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Le 10 cose che mi ha insegnato Matera 2019

Oggi, 17 Ottobre 2014 si decide quale tra le 6 città finaliste sarà nominata Capitale Europea della Cultura. Matera è ancora in corsa, e addirittura è data come favorita in alcune classifiche parziali. Le emozioni e le sensazioni di queste ultime ore saranno irripetibili perché, comunque vada, sabato 18 Ottobre Matera non sarà più la stessa di prima. Vincitrice o perdente che sia, Matera guarderà al futuro pensando a questi ultimi anni come a un periodo intenso di riflessione e di azione in vista di un (non troppo lontano) futuro. E’ per questo che consiglio a ogni materano, a ogni lucano di ritagliarsi qualche minuto della propria giornata per pensare al futuro della città e della propria regione, alle proprie aspettative, perché soltanto in queste ore, forse, riuscirà a farlo a “mente fresca”. Intanto io vi propongo un elenco di 10 cose (soltanto alcune delle cose) che negli ultimi anni ho imparato dall’interno e dall’esterno dell’ambizioso progetto di Matera 2019. Spero possano essere proprio queste un primo spunto di riflessione.

1. Non basta essere di Matera, non basta amare follemente la propria città per essere la persona più adatta a farla crescere.
Abbiamo bisogno di uomini e donne non materani, non lucani, non italiani per riuscire a apprezzare ancora di più il nostro patrimonio culturale, per comprendere la nostra grandezza. Come avrebbe mai potuto un materano, ad esempio, fare riferimento alla propria città come a una capitale mondiale dell’ospitalità, quando per noi lucani l’accoglienza è la normalità. Se non scopriamo e non sperimentiamo le nostre unicità, l’eccezionalità di ciò che ci rende speciali, non potremo mai apprezzare noi stessi abbastanza. E l’apertura con l’esterno, le porte aperte a nuovi cittadini, la volontà di fidarsi di chi potrebbe conoscere la nostra terra non abbastanza quanto noi stessi ha risvolti positivi sullo sviluppo sociale, turistico, culturale, anche dal punto di vista economico e imprenditoriale. Chi, se non un “forestiero”, può portare qualcosa di nuovo e innovativo tra i cittadini abituali di un certo luogo?

2. Il fatto che i giovani non devono allontanarsi dalla Basilicata è una cazzata.
Dobbiamo farlo: dobbiamo andare via se ne abbiamo la possibilità e considerare questo un regalo che facciamo a noi stessi, oltre che un piccolo sacrificio. Perché lontani da casa dobbiamo incontrare il mondo, studiare qualcosa è diverso, vivere da soli, imparare nuove lingue, conoscere nuove persone, innamorarci di nuovi posti, sentire la mancanza di casa e capire veramente se dovrà essere qui il nostro futuro e così tornare magari un giorno molto migliori, più entusiasti e motivati di quando siamo patititi. Sicuramente meno frustrati: perché anche da lontano sapremo di poter contribuire alla crescita della nostra terra, se veramente lo vorremo.

3. L’entusiasmo dei più giovani è il futuro.
Certo, non può prescindere dall’esperienza, dai consigli e dai valori di chi ormai non ha più l’età o la forza di esserlo. Ma è con l’apertura mentale dei più giovani, con la loro propensione all’innovazione che ci si prepara per un avvenire migliore. E soprattutto con la loro libertà: la libertà di seguire i propri sogni, di mandare a fanculo chi pretende di aver già pensato per loro un futuro diverso da quello che essi stessi stanno sognando e che magari hanno già cominciato a costruire. La libertà di guardare negli occhi qualcuno con qualche capello bianco di troppo, ascoltare la sua opinione e poi, dandogli del tu, del lei, del voi, esprimere la propria opinione, proponendogli il proprio punto di vista e motivandolo. Se questi due uomini continueranno a confrontarsi con rispetto, educazione, onestà, sincerità e con la voglia di dialogare senza alcuna barriera: allora in quel momento, in quella conversazione qualcuno starà ponendo le fondamenta di un futuro migliore.

4. Non si può restare soli.
Oggi, un gruppo di persone che lavora isolato, che organizza iniziative, che scrive, che pensa e che progetta da solo si sta precludendo troppe opportunità. “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee” (G.B. Shaw). Ma due idee non bastano, sappiamolo. Ci sono state tante occasioni, su piattaforme di discussione reali o virtuali, per collaborare, per conoscere nuove persone che magari avevano i nostri stessi obiettivi, per unire progetti, per poter contare su qualcun altro, per accorgersi che fare qualcosa insieme è sicuramente meglio.

5. Il web è un nuovo punto di partenza.
Sapersi muovere tra social network, piattaforme, community, blog e cloud come utenti attivi (soprattutto) e passivi – quello che potremmo riassumere con ‘conoscere i nuovi alfabeti digitali’ – è come saper leggere e scrivere, fare di conto, conoscere una seconda lingua. E se il CoderDojo è una speranza, la wikicrazia è una sfida.

6. L’importanza di raccontarsi.
Perché il web ci aiuta anche a uscire dall’isolamento attraverso lo storytelling. A volte fare qualcosa di buono, essere soddisfatti di un progetto portato a buon fine potrebbe non essere abbastanza. Nasciamo come uomini che trovano nella condivisione e nello scambio un motivo di vita, un pretesto per instaurare nuovi legami per conoscere e apprendere, confrontarsi e crescere. Raccontare significa riempire i dibattiti pubblici di positività e di propositività, porre le basi per future sinergie, innescare la miccia di un meccanismo che attraverso esempi e esperimenti mantiene viva la società, la colora e la rende più stimolante.

7. Non chiedere il permesso.
Se sono nate Profumo di Svolta a Matera, Vox Populi a Grassano e altre realtà più o meno diverse (come anche l’appena nata e già super attiva sul web Matera Inside), vuol dire che in ogni centro abitato della Basilicata può nascere un gruppo di ragazzi che prova a fare qualcosa di buono per la propria (più o meno grande) realtà. La comunità beneficerà di questa realtà direttamente o indirettamente e forse il destino dei centri abitati della Basilicata non sarà quello inesorabile toccato a Craco Vecchia. Dobbiamo comprendere che amare la propria terra è tutto tranne che starsene con le mani in mano, perché da qualche parte del mondo qualcuno starà lavorando, progettando, costruendo per la terra che ama.

8. Le basi.
Cultura prima di essere letteratura, poesia, arte, architettura (ecc…) è igiene, rispetto per l’ambiente, accoglienza, rispetto per il nostro passato, per le persone con cui viviamo ogni giorno. E’ vita, dialogo, confronto educato. Perché in una città ci sarà sempre chi si lamenta (senza fare nulla), chi critica (senza farsi un esame di coscienza), chi offende (pretendendo di essere rispettato), chi penserà che il frutto del suo lavoro valga di più di quello di altri, che i fondi pubblici sono spesi bene soltanto se sono spesi direttamente per me. Il segreto non è far parte di questo ala della società e non pensare a cosa la società può fare per me, ma a cosa posso fare io per la società (JFK).

9. “La differenza tra il dire e il fare è il fare” (cit.)
Perché nel fare qualcosa di buono, qualcuno sarà pronto a seguirti, spezzando pregiudizi, campanilismi, frustrazioni e trovando nuove motivazioni.

