 106 – di cui 39 in produzione – grazie ai quali si estrae in Basilicata circa l’80% del totale nazionale su terraferma. Le royalties accreditate alla Regione ammontano ad oltre 1 miliardo² di euro in 14 anni, di cui 788 milioni nel periodo 2008-2014. Le estrazioni pesano per il 4,8%² sul totale dell’export lucano e, secondo un modello dell’Università di Firenze, generano 5.300 unità di lavoro annuali, pari a circa il 2,9% del totale degli occupati lucani.

Malgrado l’importanza di queste cifre, occorre mettere in luce come, nonostante gli intenti più che nobili (progetti di sviluppo infrastrutturale, sociale ed economico), le royalties sono state spesso utilizzate per coprire spese correnti – lo dimostrano i 40 milioni impiegati a copertura del disavanzo della sanità, i quasi 7 milioni per “servizi generali dell’amministrazione” e i 110 milioni destinati in 10 anni all’UniBas, a fronte di 1,4 milioni impegnati per le fonti rinnovabili.

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In seconda battuta, poi, vanno considerati i costi ambientali delle attività estrattive, come dimostrato dai diversi “incidenti”³ occorsi in passato.

Deve però essere considerato anche il sistema all’interno del quale la Basilicata insiste come territorio: non si può fare completo affidamento, a tal proposito, sulla logica “NIMBY” (Not In My Back Yard), circoscrivendo la validità di determinati principi solo al nostro ambito specifico. In altre parole, se non vogliamo che diverse realtà regionali si rimpallino a vicenda la realizzazione di un termovalorizzatore piuttosto che di una piattaforma petrolifera, bisognerà adottare una visione più ampia e portare avanti una battaglia, nazionale ed internazionale, per il superamento delle fonti di energia fossili.

Fatte queste considerazioni preliminari, possiamo gettare uno sguardo sugli sviluppi più recenti.
Lo scorso anno sette regioni (Abruzzo, Calabria, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto) hanno scelto di ricorrere, in base all’art. 127 Cost., contro l’articolo 38 della legge “Sblocca Italia”, il quale sancisce tra l’altro il carattere “strategico” “[del]le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e [di] quelle di stoccaggio” – permettendo così al legislatore nazionale di scavalcare su questa materia eventuali contrarietà di quello regionale. Tale previsione violerebbe, secondo le ricorrenti, la divisione della potestà legislativa tra Stato e Regioni per come configurato dell’articolo 117 della Costituzione. La Corte Costituzionale ha convocato un’udienza in merito per il 5 Aprile 2016. Nel frattempo, Paolo Maddalena, vice-presidente emerito dell’Alta Corte, ha espresso a margine di un convegno forti dubbi in merito alla costituzionalità della norma contestata.

In attesa degli sviluppi su questo fronte, un gruppo di nove regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto) ha dichiarato la propria intenzione di indire, secondo quanto disposto dall’art. 29 l. 352/1970, un referendum abrogativo proprio dell’articolo 38 – che al quinto comma prevede anche la rinnovabilità del titolo concessorio unico ad opera esclusiva dello Stato.

Già da qualche mese (e fino al prossimo 30 Settembre), inoltre, Possibile, associazione lanciata da Giuseppe Civati, si sta adoperando per raccogliere 500000 firme su otto quesiti referendari, di cui due sulle trivellazioni (gli altri riguardano legge elettorale, jobs act, grandi opere e riforma della scuola) – qui una mappa dei luoghi in cui si può aderire, ai quali vanno a sommarsi gli uffici dei moltissimi comuni in cui sono stati depositati i moduli. La soglia necessaria, non ancora raggiunta, si è avvicinata significativamente nell’ultima settimana, e migliaia di volontari si stanno dispiegando su tutto il territorio italiano per il rush finale.

