Archivio dell'autore: Franco Palazzi

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La Basilicata e il petrolio. Da dove cominciare…

di Roberto Colucci e Franco Palazzi

Abbiamo già toccato in passato il tema delle estrazioni petrolifere in Basilicata, ma oggi più che mai è opportuno tornarne a discuterne vista la sua posizione privilegiata nel dibattito politico anche nazionale.

Le discussioni in merito si sono spesso ridotte al tiro alla fune tra i favorevoli (sempre meno e sempre più isolati al livello italiano) ed i contrari (sempre più numerosi e sparpagliati sul territorio regionale), il tutto a danno dell’approfondimento. In questo contesto, tralasciando le opinioni personali, proveremo a fornire alcune informazioni che riteniamo interessanti.

Partiamo, anzitutto, da un breve cenno economico. La storia del petrolio lucano è ultracentenaria (le prime fuoriuscite si verificarono nel 1902¹), ma solo negli anni ’80 si ebbe un deciso incremento¹ delle attività estrattive. Nel 2013, la SVIMEZ attestava in 60 miliardi² di euro il valore delle riserve certe di greggio. I pozzi di estrazione attualmente sono 106 – di cui 39 in produzione – grazie ai quali si estrae in Basilicata circa l’80% del totale nazionale su terraferma. Le royalties accreditate alla Regione ammontano ad oltre 1 miliardo² di euro in 14 anni, di cui 788 milioni nel periodo 2008-2014. Le estrazioni pesano per il 4,8%² sul totale dell’export lucano e, secondo un modello dell’Università di Firenze, generano 5.300 unità di lavoro annuali, pari a circa il 2,9% del totale degli occupati lucani.

Malgrado l’importanza di queste cifre, occorre mettere in luce come, nonostante gli intenti più che nobili (progetti di sviluppo infrastrutturale, sociale ed economico), le royalties sono state spesso utilizzate per coprire spese correnti – lo dimostrano i 40 milioni impiegati a copertura del disavanzo della sanità, i quasi 7 milioni per “servizi generali dell’amministrazione” e i 110 milioni destinati in 10 anni all’UniBas, a fronte di 1,4 milioni impegnati per le fonti rinnovabili.

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In seconda battuta, poi, vanno considerati i costi ambientali delle attività estrattive, come dimostrato dai diversi “incidenti”³ occorsi in passato.

Deve però essere considerato anche il sistema all’interno del quale la Basilicata insiste come territorio: non si può fare completo affidamento, a tal proposito, sulla logica “NIMBY” (Not In My Back Yard), circoscrivendo la validità di determinati principi solo al nostro ambito specifico. In altre parole, se non vogliamo che diverse realtà regionali si rimpallino a vicenda la realizzazione di un termovalorizzatore piuttosto che di una piattaforma petrolifera, bisognerà adottare una visione più ampia e portare avanti una battaglia, nazionale ed internazionale, per il superamento delle fonti di energia fossili.

Fatte queste considerazioni preliminari, possiamo gettare uno sguardo sugli sviluppi più recenti.
Lo scorso anno sette regioni (Abruzzo, Calabria, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto) hanno scelto di ricorrere, in base all’art. 127 Cost., contro l’articolo 38 della legge “Sblocca Italia”, il quale sancisce tra l’altro il carattere “strategico” “[del]le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e [di] quelle di stoccaggio” – permettendo così al legislatore nazionale di scavalcare su questa materia eventuali contrarietà di quello regionale. Tale previsione violerebbe, secondo le ricorrenti, la divisione della potestà legislativa tra Stato e Regioni per come configurato dell’articolo 117 della Costituzione. La Corte Costituzionale ha convocato un’udienza in merito per il 5 Aprile 2016. Nel frattempo, Paolo Maddalena, vice-presidente emerito dell’Alta Corte, ha espresso a margine di un convegno forti dubbi in merito alla costituzionalità della norma contestata.

In attesa degli sviluppi su questo fronte, un gruppo di nove regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto) ha dichiarato la propria intenzione di indire, secondo quanto disposto dall’art. 29 l. 352/1970, un referendum abrogativo proprio dell’articolo 38 – che al quinto comma prevede anche la rinnovabilità del titolo concessorio unico ad opera esclusiva dello Stato.