10. Pensare al futuro.
Avere sempre una visione a lungo termine, anche se quello che sto facendo ha bisogno di me adesso. Agire nel presente con un obiettivo più o meno definito nel futuro, che sia esso individuale o collettivo. Questo ci spingerà sempre più a tenerci aggiornati, restare al passo con i tempi, guidare l’innovazione. Ed essere consapevoli di impegnarsi, a volte, per quello che potrebbe essere soltanto un pretesto. Diventare Capitale Europea della Cultura sarà un traguardo, un titolo, un motivo per festeggiare. O forse non lo sarà, soltanto tra poche ore lo sapremo. Adesso invece sappiamo soltanto che è stato un pretesto per conoscere meglio se stessi, riscoprire le proprie origini, pensare al futuro con fiducia e con delle nuove consapevolezze.

Giuseppe Cicchetti

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La nostra Città del Sole

Spesso non si valorizza abbastanza quello che si possiede, perché appare ovvio, lo si dà per scontato. Si comincia a mutare atteggiamento quando, invece, altri lo elogiano dall’esterno o ce lo portano via.

Questo destino, naturalmente, non può riguardare la nostra città, essendo un patrimonio inamovibile, ma è un errore imperdonabile non rendersi conto di quanto sia grande la fortuna di vivere in una città come Matera, antichissima, ma in costante aggiornamento.
In sessant’anni di storia è passata dall’essere definita “vergogna nazionale” nella cosiddetta “Questione Sassi” da De Gasperi nel 1948 ad aggiudicarsi il titolo di città più sicura d’Italia, secondo una recente classifica de “Il Sole 24 ore”; infatti “Matera ha un’alta propensione per la legalità: è una questione cultuale” – ha affermato opportunamente l’assessore comunale alla sicurezza Visceglia. É invidiabile il nostro senso di appartenenza alla città e questo sentimento, in sinergia con le istituzioni, rappresenta il binomio vincente per l’affermazione e la tutela del bene comune, perché per andare lontano bisogna farlo insieme. Ho letto con molta attenzione ed interesse il dossier di candidatura “Open Future”, elaborato dalla Fondazione Matera – Basilicata 2019, che è stato presentato a Roma alla commissione che il prossimo 17 Ottobre decreterà la città vincitrice ovvero quella fra le sei finaliste della short list che rappresenterà l’Italia in qualità di capitale europea della cultura nel 2019. Dalla candidatura di Matera nel 2008, è cominciato un processo virtuoso di cui sono stati e continuano ad essere protagonisti il Comitato Matera 2019, le istituzioni locali, la neonata Fondazione e i cittadini, perché la “cittadinanza culturale” è assieme mezzo e fine di questa competizione in cui il riscontro più lodevole é la partecipazione collettiva, la fiducia comune nella possibilità di cambiare e crescere per divenire più competitivi, più aperti e attivi.

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Nel “decalogo creativo” stilato da CRESCO (acronimo di Comunità Regionale per l’Economia Sociale, la Creatività e l’Occupazione in Basilicata) per sostenere il percorso di candidatura di Matera a capitale europea della cultura, il verbo che preferisco é “CREDERE” fortemente in se stessi, perché solo attraverso la ponderata convinzione che una crescita culturale e collettiva sia possibile è pensabile una meta così ambiziosa. Continuando la lettura del dossier ho scoperto la figura professionale del manager culturale, ho apprezzato le idee innovative che si intendono realizzare mediante importanti progetti quali I-DEA (Istituto Demo-Etno-Antropologico) un’istituzione che tenderà a valorizzare le risorse già esistenti sul territorio oppure come l’apertura dell’ Open Design School, luogo di sperimentazione e innovazione nel campo artistico, scientifico e tecnologico per progettare dal 2015 quanto occorrerà per porre in essere l’intenso programma culturale pullulante di eventi previsti nel 2019, in caso di vittoria! In queste ore di attesa trepidante per Matera sono sotto un altro cielo stellato, ma il sentimento speranzoso per il successo della mia città è inalterato.

Aspettando il verdetto, ripenso alla prima occasione in cui con i miei compagni del Liceo Classico “E. Duni” discutemmo sugli obiettivi lungimiranti della candidatura in sé come fonte di sviluppo. All’assemblea d’istituto in questione partecipò come ospite il nostro sindaco Salvatore Adduce, che già tre anni fa fu veicolo di forte coinvolgimento per tutti quanti noi. Sono lieta di constatare l’evoluzione del dinamismo cittadino in questi ultimi anni teso alla concreta dimostrazione di quanto sia possibile essere gocce dello stesso mare in modo propositivo e non casuale. Una radice di ciò è insita nella storia cittadina ed infatti ricordo con orgoglio che Matera é stata insignita della Medaglia d’argento al Valor Militare, come prima città del Mezzogiorno ad insorgere in armi contro il nazifascismo il 21 settembre del 1943. É opportuno che questo ricordo rimanga sempre vivo nelle generazione presenti e future “perché sappiano con pari dignità e fermezza difendere la libertà e la dignità della coscienza contro tutte le provocazioni e le offese” come si legge sulla lapide celebrativa di tale onorificenza, conferita nel 1966 dal Ministro della Difesa Tremelloni. La precedente rievocazione patriottica mi consente di riflettere sulla spinta propulsiva di cui sono permeate talune azioni non solo a livello di eroismo, ma anche di entusiasmo, come è accaduto durante questi mesi intensi a Matera, perché laddove vi sia un interesse generale ovvero una destinazione comune, allora é più tangibile il desiderio di partecipazione, che credo sia una della possibile espressioni della libertà effettiva.

Nonostante gli abbondanti margini di miglioramento che devono essere sempre considerati per ambire al progresso, sono abbastanza fiera della reazione di Matera nei confronti di questa opportunità per il presente, ma soprattutto per il futuro. La “dolente bellezza” – così definita da Carlo Levi – è divenuta più volte set cinematografico di portata internazionale, è patrimonio dell’UNESCO dal 1993, nonché un favoloso museo a cielo aperto che genera emozioni sempre nuove ed incredibili dall’alba al tramonto. Auspico che questo radioso giorno che è seguito ad una notte assonnata piuttosto lunga possa continuare a sussistere nel tempo, qualora la corona d’alloro non venisse posta sul capo di Matera. In questi ultimi anni la città è sbocciata perché la cultura è gioia e condivisione; credo sia in corso una progressiva rivoluzione nel materano medio che ha riempito le strade della città non solo per festeggiare la Madonna della Bruna il 2 Luglio, ma si è sentito coinvolto anche in numerosissime iniziative come concerti e mostre.

Spero non risulti eccessivo il richiamo a “La città del Sole”, un’opera filosofica scritta nel 1602 dal frate domenicano Campanella da cui si evince tutta la passione e la speranza per la liberazione della Calabria dal dominio spagnolo. Contestualizzando il riferimento all’illustre scritto, mi ha affascinato l’idea di una città organizzata in modo totalmente razionale nel rispetto delle leggi, in cui l’educazione sia garantita ad ogni cittadino assieme alle pari opportunità ed il valore del singolo sia espressione spirituale ed esistenziale di una realtà pacifica e felice retta da principî di giustizia sociale. In una dimensione raccolta come quella materana ho percepito solo di recente una tendenza in questo senso e mi riferisco ad un benessere emotivo nuovo. Probabilmente mi sarò lasciata suggestionare dalla bellezza sempre più potenziata del centro storico in particolar modo o dalla nostalgia benevola che cresce in modo esponenziale quando si vive in un altro posto per la maggior parte dell’anno. Tuttavia, sarebbe ipocrita non considerare che, a latere dell’impegno, ci siano numerose altre esigenze da soddisfare per essere degni di una dimensione realmente europea a partire dal potenziamento delle infrastrutture affinché siano più agevoli gli spostamenti fisici, la valorizzazione di spazi comuni come teatri e giardini pubblici, l’incremento di attività ricreative e originali di carattere nazionale e internazionale diversificate a seconda degli interessi con particolare attenzione a quelli di noi giovani, affinché sia sempre rinnovato e fondato l’amore innegabile verso la nostra cara Matera.