Dal punto di vista politico, si tratta di iniziative di un certo significato, visto che molte delle regioni interessate sono governate da quello stesso Partito Democratico che ha promosso, a livello nazionale, lo “Sblocca Italia”. I vertici regionali, insomma, pur senza operare, almeno a livello ufficiale, uno strappo vero e proprio con il governo centrale, paiono intenzionati a far valere in una pluralità di sedi la propria contrarietà alle nuova normativa sulle trivellazioni.

Alle urne, dunque, si andrà quasi certamente nella primavera del 2016. Tuttavia, per evitare l’effetto boomerang che si avrebbe in caso di mancato raggiungimento del quorum in quella tornata, una partecipazione popolare massiccia all’iniziativa di Possibile sarebbe fortemente auspicabile, anche in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in vista del voto.

Roberto Colucci
Franco Palazzi

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¹ da Varvelli R., Varvelli F., 2015, Che cos’è il petrolio, Mind Edizioni , Milano.
² da SVIMEZ, 2013. Rapporto sullo stato dell’economia della Basilicata e sulle prospettive di una ripresa sostenibile, Quaderni SVIMEZ – Numero Speciale (37). Roma.
³ si vedano, ad esempio, Bolognetti M., 2013, Le mani nel petrolio, Basilicata coast to coast, ovvero da Zanardelli a Papaleo passando per Sanremo e Tempa Rossa, Reality Book, Roma; Dommarco P., 2012, Trivelle d’Italia, perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri, Altreconomia Edizioni, Milano.

Foto in evidenza da Instagram: un ringraziamento a @lisase29
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Biblioteca Provincale. Per evitare un gioco al ribasso

In tanti tornano a parlare della Biblioteca Provinciale “T. Stigliani” e forse i problemi di questo strano caso tutto materano non hanno mai avuto una risonanza così forte, come in questo momento, arrivando addirittura sulle testate giornalistiche nazionali (Antonello Caporale su Il Fatto Quotidiano del 30.9.2015 disponibile anche qui). Chi segue Profumo di Svolta sa che si tratta di una delle questioni a cui abbiamo dedicato maggiore attenzione, per provare a capire cosa dovesse cambiare per avere una biblioteca “a misura di Europa” (come scrivevamo in questo articolo).

Ci piacerebbe fare un po’ di ordine tra le tante cose che in quest’ultimo periodo sono accadute, per dare qualche informazione in più a chi insieme a noi si sta interessando alla questione e per fare alcune considerazioni che riteniamo fondamentali per arrivare a una conclusione, e chissà magari a una tanto sperata soluzione, che abbiamo capito essere lontana da proclami, propaganda politica e indignazione popolare di circostanza. Proviamo a ripercorrere la storia del 2015, così come noi la conosciamo, per non lasciare indietro nessuno:

Gennaio 2015. La Biblioteca Provinciale “T. Stigliani” comincia a non acquistare più libri, come ci informa Il Fatto Quotidiano con l’articolo di Antonello Caporale (che contiene anche le parole di Pasquale Doria, giornalista del La Gazzetta del Mezzogiorno che ha seguito con costanza la vicenda).