Già da qualche mese (e fino al prossimo 30 Settembre), inoltre, Possibile, associazione lanciata da Giuseppe Civati, si sta adoperando per raccogliere 500000 firme su otto quesiti referendari, di cui due sulle trivellazioni (gli altri riguardano legge elettorale, jobs act, grandi opere e riforma della scuola) – qui una mappa dei luoghi in cui si può aderire, ai quali vanno a sommarsi gli uffici dei moltissimi comuni in cui sono stati depositati i moduli. La soglia necessaria, non ancora raggiunta, si è avvicinata significativamente nell’ultima settimana, e migliaia di volontari si stanno dispiegando su tutto il territorio italiano per il rush finale.

Dal punto di vista politico, si tratta di iniziative di un certo significato, visto che molte delle regioni interessate sono governate da quello stesso Partito Democratico che ha promosso, a livello nazionale, lo “Sblocca Italia”. I vertici regionali, insomma, pur senza operare, almeno a livello ufficiale, uno strappo vero e proprio con il governo centrale, paiono intenzionati a far valere in una pluralità di sedi la propria contrarietà alle nuova normativa sulle trivellazioni.

Alle urne, dunque, si andrà quasi certamente nella primavera del 2016. Tuttavia, per evitare l’effetto boomerang che si avrebbe in caso di mancato raggiungimento del quorum in quella tornata, una partecipazione popolare massiccia all’iniziativa di Possibile sarebbe fortemente auspicabile, anche in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in vista del voto.

Roberto Colucci
Franco Palazzi

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¹ da Varvelli R., Varvelli F., 2015, Che cos’è il petrolio, Mind Edizioni , Milano.
² da SVIMEZ, 2013. Rapporto sullo stato dell’economia della Basilicata e sulle prospettive di una ripresa sostenibile, Quaderni SVIMEZ – Numero Speciale (37). Roma.
³ si vedano, ad esempio, Bolognetti M., 2013, Le mani nel petrolio, Basilicata coast to coast, ovvero da Zanardelli a Papaleo passando per Sanremo e Tempa Rossa, Reality Book, Roma; Dommarco P., 2012, Trivelle d’Italia, perché il nostro paese è un paradiso per petrolieri, Altreconomia Edizioni, Milano.

Foto in evidenza da Instagram: un ringraziamento a @lisase29
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Alla ricerca della ricerca perduta

di Kety Faina e Franco Palazzi

Molti di noi ricordano le persone ed i testi che più hanno stimolato la loro curiosità nei confronti della conoscenza. Soltanto pochi, me incluso, hanno avuto la fortuna di essere iniziati ad una dimensione del sapere che esorbita la mera fruizione del lavoro altrui. Da alcuni decenni nel mondo anglosassone le università organizzano progetti volti a mettere gli studenti nelle condizioni di produrre nuova conoscenza, sotto forma di ricerca scientifica – in una accezione larga del termine, che potenzialmente abbraccia una rilettura della tragedia greca non meno di un esperimento di laboratorio. Nonostante la giovane età delle persone coinvolte, che nella maggior parte dei casi non hanno ancora conseguito la laurea – e di certo non sono in possesso di un dottorato di ricerca (il titolo dopo il quale mediamente si inizia a pubblicare qualcosa nell’ambito della propria disciplina di studio) – i lavori prodotti sono non di rado rilevanti, ed esistono ormai decine di riviste accademiche destinate alla pubblicazione di undergraduate research. Questo fenomeno ha avuto un vero e proprio boom negli ultimi anni, eppure al momento in Italia non ne parla pressoché nessuno – dopo una rapida ricerca online, chi scrive ha realizzato che esiste la possibilità che questo sia il primo articolo in merito ad apparire nel nostro Paese (per quanto sia già presente qualche esperimento rodato pure dalle nostre parti). Ciò che mi spinge a tentare di avviare, dalle pagine di questo blog, una riflessione che noi di Profumo di Svolta proveremo ad allargare il più possibile nei prossimi mesi, coinvolgendo attori istituzionali e non, è un’esperienza diretta. Facendo parte di una delle pochissime istituzioni universitarie italiane che incoraggiano convintamente la produzione di ricerca da parte dei propri studenti, mi sono ritrovato, nell’Aprile scorso, a presentare le prime conclusioni di un mio lavoro, tuttora in fase di revisione, alla British Conference of Undergraduate Research, probabilmente l’evento più grande al mondo in questo ambito. E’ lì che avuto occasione di incontrare Kety Faina, una studentessa italiana di Scienze Sociali che dal suo osservatorio privilegiato nell’Ovest della Scozia si occupa proprio di indagare, tra le altre cose, la realtà della ricerca prodotta da studenti. Approfittando dell’occasione, profumodisvolta.it le ha chiesto di scrivere qualcosa che riassuma le sua esperienza. Di seguito trovate il suo racconto ed i nostri commenti sulle ripercussioni che il fenomeno descritto da Kety potrebbe avere sul sistema universitario italiano.