Inoltre, a Matera si deve voler tornare per vivere dove é cominciata la nostra memoria e dove sono custoditi i nostri affetti originari. A Matera si deve poter tornare per lavorare e rinnovare le energie attraverso la riproduzione di intuizioni carpite altrove e spunti tratti da menti intelligenti di materani che hanno girato e vissuto l’Italia, l’Europa, il mondo. Matera è un verso di Scotellaro, un dipinto di Guerricchio, una città invisibile di Calvino di cui “non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Bologna, 15 Ottobre 2014

Anna Rita Francesca Maíno

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Aspettando la primavera

“L’inverno sembrava non avere una fine, e il branco moriva di fame. Il capobranco, il più vecchio di tutti, procedeva in testa e rassicurava i giovani, dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma, a un certo punto, un giovane lupo decise di fermarsi. Disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame e che sarebbe andato a stare con gli uomini. Perché la cosa importante era di restare vivo. Così, il giovane, si fece catturare e col passare del tempo, dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno, di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia, lui corse servile a raccogliere la preda. Ma, si rese conto che la preda era il vecchio capobranco. Divenne muto per la vergogna, ma il vecchio lupo parlò e gli disse così: -io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece, non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni al mondo degli uomini-. La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più.” 
(Educazione siberiana – Lilin Nicolai)

Io non voglio essere un lupo senza dignità. Io non rinnego il mio passato e fiero accetto di essere quello che sono. Io sono un materano. Sono un materano lontano da Matera, lontano dagli altri materani, ma vicino con il cuore alla mia città. Io amo Matera in tutta la sua delicatezza. Allo stesso tempo la odio. Odi et amo. Le cose che ami di più sono quelle che odi di più. In parte è vero. Se non la amassi davvero non sarei capace di odiarla.
La odio perché a lei tengo troppo e mi irrita vederla degradarsi, mi irrita vederla appassire. La odio perché ha tutte le possibilità per diventare qualcosa di grande, ma rimane sempre piccola. La odio perché non le manca nulla per essere una Capitale, ma rimane spesso “un paese del Sud”. E potrei andare avanti, ma voglio fermarmi qui. Basta lamentarsi. Oggi abbiamo la possibilità di crescere. Siamo su un piedistallo e mentre tutti ci scoprono e cominciano a ammirarci, noi cosa facciamo? Niente, siamo bravi con quei giochi di prestigio che incantano, quelle parole e quelle apparenze che non producono mai nulla di concreto. E quando anche questa moda del #portaMateranel2019 finirà, cosa accadrà? Ritornerà tutto come prima, non è così? – Sembrano già materializzarsi le voci degli ottimisti e di chi con fiducia dice che non si tratta di una moda e che anche dietro un hashtag si nasconde qualcosa di più. –

«E allora dato che tu sei così saggio e hai già capito tutto della vita, illuminaci sul da farsi! Non rimanere a criticare chi si sporca le mani senza far niente!» (cit.) «Ma che ne sai tu che cosa succede a Matera?! Tu sei lontano! Non la stai vivendo ogni giorno! non sai tutti i sacrifici che stiamo facendo!» (cit.) «E’ arrivato un altro scienziato di “profumo di suola” che vuole darci lezioni di vita!» (cit.)

Sui social network non è difficile trovare affermazioni come queste, rivolte al noi, a chi si impegna e ci crede, provando anche a superare ostacoli apparentemente invalicabili.
Le domande sorgono spontanee allora: – Qual è questa fantomatica soluzione? Per cosa bisogna combattere? Cosa manca a Matera per essere una Capitale della Cultura? –
Niente, a Matera non manca niente. La prospettiva è un’altra. Proviamo a pensare a ciò di cui Matera non ha bisogno per essere una città viva e per crescere bene. La voglia di fare non manca e oggi abbiamo la possibilità di dedicarci ai nostri progetti con molta più dedizione, ma c’è qualcosa che ci blocca. No, non stiamo parlando dei soliti politici corrotti o della lenta burocrazia di istituzioni malate. Non si tratta di questo.

La colpa è dell’invidia, dell’avarizia, della gelosia. La colpa è dell’egoismo che spesso emerge dall’animo dei materani, della frequente e palese chiusura mentale, della disabitudine al senso comune che a volte si trasforma addirittura in disprezzo. Si dà sempre la colpa alla società. Società: una parola che nella sua astrattezza ci fa dimenticare di essere semplicemente composta da ognuno di noi.
Attribuiamo colpe sempre e soltanto a chi ci sta di fronte, non vogliamo avere responsabilità nelle disgrazie. Mentre siamo pronti a accogliere presto tutti i meriti per ciò che di bello accade. Vogliamo avere tutto e subito senza fare alcun sacrificio, senza metterci in gioco e senza rischiare di perdere nulla, magari stando anche comodamente seduti in poltrona, attenti a non sbilanciarci oltre il limite della nostra comfort zone. Guardiamo con molta attenzione cosa fa il nostro vicino, lo invidiamo, ne parliamo male, magari cerchiamo anche di ostacolarlo. Guardiamo qual è il contributo che prova a apportare in un progetto collettivo e tentiamo di fare qualcosa di simile soltanto per pareggiarlo, non perché mossi da un sano spirito di iniziativa, ma perchè non possiamo essere da meno.

Il bene comune ci è sconosciuto. Ci è sconosciuta la gratuità, il dare se stessi, magari anche dare materialmente ciò che uno possiede. Troppi materani sono dei ragionieri. Si fanno i conti in tasca. Ti do tanto per ricevere tanto, magari anche qualcosa in più. “Bene comune? Cos’è? Una nuova tassa?”- ignorando consapevolmente i nostri doveri di esseri umani che vivono in società, nessuno parla, tutti negano e poi ci si ritrova tutti sorridenti in piazza a sventolare le bandierine di “Matera Capitale della Cultura 2019″.

Noi, in questo inverno freddo, aspettando la primavera che arriva, non dobbiamo perdere la dignità rinnegando le nostre origini. Dobbiamo rimanere uniti, non possiamo rischiare di disconoscere il nostro passato e restare senza un’identità nel nostro futuro. Noi non ci allontaneremo dal “branco”, da Matera, solo perchè non condividiamo alcune scelte o alcuni modi di fare. Noi non ci vogliamo arrendere davanti alle critiche improduttive e alle offese. Continueremo a mostrare cosa vuol dire mettersi in gioco, al servizio del bene comune, per amore della propria terra. Lo sappiamo che non ci si può fermare al predicare bene. Noi, nel nostro piccolo, proviamo a andare oltre ogni giorno. E voi? Chi fa del bene a se stesso e alle persone che ha vicino, riceverà in cambio soltanto altro bene. Inutile essere attaccati ai numeri: siamo uomini, non macchine.
Finchè non sfrutteremo al meglio ciò che ci circonda; finché resteremo isolati su di una collina, aspettando che qualcuno ci dica cosa fare; finchè ogni materano non si impegnerà con generosità a rendere la sua città un posto migliore, Matera non sarà mai una capitale, nè tantomeno una Capitale Europea della Cultura.