Febbraio 2015. Dai dipendenti della Biblioteca parte un allarme: “La biblioteca rischia di chiudere!!!”. Una parte della cittadinanza materana comincia a mobilitarsi, alcuni degli utenti scrivono una bella lettera aperta alle istituzioni (disponibile qui). Il fermento culmina l’8 febbraio in un flashmob: una catena umana intorno al Palazzo dell’Annunziata, organizzata su Facebook, a cui partecipano anche alcuni importanti esponenti degli ambienti materani della cultura, tra questi il (di lì a poco) sindaco di Matera, Raffaello De Ruggieri. Intanto alcuni di noi cominciano a informarsi per vederci più chiaro, contattiamo il Presidente della Provincia che si dimostra molto disponibile insieme alla Consigliera Anna Amenta. Ci viene detto che la Biblioteca non sta per chiudere, si tratta di una notizia infondata. Semplicemente, in base alla Legge n. 56 del 7 aprile 2014 (cosiddetta “legge Delrio”) potrebbero non essere più della Provincia le competenze per la gestione della biblioteca. Tradotto: potrebbe cambiare qualcosa nella gestione della struttura (es. provenienze dei finanziamenti, riorganizzazione del personale con eventuali trasferimenti, ecc…). La Regione deve ancora legiferare in merito, è in ritardo. Ma comunque vada la Provincia ha i fondi per continuare a coprire i costi di gestione. Bene, allora perché non cogliere l’occasione per rilanciare? Per riportare nel dibattito alcuni temi, a noi cari già, sui i quali da qualche anno abbiamo provato a tenere alta l’attenzione? Ci siamo confrontati con i due amministratori che sarebbero stati pronti a impegnarsi e a convocare presto un tavolo tra tutte le parti coinvolte. Così abbiamo contattato alcuni amici e abbiamo cominciato a parlarne e sui social network e su alcuni dei blog materani e lucani più attivi e interessati a queste tematiche. Con MateraInside.it, Vox Populi – Grassano, OsservatoreLucano.it, La Scaletta Giovani, UDU Bas – Unione degli Universitari Basilicata abbiamo lanciato una petizione online e offline chiedendo principalmente un ampliamento degli orari (quelli attuali sono Lunedì-Giovedì 8.30-18.30 e Venerdì-Sabato 8.30-13.30) e una connessione internet Wifi (magari anche libera e gratuita).

13 febbraio. Tavolo tecnico con Provincia (De Giacomo, Amenta e Nota), direzione della Biblioteca (Angela Vizziello), rappresentanti dell’utenza (noi promotori della raccolta firme, di cui Loforese per gli studenti universitari; Casino per gli studenti delle superiori; Gravela, consigliere del Comune di Matera che si era interessato alla questione). Noi portiamo 700 firme raccolte in poco più di tre giorni. Dal tavolo tecnico emergono alcune considerazioni (report completo qui) di cui: la Biblioteca ha in organico 34 dipendenti – leggasi trentaquattro – e con questi non riesce a garantire orari di apertura maggiori di quelli che già offre; soffre una carenza di risorse economiche. La Provincia ha disponibilità economiche da destinare alla Biblioteca, ma non può – per legge – assumere nuovi dipendenti. I rappresentanti dell’utenza, facendo notare i servizi che l’utenza meriterebbe, suggeriscono che per raggiungere un compromesso accettabile potrebbe essere sufficiente ampliare gli orari di apertura senza ampliare gli orari del servizio di prestito libri, ma unicamente come sala lettura dopo le 18.30 e magari soltanto in alcune aree della biblioteca chiudendone altre (ciò richiederebbe meno personale in servizio oltre le 18.30). Per la questione del Wifi, al Comune di Matera è in cantiere un progetto per dotare alcune aree pubbliche di Wifi gratuito: una delle antenne è posizionata proprio sul Palazzo dell’Annunziata e una volta abilitata anche la Provincia potrebbe approfittarne per dotare la Biblioteca di una connessione wireless.

Conclusioni:
> 34 dipendenti (al 13 febbraio) non sono sufficienti a tenere aperta la biblioteca oltre gli orari attuali;
> la Provincia non può assumere, ma si può pensare di trasferire qualche dipendente della Provincia presso la Biblioteca o, meglio, strutturare un bando insieme alla Regione, magari, per gestire una partnership pubblico-privato con associazioni per tenere aperta la struttura oltre gli orari attuali di chiusura;
> per la connessione a internet conviene aspettare il Comune.

E così nelle settimane successive:
– gli uffici tecnici della Provincia si sarebbero messi al lavoro per capire la fattibilità di alcune soluzioni (proposte al punto 2, o che potrebbero emergere);
– la Provincia si sarebbe messa in contatto con la Regione Basilicata per lavora insieme al bando – del punto 2;
– si sarebbero attese news dal Comune per la disponibilità del wifi.