Paolo Perrone

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fonte foto:

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ec/Sassi_di_Matera-BN.JPG

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Matera capitale di che?

Matera è candidata a Capitale Europea della Cultura nel 2019.
Si, ma di quale Cultura?

Spesso siamo abituati a considerare cultura tutto ciò che ha un retrogusto antico. A scuola ci abituano a considerare cultura i classici della letteratura italiana e internazionale. Visitiamo la nostra regione, il nostro Paese, in lungo e in largo alla ricerca di quella cultura incastonata nei siti e nei reperti archeologici, quella che trasforma i musei in templi sacri. Templi nel vero senso dell’etimologia greca – da temno (separare): una cultura separata dalla vita di tutti i giorni. Siamo abituati a riconoscere la cultura in tutto quello che il passato ci ha consegnato in eredità: nei grandi nomi della letteratura, dell’arte, dell’architettura. Nei poeti e nei filosofi, nei popoli che prima di noi hanno abitato la nostra terra e hanno lasciato una loro impronta ancora oggi visibile.

Ma c’è un’altra Cultura, o meglio un altro modo di intendere la cultura.
Quando i Greci hanno eretto le Tavole Palatine a Metaponto, i Romani il Colosseo a Roma; quando Dante ha composto la Divina Commedia, Alessandro Manzoni I Promessi Sposi; quando Leonardo ha dipinto la Gioconda, Antonio Canova scolpito Amore e Psiche; quando gli artisti che appartengono alla migliore tradizione artistica e culturale italiana hanno dato sfogo alla propria forza creativa e perizia tecnica si rivolgevano agli uomini del proprio tempo, forse inconsapevoli di lasciare in eredità ai posteri e al genere umano i loro capolavori. Oggi cultura è anche valorizzare quello che il nostro passato ci ha consegnato e che dobbiamo custodire gelosamente. Ma cultura è soprattutto la capacità di vivere il presente e generare un prodotto culturale contemporaneo che possa essere riconosciuto e reso fruibile per gli uomini e le donne che vivono quest’era turbolenta. Qualcosa da consegnare con orgoglio e fiducia alle future generazioni.

Se in Italia non è facile farsi strada con questa idea diversa di cultura, mi piace guardare Matera con tanta speranza.

Quante speranze abbiamo di diventare Capitale della Cultura sfidando Ravenna sul campo dell’arte o dell’architettura? Ravenna, che è già stata Capitale. Si, più di un millennio fa, dell’Impero Romano d’Occidente. Quante possibilità abbiamo di vincere contro Siena, magari sul campo dell’architettura urbana sulla bellezza del suo centro storico medievale?

Forse è proprio partendo dai Sassi che possiamo riconoscere l’unica vera cultura di cui possiamo diventare Capitale. Andate nei Sassi, magari prendendo la discesa di Sant’Agostino, e fermatevi davanti a uno dei tanti punti panoramici che forse nessun’altra città al mondo è in grado di regalarvi. Ma non accontentatevi di questo, guardate oltre: non è sufficiente far innamorare qualcuno di un paesaggio per diventare Capitale della Cultura, non è sufficiente ingannare i sensi e stordire chiunque si fermi a ammirare i Sassi di Matera per la prima volta, e poi per la seconda e la terza e ancora.

L’immagine dei Sassi con accanto la Gravina e poi la Murgia è la rappresentazione perfetta di armonia tra l’uomo e la natura. L’immagine di un uomo che ha cominciato a modellare il luogo in cui avrebbe vissuto con consapevole, e a volte anche inconsapevole, dedizione. E con il passare del tempo ha lasciato la sua impronta avendo cura di quella che sarebbe diventata la sua casa, la casa dei suoi figli e dei suoi nipoti. Un uomo con una predisposizione naturale alla bellezza e all’armonia ha scavato la roccia e costruito tufo su tufo la sua casa, abbellito chiese e innalzato campanili, organizzato vicoli e piazze, cortili e vicinati. Un uomo profondamente ignorante, che ignorava fino a un centinaio di anni fa l’esistenza di un alfabeto, ha ricreato un sistema di canalizzazione delle acque che sarebbe diventato nel 1993 patrimonio dell’UNESCO e dell’Umanità. Come il torrente che gli scorreva affianco, lui ha abitato quel luogo e pian piano lo ha modificato a seconda delle sue necessità, segnando un solco che le generazioni future avrebbero reso sempre più profondo con una staffetta millenaria.

Matera, sassi e gravina

Oggi questo panorama ci regala l’immagine di qualcosa che forse non troveremo da nessun’altra parte nel mondo. La cultura del vivere a un’altra velocità rifiutando la frenesia contemporanea, la cultura di un luogo nel cuore di una città dove il suono della acqua del torrente Gravina che scorre e più forte di quello del rombo di un’automobile, un luogo dove forse le automobili rumorose non sono il futuro, dove bastano pochi minuti per essere nella natura incontaminata.

Ma soprattutto i Sassi sono un luogo dove le ultime generazioni hanno saputo raccogliere il testimone di quelle precedenti. Senza snaturare il frutto di quella cultura antica, oggi nei Sassi si continua a vivere: tanti materani hanno la propria casa, il proprio ufficio; ci sono ristoranti, pizzerie, pub; i luoghi dove vengono accolti i turisti, dai B&B agli hotel a cinque stelle. Nei Sassi ci sono compagnie teatrali, sedi di associazioni, incubatori di imprese e centri culturali. Ci sono botteghe di artigiani. L’arte cristiana è nelle chiese e nelle edicole nascoste tra i vicoletti. Nei Sassi c’è chi si è inventato il museo della civiltà contadina e chi ha creato uno spazio di co-working iperconnesso con il mondo intero. Nei Sassi si incontra la cultura del passato con quella del futuro.

Non è difficile comprendere come la stessa immagine dei Sassi appena proposta possa essere la rappresentazione di un prodotto culturale collettivo contemporaneo, soprattutto partendo dalla splendida definizione di cultura che l’UNESCO istituiva nel 1982 a Città del Messico:

«La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze».

Ma senza voler a tutti i costi forzare quelli che rappresentano i canoni tradizionali della produzione culturale, la stessa fiducia e lo stesso ottimismo sono alimentati dall’attività e dalla produzione artistica dell’Onyx Jazz Club, che ultimamente sta dedicando tante energie anche al tema della gestione di uno spazio culturale come quello di Casa Cava; del MUSMA – Museo della Scultura Contemporanea Matera che dal cuore dei Sassi sa comunicare e generare le migliori contaminazioni artistiche con il mondo; e del Conservatorio di Musica “E. R. Duni”, la cui orchestra ultimamente si è esibita proprio alla Philharmonie di Berlino, nella città simbolo della produzione culturale contemporanea europea, portando composizioni orgogliosamente materane (tra cui l’inno “Matera 2019 Insieme”). E di realtà che producono cultura ce ne sono tante altre.

Schermata 2014-05-29 alle 05.50.56Certo, c’è tanta strada ancora da fare, perché ci sono tante aree dei Sassi da riqualificare e valorizzare, c’è tanto spazio per continuare a coinvolgere i materani in attività e progetti, in un percorso per amministrare meglio la città, per intraprendere politiche e governance partecipate, per aprire ancor di più i luoghi della cultura codificata, per rendere più accessibile un museo ai suoi visitatori e gli sforzi del Palazzo Lanfranchi ne sono un bell’esempio.

E c’è una sfida che unisce una questione che storicamente ha sempre interessato Matera (e tutto il Meridione) e uno dei mezzi più potenti che la rivoluzione tecnologica del nostro presente ci ha regalato. Ogni anno centinaia di giovani abbandonano la Città dei Sassi: alcuni hanno poco più di 18 anni e partono per frequentare università, scuole di alta formazione, accademie d’arte in tutto il Paese senza il timore di superare anche le frontiere italiane; altri sono alla ricerca un lavoro lasciandosi alle spalle le zone con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa e altri ancora partono per scoprire cosa c’è di diverso lontano da casa. Oggi per Matera sono una risorsa – siamo una risorsa – tutti coloro che vivono a centinaia di chilometri da casa: conoscono realtà diverse da quelle in cui sono nati e si incuriosiscono di tutto ciò che trovano altrove e che vedrebbero bene anche nella città da cui sono partiti e dove magari potrebbero (o vorrebbero) tornare. Oggi sono migliaia i giovani materani che abitano in tante città universitarie: sono le menti e i cuori migliori che Matera ha partorito e che altre città hanno coltivato, molti dei quali continuano a essere legati da un cordone ombelicale alla città che amano, ma che riconoscono il grande valore rappresentato dalla contaminazione culturale resa possibile viaggiando e vivendo lontani. Oggi Internet permette loro di essere più vicini alla città che hanno da poco lasciato: la Rete è un mezzo che permette a tanti di seguire più da vicino cosa succede a Matera, di interagire e anche di contribuire alla vita sociale materana. Non sono poche le realtà che grazie alla Rete sembrano quasi fisicamente presenti sul territorio: ci siamo noi di Profumo di Svolta – che cresciamo giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza -, ci sono i ragazzi di Vox Populi che fanno qualcosa di simile a Grassano, c’è la Web Community di Matera 2019 che riesce a fare tutto in una maniera molto più strutturata e fa dialogare tante persone più o meno vicine fisicamente a Matera, ci sono i tanti ragazzi e ragazze che arrivano a Casa Netural grazie a chi crede nella forza innovativa del co-working e co-living. Ma quante ancora potrebbero essere le occasioni di catalizzare le energie più giovani e più fresche intorno all’obiettivo comune che può vedere il 2019 come un semplice passaggio e costruire il futuro di una città che deve essere pronta a crescere, a mettersi in gioco, a innovarsi, a reinventarsi, a riaccogliere i tanti giovani che ha lasciato andare. La storia ci ha insegnato quanto “il forestiero” abbia portato in un luogo le novità, le innovazioni, il modo diverso di pensare e di vivere; oggi nell’era della globalizzazione questo ruolo può essere svolto con una straordinaria efficacia anche da chi parte, ma può riuscire a non sentirsi troppo lontano dalla sua città e magari ritornare, un giorno, abbastanza contaminato e motivato, con un suo progetto o semplicemente con tanta buona volontà di cambiare.

Se ci chiediamo ancora di quale Cultura vogliamo diventare Capitale Europea, guardiamoci intorno e pensiamo a com’è cambiata Matera nella sua storia recente, al suo passato e al suo ultimo sviluppo, a quanto può ancora cambiare grazie alle leve del turismo e dell’innovazione e a quanto il contributo di ogni materano (di nascita o d’adozione) può essere importante per conservare un patrimonio dal valore inestimabile che ci è stato lasciato in eredità, per valorizzarlo e viverlo e per cominciare (o continuare) a costruire un nuovo modello sostenibile di società.

Certo, dipende tutto da noi.

Giuseppe Cicchetti

del 29.05.2014

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Tutti pronti per #BIBLIOCOLOR!

Profumo di Svolta torna a farsi sentire con una nuova iniziativa: questa volta nel palazzo dell’Annunziata, che ospita la Biblioteca Provinciale di Matera. “BIBLIOCOLOR” (così abbiamo immediatamente ribattezzato il nostro progetto) è nato da un confronto e da una bella idea con chi la struttura la frequenta spesso. L’intento è quello di ripulire parte dei banchi che sono stati imbrattati con bianchetti e colori indelebili. E’ infatti possibile trovare sui tavoli della biblioteca frasi e disegni di qualsiasi genere, e tutto ciò non si addice per niente al luogo.

E’ un’iniziativa in continuità con “Graffiamoli Via” durante il quale, nello scorso settembre, decine di ragazzi hanno ripulito insignificanti scritte e scarabocchi dalle zone dalle zone più belle dell’antico Rione Sassi. Questa volta, però, l’obiettivo è più ambizioso: non ci limitiamo a ripulire i banchi dalle scritte, ma vogliamo ricolorarli! Così è nata l’idea di una collaborazione con gli studenti del Liceo Artistico “C. Levi” di Matera. I ragazzi, tutti volontari, svolgeranno questa attività nelle giornate di lunedì 9 e martedì 10 giugno e sprigioneranno la loro fantasia dipingendo alcune parti dei tavoli della Biblioteca. Profumo di Svolta metterà a loro disposizione i materiali necessari e dopo aver ripulito i tavoli, i giovani artisti potranno dare libero sfogo alla loro creatività.

L’idea è stata accolta con grande interesse e disponibilità da parte dei dirigenti di entrambe le strutture (la dottoressa Angela Vizziello, direttrice della Biblioteca Provinciale, e Patrizia Di Franco, Dirigente Scolastico del Liceo Artistico “C. Levi”), Si sono mostrati da subito tutti disponibili per il nostro progetto. La nostra unica preoccupazione era rappresentata dal disagio che si poteva creare in quei giorni ai frequentatori della biblioteca, ma dato il periodo dell’anno, con il suono dell’ultima campanella che ormai vicino, si è deciso di procedere ugualmente senza interrompere il servizio, ad ogni modo. E’ vero, magari il disagio maggiore sarà per gli universitari che dovranno spostarsi in altre zone della struttura, ma siamo certi che al loro ritorno l’ambiente dove potranno studiare sarà molto più bello e magari anche stimolante. Sicuramente la riqualificazione dei banchi ripagherà completamente il sacrificio.

In più, vogliamo lanciare un messaggio alla comunità materana. Dobbiamo comprendere la sostanziale differenza tra arte e vandalismo.

Nella speranza che questo messaggio possa essere recepito dai ragazzi che, invece, si “impegnano” ad imbrattare qualsiasi cosa che gli si presenta davanti. A Settembre la biblioteca tornerà ad essere frequentata anche dagli studenti delle superiori e sarà loro dovere, dovere di tutti noi naturalmente, preservare quanto di buono potrà essere fatto da ragazzi come loro, che lunedì 9 e martedì 10 giugno rimboccheranno le maniche e affileranno i pennelli.