PS. Gli unici assenti al tavolo sono i sindacati in rappresentanza dei dipendenti della biblioteca, che saranno convocati la settimana successiva e che confermeranno l’indisponibilità a riorganizzare i turni per ampliare l’orario di apertura della Biblioteca.

E così gli universitari fuori sede del nostro gruppo lasciano Matera per le lezioni del secondo semestre, ma si riesce a rimanere facilmente in contatto per le settimane successive.

Aprile 2015. La maggior parte di noi è di nuovo a Matera e viste le aspettative positive chiediamo di essere nuovamente ricevuti in Provincia per discutere degli aggiornamenti, e anche perché nel frattempo si erano aggiunti nuovi firmatari alla petizione e ci interessava tenere alta l’attenzione sul tema. Il 7 aprile gli amministratori ci comunicano che il confronto con la Regione per la strutturazione del bando – con l’utilizzo di fondi regionali e, magari, di un co-finanziamento europeo – era stato avviato e che da lì a breve sarebbero state convocate tutte le associazioni materane per discuterne. La volontà di coinvolgere anche l’utenza nella strutturazione del bando ci fa molto piacere e ci mettiamo a disposizione per far presente le principali necessità che sarebbe stato necessario garantire. Ci viene comunicato che erano stati fatti alcuni passaggi con i sindacati dei dipendenti della provincia per capire eventuali margini di manovra per l’ampliamento degli orari con il personale in quel momento a disposizione, ma non erano andati a buoni fine.

Maggio 2015 – ad oggi… Immaginiamo complici le elezioni amministrative con relative campagne elettorali (che interessano indirettamente anche l’amministrazione provinciale), le vacanze estive, la relativa diminuzione dell’attività amministrativa e le altre priorità politiche nei mesi di luglio e agosto, (ecc…) non ci sono stati ulteriori sviluppi (o forse non siamo riusciti noi a rimanere aggiornati), se non che da luglio la Biblioteca ha smesso anche di acquistare giornali e che le competenze amministrative su ciò che riguarda la cultura non sono state ancora trasferite definitivamente alla Regione, che deve legiferare come avrebbe dovuto farlo in primavera.

* * *

Ecco, speriamo che questo riassunto possa essere utile a chi, oltre a noi, si sta occupando del tema, magari per avere qualche dato in più, qualche nemico a priori in meno, qualche soluzione in testa e per provare a andare oltre i proclami da social network e la facile (e non proprio onesta) propaganda elettorale. E prima di chiudere l’articolo e ricominciare a interessarci della questione da dove avevamo interrotto, perché consideriamo questa una battaglia di civiltà che Matera non può perdere, ci permettiamo qualche ultima considerazione perché si vada oltre il già sentito “è vergognosa una capitale della cultura senza biblioteca”.

Abbiamo fatto più volte la parte dei rompiscatole e a volte ci è stato detto o riferito (anche in modo un po’ offensivo) che toccare gli interessi (o i privilegi) di qualcuno non era la strada giusta per risolvere il problema, ma dato che spesso il nostro punto di vista è stato utile a tanti che lo hanno apprezzato per farsi un’idea più nitida della realtà, vogliamo ribadire come la pensiamo. Ribadire che forse non si tratta soltanto di un problema politico, perché non c’è dubbio che se ci fosse stata una volontà politica decisa e determinata, negli ultimi anni la biblioteca avrebbe offerto un servizio migliore di quello attuale, ma più di una perplessità emerge se si pensa che la soluzione per l’ampliamento degli orari sia quella di assumere nuovo personale da aggiungere ai 34 dipendenti pubblici… chi tra i lettori di quest’articolo è un dipendente o titolare di una piccola azienda privata o ne conosce bene qualcuna, non farà fatica a immaginare che forse in una realtà diversa da quella pubblica 34 dipendenti possono essere in grado di assicurare orari di apertura più ampi di Lunedì-Giovedì 8.30-18.30 e Venerdì-Sabato 8.30-13.30. E proprio perché crediamo che il servizio della Biblioteca debba restare pubblico e non essere privatizzato (perché il modello della Mediateca Provinciale, ad esempio, non ci piace…) siamo convinti anche noi che una soluzione si sarebbe potuta trovare senza necessariamente le nuove assunzioni.
Allo stesso tempo vogliamo ribadire che forse non nemmeno si tratta soltanto di un problema economico: in passato non si è ritenuto necessario far rientrare le risorse per migliorare i servizi della biblioteca nei bilanci della Provincia, oggi tocca alla Regione prendere una decisione e si posso utilizzare i fondi europei del PON “Cultura e Sviluppo” (490 milioni di euro per cinque regioni del Sud) destinati proprio alla tutela del patrimonio culturale pubblico (e anche alla sua digitalizzazione). E se si opterà per un bando pubblico rivolto a qualsiasi soggetto privato, riteniamo fondamentale che questo possa essere strutturato sulle necessità di chi vive la biblioteca (o vorrebbe avere la possibilità di farlo) e che ogni euro pubblico speso possa essere, naturalmente, rendicontato alla cittadinanza con la massima trasparenza.