Luca Acito

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Alla ricerca della ricerca perduta

di Kety Faina e Franco Palazzi

Molti di noi ricordano le persone ed i testi che più hanno stimolato la loro curiosità nei confronti della conoscenza. Soltanto pochi, me incluso, hanno avuto la fortuna di essere iniziati ad una dimensione del sapere che esorbita la mera fruizione del lavoro altrui. Da alcuni decenni nel mondo anglosassone le università organizzano progetti volti a mettere gli studenti nelle condizioni di produrre nuova conoscenza, sotto forma di ricerca scientifica – in una accezione larga del termine, che potenzialmente abbraccia una rilettura della tragedia greca non meno di un esperimento di laboratorio. Nonostante la giovane età delle persone coinvolte, che nella maggior parte dei casi non hanno ancora conseguito la laurea – e di certo non sono in possesso di un dottorato di ricerca (il titolo dopo il quale mediamente si inizia a pubblicare qualcosa nell’ambito della propria disciplina di studio) – i lavori prodotti sono non di rado rilevanti, ed esistono ormai decine di riviste accademiche destinate alla pubblicazione di undergraduate research. Questo fenomeno ha avuto un vero e proprio boom negli ultimi anni, eppure al momento in Italia non ne parla pressoché nessuno – dopo una rapida ricerca online, chi scrive ha realizzato che esiste la possibilità che questo sia il primo articolo in merito ad apparire nel nostro Paese (per quanto sia già presente qualche esperimento rodato pure dalle nostre parti). Ciò che mi spinge a tentare di avviare, dalle pagine di questo blog, una riflessione che noi di Profumo di Svolta proveremo ad allargare il più possibile nei prossimi mesi, coinvolgendo attori istituzionali e non, è un’esperienza diretta. Facendo parte di una delle pochissime istituzioni universitarie italiane che incoraggiano convintamente la produzione di ricerca da parte dei propri studenti, mi sono ritrovato, nell’Aprile scorso, a presentare le prime conclusioni di un mio lavoro, tuttora in fase di revisione, alla British Conference of Undergraduate Research, probabilmente l’evento più grande al mondo in questo ambito. E’ lì che avuto occasione di incontrare Kety Faina, una studentessa italiana di Scienze Sociali che dal suo osservatorio privilegiato nell’Ovest della Scozia si occupa proprio di indagare, tra le altre cose, la realtà della ricerca prodotta da studenti. Approfittando dell’occasione, profumodisvolta.it le ha chiesto di scrivere qualcosa che riassuma le sua esperienza. Di seguito trovate il suo racconto ed i nostri commenti sulle ripercussioni che il fenomeno descritto da Kety potrebbe avere sul sistema universitario italiano.

 

Una buona regola da prendere in prestito dalle pubblicazioni accademiche è quella di definire sempre i termini che vengono utilizzati, in modo che il lettore sia allo stesso livello di comprensione dell’autore e possa apprezzare criticamente ciò che viene discusso. In questo caso parliamo di ‘undergraduate research’ in quanto ricerca scientifica o sociale svolta da studenti universitari, talvolta in collaborazione con professori, talvolta indipendentemente, nell’arco di tempo precedente alla effettiva acquisizione della laurea.

Alla base di questo concetto c’è l’idea di passare da una situazione in cui gli studenti sono recipienti passivi di sapere ad un’altra nella quale siano soggetti attivi nella comunità scientifica, contribuendo, sia pure modestamente, al campo di studi che essi stessi stanno studiando. Healey e Jenkins, probabilmente i maggiori teorici dello sviluppo di questa modalità innovativa di ricerca nel Regno Unito, ribadiscono l’importanza di un tale passaggio nella loro classico testo “Developing undergraduate research and inquiry” (Healey e Jenkins 2009).

Punto di partenza è il modello humboldtiano di università nel quale la coniugazione tra didattica e ricerca punta alla creazione di una élite che contribuisca al progresso della nazione. Infatti, negli Stati Uniti, dove l’undergraduate research è nata, questa era riservata a istituti privati e di eccellenza per studenti particolarmente promettenti e per lo più svolta al di fuori dell’esperienza didattica. In particolare, al Massachusetts Institute of Technology (MIT) nel 1969 venne fondato il Programma di Opportunità per Undergraduate Research, il quale dava la possibilità ad una ristretta cerchia di studenti di sviluppare progetti di ricerca.

Grazie allo scambio internazionale di sapere tra le università anglofone, questo fenomeno si espanse anche nel Regno Unito all’inizio degli anni Ottanta, mantenendo un carattere esclusivo. Una differenza fondamentale tra il modello statunitense e quello inglese è però riscontrabile nel focus posto in UK sull’ultimo anno di università, quando agli studenti viene richiesta la scrittura di una dissertation comunemente centrata su una ricerca da loro condotta abbastanza indipendentemente. Ciò ha contribuito all’integrazione nella pratica didattica di programmi che coinvolgessero tutti gli studenti in qualche sorta di attività mirate asviluppare competenze di investigazione attiva e ricerca utilizzando risorse di diverso tipo.

Per esempio nel 2007, all’Università del Goucestershire, più di 650 studenti iscritti alle facoltà di Scienze della Formazione, Lettere e Scienze naturali sono stati coinvolti in progetti di ricerca che richiedevano loro l’approfondimento di un certo aspetto della propria disciplina, la raccolta di dati rilevanti già presenti in merito e la loro ristrutturazione in modo da produrre nuovi risultati e ricevere poi un feedback. Per riportare un caso emblematico, studenti di psicologia sono andati a studiare il comportamento dei primati allo Zoo di Bristol.

Nonostante esitazioni e resistenze da parte delle istituzioni e degli accademici più tradizionalisti, l’undergraduate research è lentamente diventata una componente sempre più centrale degli obiettivi didattici in un numero crescente di facoltà e corsi di studio. Infatti, negli ultimi anni si registra una proliferazione di programmi che vedono tutti gli studenti impegnati in attività che si avvicinino il più possibile ad un’autentica esperienza di ricerca, per non parlare di eventi come la British Conference of Undergraduate Research.

Alla University of the West of Scotland come studentessa del secondo anno di Scienze Sociali sono stata coinvolta in diverse iniziative e progetti di ricerca. I due professori che mi hanno chiesto di partecipare hanno dimostrato di essere aperti a una collaborazione nella quale titoli di studio e anni di esperienza non equivalevano a una divisione gerarchica, mantenendo un ambiente strutturato orizzontalmente in cui gli studenti lavoravano fianco a fianco con gli accademici in ricerche vere e proprie.

Il progetto di ricerca è sfociato nella revisione di un corso obbligatorio al terzo anno della facoltà di Scienze Sociali. Il programma pilota si è distinto per la collaborazione attiva tra studenti e professori nel decidere i diversi aspetti del corso – da quali criteri usare nella valutazione delle varie prove sostenute dagli studenti durante il corso al numero di lezioni in classe ed al loro stesso contenuto. Anche le prove sono state concepite in modo da sviluppare competenze proprie della pratica di ricerca universitaria.

Nonostante l’aspetto sperimentale del corso, la maggior parte degli studenti ha dimostrato entusiasmo e approvazione per il programma didattico, nel quale essi assumevano un ruolo attivo, divenendo portatori di interesse (stakeholders) della propria esperienza didattica. Un altro aspetto interessante ha riguardato l’impiego di un nuovo software per la presentazione della proposta di tesi sul quale io, da studentessa del secondo anno, ho avuto l’opportunità di tenere una lezione, assumendo il ruolo di tutor per gli studenti del corso. Questo a dimostrazione di come dinamicità e apertura mentale siano fondamentali per il progresso e lo sviluppo di modi alternativi di studio e ricerca, che non vanno necessariamente ad intaccare la legittimità di una tradizione storica e di valore, ma che aprono nuove opportunità e spingono a riconsiderare il ruolo dell’università nella società moderna.

Occorre sottolineare, però, come il modello qui descritto non sia perfetto, e necessiti di essere spinto ancora più in profondità. Infatti, nonostante tutte le iniziative volte a familiarizzare gli studenti con la ricerca, non sempre si riesce a giungere alla stesura della tesi, solitamente esempio di ricerca svolta indipendentemente, con la preparazione adatta. Malgrado nel Regno Unito, come illustrato sopra, ci sia una decente tradizione di undergraduate research, la University of the West of Scotland è un esempio di come tra la teoria e la pratica permangano diversi ostacoli da superare.


Un resoconto così stimolante merita senza dubbio alcune considerazioni. Il primo interrogativo cui provare a dare risposta riguarda i motivi per i quali uno studente universitario dovrebbe essere interessato a sobbarcarsi del lavoro aggiuntivo non retribuito. Studi recenti condotti in merito ci forniscono alcuni suggerimenti: la undergraduate research può aiutare a comprendere la professione che si vuole intraprendere o, più in generale, essere da stimolo per la prosecuzione degli studi – dati raccolti negli Stati Uniti indicano che gli studenti che prendono parte a progetti di ricerca sviluppano una maggiore propensione a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione (come il dottorato)
(Russell et al. 2007), con tutte le ricadute positive che questo può eventualmente avere in termini di collocazione sul mercato del lavoro. Inoltre, partecipare a simili iniziative produce, secondo i feedback delle persone coinvolte, vantaggi rilevanti in termini di sviluppo di competenze (e.g. formulazione di ipotesi, raccolta e interpretazione di informazioni, capacità di comunicare e di lavorare in gruppo) e di professional advancement (opportunità di pubblicare o presentare in altro modo i propri lavori, aumentando così le proprie credenziali ad arricchendo in modo significativo il curriculum) (Seymour et al. 2004), oltre che la crescita nella comprensione di aree salienti della conoscenza e del modo in cui i ricercatori lavorano su di esse, così come l’acquisizione di qualità necessarie nella carriera scientifica (Hunter et al. 2006). In secondo luogo, va segnalato che il coinvolgimento degli studenti nella ricerca sta già da ora accrescendo ulteriormente il divario tra le università anglosassoni e quelle italiane, con possibili, ulteriori conseguenze nel medio-lungo periodo (visto che altri Paesi godranno delle ricadute culturali ed economiche di una comunità scientifica sempre più precoce e numerosa, mentre da noi, dove produrre ricerca attualmente vuol dire spesso e volentieri condannarsi ad una vita di precariato e scarsi ritorni reddituali, sarà difficile ottenere risultati simili senza serie riforme – si vedano i trend sempre più preoccupanti in materia di “fuga dei cervelli”). Poiché sviluppare un sistema efficace di undergraduate research richiede, oltre alla buona volontà dei singoli accademici, incentivi ed investimenti a livello istituzionale (Eagan et al. 2010), c’è il pericolo aggiuntivo che le uniche università a dirigersi in tale direzione saranno, in Italia, quelle private (a parte un manipolo di pubbliche d’eccellenza) – con le inevitabili ripercussioni in termini di giustizia sociale. Speriamo vivamente che cominciare a dare risalto a questi temi possa favorire una riflessione in merito.

Kety Faina e Franco Palazzi (corsivi)

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Una e indivisibile

di Anna Rita Francesca Maino

Il mestiere del buon cittadino è un’arte che difficilmente si impara da sé.
Infatti, occorrono dedizione ed educazione perché, da uomini liberi quali nasciamo, si possa diventare cittadini ovvero individui consapevoli che la subordinazione alla legge sia presupposto necessario della libertà di tutti. Tuttavia, è la Repubblica che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, rimuove gli ostacoli economici e sociali, tutela le minoranze, offre pari opportunità, promuove lo sviluppo della cultura e delle autonomia locali, nonché eleva il diritto al lavoro quale suo fondamento. Solo il concetto di Repubblica interpreta la collettività dei cittadini come espressione di una comunità nazionale; né la Patria né la Nazione possono essere confusi come suoi sinonimi, mentre per Stato si intende il complesso degli organi istituzionali al vertice dell’assetto territoriale dei poteri. Perciò è fondamentale conferire un appropriato riconoscimento alla festa del 2 giugno che celebra appunto la nostra identità nazionale.

Ho sempre creduto nell’importanza di questa ricorrenza per salvaguardare la memoria collettiva dall’incalzante scorrere del tempo, perché è dal referendum istituzionale del 2 Giugno del 1946 che l’Italia è una Repubblica democratica. Tale evento è ancor più rilevante, poiché, per la prima volta nel nostro Paese, questa volontà è stata espressa tramite il suffragio universale che avvalora la convinzione dell’esito referendario. La Repubblica italiana è nata in quel tripudio democratico, sorretta dal forte sentimento di unità e libertà, maturato a seguito del ventennio fascista e del dramma del secondo conflitto mondiale. Quindi, è opportuno rispettare questi momenti di svolta, affinché la Repubblica sia sentita da tutti i cittadini come veicolo di libertà e onore, tramite indispensabile di identità e luogo di realizzazione umana.

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Il patriottismo cittadino va alimentato con lealtà e coerenza, perciò non tutti possono erigersi a difensori dell’unità nazionale, se non comprendono che in essa risieda l’uguaglianza reale. Il primo compito del Presidente della Repubblica è, infatti, quello di rappresentare l’unità nazionale. Il tricolore è il simbolo più tangibile di questa idea e ritengo che sia poco edificante sfoggiarlo con più frequenza – se non esclusivamente – per sostenere la Nazionale di calcio! La nostra Repubblica, con i suoi colori e valori, è il centro di imputazione di ogni ambito della cittadinanza, proprio perché dal suo inizio è stata scritta la storia dell’intero popolo italiano nel modo in cui lo intendiamo oggi. Credo si possa ipotizzare che non ricordare la nascita della Repubblica equivalga a non festeggiare il Natale per un cattolico.

É parecchio arduo mantenere in vita tali pensieri patriottici, se si accettano in eredità senza impreziosirli con il nostro contributo e la nostra partecipazione alla tutela di un’idea che coincide con il bene comune.

É doveroso, inoltre, rivolgere un sincero omaggio a coloro i quali hanno sacrificato la vita per la nostra libertà, grazie alla cui conquista è stato possibile acquisire una forma di governo repubblicana, perché “le idee sono come le stelle/ ché non le spengono i temporali”.

Bologna, 2 giugno 2014

Anna Rita Francesca Maino

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Un anno fa… “Matera. Cultura e partecipazione: una proposta a bruciapelo”

di Franco Palazzi – 9.7.2013

Nel tentativo di stimolare ulteriormente il dibattito già in corso sulla promozione della cultura a Matera – in vista della candidatura a Capitale Europea e non solo – in questo articolo provo a sviluppare un approccio dinamico al concetto in questione, accostando “cultura” e “partecipazione”. Propongo quindi un possibile modo per favorire contemporaneamente, nella città dei Sassi, il soddisfacimento dei bisogni culturali e di quelli di carattere più concreto della cittadinanza, utilizzando la cassetta degli attrezzi della democrazia partecipativa; in particolare, considero l’eventualità di adottare il bilancio partecipato, un processo che coinvolge in modo determinante i cittadini nell’ allocazione di parte delle finanze pubbliche locali.