Siamo consapevoli che il risultato più auspicabile in questo momento, quello di una biblioteca che ha gli stessi orari di quelle di una città universitaria ed, oltre a essere un luogo silenzioso, a volte può animarsi della migliore vivacità culturale che ospita e ospiterà la nostra città, non è realizzabile (almeno in tempi brevi), ma sarebbe importante lo sforzo da parte di tutti di evitare un gioco al ribasso per “salvare la biblioteca”. Perché chiedere che le cose rimangano semplicemente come sono (o come erano prima che la biblioteca smettesse di acquistare libri e giornali) significa chiedere che la biblioteca resti la stessa di qualche decina di anni fa, mentre intorno a lei tutto è cambiato.

La redazione
(per info giuseppecicchetti93@gmail.com)

Foto in evidenza da Instagram:
Un ringraziamento a @lebumb
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Matera 2019 protagonista del rapporto Io sono Cultura 2015

La quinta edizione del rapporto Io sono Cultura (Fondazione Symbola-Unioncamere) dedica un approfondimento al progetto che ha portato Matera a diventare Capitale Europea della Cultura 2019.

Riportiamo qui un estratto del rapporto disponibile in versione integrale sul sito web della Fondazione Symbola.

[…] 3. Cultura come driver di sviluppo territoriale

3.13 A Matera il futuro è open

A differenza dei vari percorsi che negli ultimi 50 anni hanno ribaltato in positivo l’immagine e la traiettoria di Matera, la peculiarità della sfida lanciata dal percorso di candidatura che ha portato Matera ad essere nominata Capitale Europea della Cultura per il 2019 sta nell’essere stata condotta anche con i cittadini di Matera e della Basilicata. Numerose ed efficaci le azioni messe in campo per mobilitare l’intelligenza collettiva di un numero crescente di cittadini, a fronte di un iniziale scetticismo e sfiducia nelle proprie capacità di azione. Lavoro possibile grazie ad un gioco di squadra che ha abilitato le risorse locali (imprese, istituzioni pubbliche, burocrazia, cittadini, istituzioni ed associazioni culturali, media) e valorizzato al meglio il loro apporto. Ponendo l’enfasi sulla dimensione collettiva e sociale della cultura e sul ruolo che i cittadini possono svolgere partecipando, attraverso di essa, al cambiamento e alla cura delle città, Matera prefigura un modello di cultura aperta, accessibile a tutti, grazie anche alle licenze aperte e a nuovi processi di apprendimento.