In una bella lettera di qualche giorno fa al direttore di SassiLive.it, l’amico Giuseppe Cicchetti tracciava un quadro preoccupato delle abitudini culturali dei lucani, rilevando che tendenzialmente molti di loro non leggono, non si informano, non frequentano cinema e musei, sperimentano sulla propria pelle l’anacronismo di un sistema in cui l’offerta culturale non è economicamente trainante e l’istruzione pubblica naviga ormai nelle secche della rassegnazione a livelli calanti di risultati e servizi. Un lettore, forse pessimista ma sicuramente attento, gli obiettava, citando Maslow, che prima di potersi dedicare al soddisfacimento di bisogni immateriali – come possono essere, appunto, la lettura o in generale la partecipazione a mostre, proiezioni ed eventi di natura simile – bisogna aver messo a tacere quelli di carattere più concreto – legati ad una dignitosa sopravvivenza economica. L’idea, di per sé, non è nuova – in varie forme si trova già in Feuerbach e in tutta la letteratura socialista, della quale è di fatto uno dei postulati di fondo; allo stesso concetto ha fatto riferimento Ronald Inglehart per spiegare l’ondata di partecipazione giovanile di fine anni Sessanta, che per la prima volta aveva per oggetto principale non rivendicazioni di carattere squisitamente material-reddituale, ma “valori postmaterialisti” come l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera pubblica. Quello che mi preme è indicare, a partire da una simile constatazione, piuttosto che ulteriori motivi di sconforto, una strada – faticosa – per, come si suole dire, prendere due piccioni con una fava.  Continua a leggere

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Amore Oggi – intervistiamo Antonello Morelli

 Profumo di Svolta ha incontrato Antonello Morelli, attore che ha partecipato alla produzione del film Amore Oggi (Sky Cinema) diretto da Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana, giovani cineasti materani, che anche attraverso il web sono riusciti a farsi strada, difendere e valorizzare il loro talento artistico.
Il film si divide in quattro episodi che raccontano con ironia e realismo l’amore (e le sue difficoltà) nell’era delle nuove generazione.


Buongiorno Antonello, ti ringraziamo di aver accettato il nostro invito.

“Ringrazio voi per l’invito! Sono sempre propositivo verso tutte le associazioni giovanili.”

10292149_10203942578473870_8502458635970876305_nAllora Antonello, raccontaci. Com’è nata l’idea di questo film?

“L’idea del film è nata dopo le collaborazioni che i due egisti hanno avuto prima con la7 per il programma di Sabina Guzzanti e dopo per Raitre nel programma di Neri Marcorè; diciamo che hanno voluto raccontare una storia o meglio delle storie comuni del nostro presente: come i giovani vivono l’amore, appunto, oggi. Evitando però il lieto fine e rendendo il tutto fresco e divertente in una comicità nuova e per niente scontata.”

L’interpretazione all’interno del film ti é stata proposta direttamente? Oppure hai dovuto fare dei provini?

“Si, ho dovuto superare un provino presso BluVideo, che mi era stato proposto precedentemente.”  Continua a leggere

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Piccoli risultati. L’obiettivo è sempre lo stesso

Quanto vale impegnarsi per un obiettivo concreto?

Riflettere e discutere: confrontarsi e percepire quali sono le vere esigenze dei più giovani, anche quelle meno evidenti che, però, possono realmente contribuire allo sviluppo di una comunità. Anche soltanto offrire un’opportunità, per quanto misera questa possa essere (o magari sembrare).

Chi segue Profumo di Svolta sa quanto questa imprevedibile banda di matti attribuisca valore agli spazi della cultura, ai quei luoghi con cui una città dovrebbe aprirsi alla comunità che la abita: per favorire le esperienze di condivisione, o almeno per non limitarle. Un anno, fa dopo aver espresso “Un desiderio per Matera”, profumodisvolta.it pubblicava “Studiamo insieme? Ok, dove? Gli spazi della cultura a Matera” e si interrogava sul valore di trovare una dimensione sociale per gli studenti, perché essi possano vivere meglio la città e sentirla propria, offrire ai più giovani degli spazi dove coltivare i propri interessi attraverso anche una cultura sociale e conviviale.

Ci siamo attivati e interrogati quali potessero essere le strade migliori per valorizzare i tanti spazi “dimenticati” di cui la nostra dispone. Nel periodo natalizio il nostro festival “L’Ora degli Studenti” ridava vita agli Ipogei di piazza San Francesco e in questi giorni siamo felici di presentarvi un nuovo esperimento. Modesto, ma allo stesso tempo molto ambizioso.

Casa Cava è uno dei luoghi più suggestivi della città di Matera: moderna e atipica nel suo aspetto, accogliente, scavata nel tufo e immersa nel Sasso Barisano, a pochi passi da piazza San Giovanni. Ha una vocazione naturale per diventare un centro culturale e Riccardo D’Ercole con la Consulta Provinciale degli Studenti si è impegnato moltissimo negli ultimi mesi, coordinandosi con l’associazione di volontariato Joven, perché l’idea di uno spazio pubblico, accogliente, aperto ai giovani nel cuore dei Sassi potesse diventare realtà. Il progetto MoodZone e le iniziative di #caviamocultura (che vi consigliamo di approfondire) hanno animato e continueranno nei prossimi mesi a animare Casa Cava e all’interno di questo splendido contenitore culturale ci siamo impegnati fino in fondo perché potesse essere allestita un’area completamente a dimensione di giovane che potrà “banalmente” essere utilizzata per studiare insieme e prepararsi a ospitare esperienze di condivisione costruttiva tutte da co-progettare.

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Si parla spesso dell’importanza di fare rete e oggi senza il fondamentale supporto e contributo concreto di Joven, di Imma D’Angelo, Luciano Antezza, Luca Giuffrida; senza la lucidità del Consorzio che gestisce Casa Cava diretto da Gigi Esposito; senza Riccardo che ha tirato la Consulta degli Studenti in questo progetto innovativo, senza tutti coloro che hanno dato la propria disponibilità per sperimentarne una gestione condivisa, oggi alla domanda “Studiamo insieme?” non potremmo ancora rispondere “Si! Andiamo a Casa Cava”.

 

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L’ “aula studio” della Casa Cava ha ospitato i primi studenti negli ultimi due venerdì pomeriggio (dalle 15:00 alle 20:00), proprio quando anche la Biblioteca Provinciale è chiusa.

Sarà aperta a tutti ogni venerdì con gli stessi orari e potrete seguire tutti gli aggiornamenti sulla pagina facebook appena creata Aula Studio – Casa Cava. Noi di Profumo di Svolta saremo tutti a Matera per il periodo di Pasqua e ci coordineremo con la Consulta degli Studenti per la gestione: presto vi comunicheremo il calendario di apertura per i giorni delle prossime settimane.

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Continuate a seguirci e, se volete, contattateci per proporre iniziative e darci una mano nella gestione di questo nuovo spazio pubblico nelle mani (e speriamo presto anche le cuore) dei materani più giovani.

Impariamo la lezione:
> riflettiamo insieme sulle esigenze della realtà in cui viviamo;
> individuiamo i nostri obiettivi, rendiamoli concreti;
> guardiamoci attorno e cerchiamo chi condivide i nostri stessi desideri;
> progettiamo e costruiamo insieme un percorso;
> impegniamoci;
> impegniamoci insieme;
… e se raggiungiamo l’obiettivo:
> raccontiamolo e condividiamo la nostra esperienza;
> poi impegniamoci ancora per mantenere e migliorare;
> e dopo ancora, ricominciamo la lista da capo.

Giuseppe Cicchetti