17 ottobre 2014, h.17.00. L’ora in cui nella prestigiosa Sala del Consiglio del Dicastero della Cultura sarà dato l’annuncio della città italiana che nel 2019 sarà la Capitale Europea della Cultura.
La delegazione dei 6 sindaci delle città finaliste (Ravenna, Siena, Perugia, Cagliari, Lecce e Matera) siede in prima fila di fronte al Presidente della Giuria Selezionatrice, i delegati della Commissione Europea ed il Ministro Franceschini Continua a leggere

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Cercando il nostro futuro. Campagne elettorali e dintorni…

di Roberto Colucci

E’ Maggio e in città c’è grande fermento. Le elezioni si avvicinano e, nonostante la vita da semi-fuorisede, l’atmosfera intrisa del sapore di contesa ostile, che credo ci accompagnerà fino alla fine del mese o poco oltre, è facilmente respirabile.

In campagna elettorale è così, si diventa un po’ tutti partigiani, nel senso meno storico del termine: la cittadinanza si divide come una cellula in mitosi, progressivamente e inesorabilmente, fino ad arrivare alla contrapposizione totale di gruppi numericamente quasi inesistenti. Una contrapposizione che, purtroppo, guarda più ai cognomi scritti sulle casacche dei giocatori in campo, piuttosto che alle idee, alle proposte, alle questioni. La realtà diventa opinabile e soggettiva, le diverse prospettive diventano teoremi inconfutabili per ciascuno schieramento, l’informazione viene passata sotto filtri che la modellano a seconda della volontà di chi la diffonde. E’ un contesto frammentato e fortemente confusionario, quello di Matera2015, la Capitale della Cultura che si avvicina al periodo clou della campagna elettorale. I candidati sono più di 700 (leggasi settecento!), le idee, per la verità, un po’ scarsine, i programmi elaborati in fretta e furia, senza un’analisi delle condizioni economiche, finanziarie e sociali, con tanti che dicono di voler costruire castelli, senza considerare la necessità di cemento, manodopera e principesse che progetti di tale portata presuppongono.

Eppure di problemi da risolvere ce ne sono a bizzeffe, di questioni da discutere nei mesi antecedenti le elezioni ce ne sarebbero state abbastanza da riempire un’enciclopedia del dilemma, ma la discussione, ancora una volta, si è fermata al cognome di uno e dell’altro con (questa sì) una grande novità, la dicitura “Matera2019”. Matera 2019 parte da Matera oggi e anche un po’ da Matera ieri e, quindi, è evidente che si doveva discutere ieri di ciò che vogliamo Matera diventi domani. Nei gruppi che si sono poi trasformati in liste elettorali non lo si è fatto, o lo si è fatto in parte (sicuramente in ritardo) o in maniera non propriamente inclusiva e trasparente, ma piangere sul latte versato non serve a niente e, quindi, come disse qualcuno, è meglio iniziare a confrontarsi adesso sui temi, piuttosto che disperarsi o continuare a procrastinare.

Il fatto che ci siano tanti e forse troppi candidati è sicuramente indice di una tattica (probabilmente poco ortodossa, ma tristemente nota per quel che riguarda le amministrative) che vede nella maggiore quantità di pedine che si muovono una più consistente possibilità di vittoria. Io, che a scacchi non ci ho mai giocato, ma che preferisco la qualità alla quantità, apprezzo lo sforzo di coinvolgere direttamente gran parte della popolazione materana, e ci voglio vedere persino qualcosa di positivo, ma non ne sono poi tanto compiaciuto. Ad una mole enorme di persone in gioco sarebbe potuta corrispondere un’altrettanta esagerata quantità di idee da discutere, migliorare ed aggiungere ai programmi, ma adesso, probabilmente, il tempo a disposizione per renderle concrete e operative non ci sarà. Alla fine, credo che nessuno vietasse ai candidati di iniziare a parlare di progetti tempo fa e, se ciò non è stato fatto, è evidente che sia anche questo il frutto di una scelta tattica che ha ben poco a che vedere con un dibattito politico maturo.

Ad ogni modo, i cittadini materani in prima linea sono tanti, come tanti sono i cittadini materani che si impegnano per la loro città e che invece hanno deciso di restare fuori dalla contesa elettorale, quasi a voler sottolineare il fatto che non basta dire qualcosa di serio o fare qualcosa di buono per la comunità per essere meritevoli di un ruolo politico di rappresentanza. Quasi a voler sottolineare, inoltre, che non è obbligatorio candidarsi se si è impegnati quotidianamente per il miglioramento della propria realtà, perché la politica è un impegno e una vocazione e, secondo alcuni, ci si può impegnare per la propria città senza doversi per forza occupare di amministrazione comunale. Certo, lungi dal demonizzare l’impegno di chi invece, forte di un’esperienza associativa o di un impegno sociale pregresso, decide oggi di mettersi a disposizione della propria città: guai se non ci fossero queste persone!

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Tuttavia, ciò che mi lascia un po’ perplesso è, oltre a quanto già detto, il fatto che tanti sembrano pensare che l’elezione del Sindaco possa essere la panacea per tutti i mali. Il Sindaco non risolverà tutti i problemi della nostra città, non investirà per far funzionare un cineteatro, non riparerà le buche nel tempo libero, non aggiusterà i parchi pubblici che noi distruggiamo, non ripulirà le strade dalle cartacce che noi gettiamo, non ci troverà un lavoro, non riporterà a casa le migliaia di ragazzi che ogni anno abbandonano la loro terra per andare a cercare fortuna altrove e non chiamerà giovani da tutta Europa per farli venire a vivere nella pur bellissima Matera. Lo diceva già Banfield, che sulla Basilicata ha condotto uno studio sociologico serio e dettagliato: da noi si credeva che il Sindaco potesse fare tutto, risolvere tutti i problemi, dirimere ogni questione, ma non è così. Lo si poteva pensare cinquant’anni fa, quando la società contadina era pressoché l’unica anima di una Basilicata dimenticata dal resto d’Italia, quando Matera era la “vergogna d’Italia”, ma non lo si può più pensare oggi, al tempo di Matera Capitale Europea della Cultura.

Chiunque sarà il futuro Sindaco della nostra città, qualsiasi sia la sua “squadra” di governo della città, non ci sarà rivoluzione, né miracolo. Il cambiamento è un processo lento e difficile, e il Sindaco, gli Assessori, i Consiglieri tutti potranno avere un ruolo sicuramente importante nel favorire o meno questo cambiamento, nell’indirizzarlo verso un’idea di Matera piuttosto che un’altra, ma l’onere fondamentale, quello realmente decisivo, quello più pesante, continuerà a gravare sulle spalle di tutti i cittadini materani. Dopo una vittoria alle elezioni a nessuno viene regalata una bacchetta magica e nessuno viene dotato di un mantello da supereroe.

La Matera che desideriamo, una Matera dove ci siano possibilità differenti e migliori deve essere costruita giorno dopo giorno insieme alle migliaia di ragazzi che vivono fuori e che si confrontano con realtà più evolute, con le migliaia di studenti e professionisti che tornano a Matera forti di una esperienza internazionale, sfruttando le energie di chi a Matera non ci è mai stato, ma che potrà decidere di fare di Matera la propria opportunità, guardandola con occhi disinteressati, realistici, obiettivi. La Matera che vogliamo è un frutto che coltiviamo da anni, che talvolta abbiamo messo in ombra o privato del nutrimento necessario, ma che adesso, finalmente, stiamo imparando a far crescere nel modo adeguato. Ci sarà bisogno di tutto il nostro impegno affinché il frutto del nostro lavoro possa maturare, sarà necessario che generazioni diverse si prendano per mano e proteggano quel frutto che è ogni giorno un po’ più bello, più buono, ma anche più fragile e, comunque, sempre indifeso.

Non bastano cinque anni per cambiare la nostra città, ma è necessario che prestiamo attenzione ad ogni attimo, ad ogni istante di tempo che scorre per la nostra realtà, perché sarà anche la realtà nella quale molti di noi, e molti altri cittadini d’Europa, ce lo auspichiamo, vorranno veder crescere i propri bambini.

Roberto Colucci

 

 

 

 

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