Una buona regola da prendere in prestito dalle pubblicazioni accademiche è quella di definire sempre i termini che vengono utilizzati, in modo che il lettore sia allo stesso livello di comprensione dell’autore e possa apprezzare criticamente ciò che viene discusso. In questo caso parliamo di ‘undergraduate research’ in quanto ricerca scientifica o sociale svolta da studenti universitari, talvolta in collaborazione con professori, talvolta indipendentemente, nell’arco di tempo precedente alla effettiva acquisizione della laurea.

Alla base di questo concetto c’è l’idea di passare da una situazione in cui gli studenti sono recipienti passivi di sapere ad un’altra nella quale siano soggetti attivi nella comunità scientifica, contribuendo, sia pure modestamente, al campo di studi che essi stessi stanno studiando. Continua a leggere

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Un anno fa… “Matera. Cultura e partecipazione: una proposta a bruciapelo”

di Franco Palazzi – 9.7.2013

Nel tentativo di stimolare ulteriormente il dibattito già in corso sulla promozione della cultura a Matera – in vista della candidatura a Capitale Europea e non solo – in questo articolo provo a sviluppare un approccio dinamico al concetto in questione, accostando “cultura” e “partecipazione”. Propongo quindi un possibile modo per favorire contemporaneamente, nella città dei Sassi, il soddisfacimento dei bisogni culturali e di quelli di carattere più concreto della cittadinanza, utilizzando la cassetta degli attrezzi della democrazia partecipativa; in particolare, considero l’eventualità di adottare il bilancio partecipato, un processo che coinvolge in modo determinante i cittadini nell’ allocazione di parte delle finanze pubbliche locali.

In una bella lettera di qualche giorno fa al direttore di SassiLive.it, l’amico Giuseppe Cicchetti tracciava un quadro preoccupato delle abitudini culturali dei lucani, rilevando che tendenzialmente molti di loro non leggono, non si informano, non frequentano cinema e musei, sperimentano sulla propria pelle l’anacronismo di un sistema in cui l’offerta culturale non è economicamente trainante e l’istruzione pubblica naviga ormai nelle secche della rassegnazione a livelli calanti di risultati e servizi. Un lettore, forse pessimista ma sicuramente attento, gli obiettava, citando Maslow, che prima di potersi dedicare al soddisfacimento di bisogni immateriali – come possono essere, appunto, la lettura o in generale la partecipazione a mostre, proiezioni ed eventi di natura simile – bisogna aver messo a tacere quelli di carattere più concreto – legati ad una dignitosa sopravvivenza economica. L’idea, di per sé, non è nuova – in varie forme si trova già in Feuerbach e in tutta la letteratura socialista, della quale è di fatto uno dei postulati di fondo; allo stesso concetto ha fatto riferimento Ronald Inglehart per spiegare l’ondata di partecipazione giovanile di fine anni Sessanta, che per la prima volta aveva per oggetto principale non rivendicazioni di carattere squisitamente material-reddituale, ma “valori postmaterialisti” come l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera pubblica. Quello che mi preme è indicare, a partire da una simile constatazione, piuttosto che ulteriori motivi di sconforto, una strada – faticosa – per, come si suole dire, prendere due piccioni con una fava.  Continua a leggere

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Così fan tutti – parte prima

di Franco Palazzi

Da qualche settimana, ormai, i componenti di Profumo di Svolta si interrogano su un tema delicato: si può tagliare un traguardo senza passare dalla partenza? (Tradotto: possiamo avere istituzioni migliori senza cittadini migliori?). Mi sembra abbastanza chiaro che la risposta debba essere negativa. Se, in ultima analisi, le istituzioni sono fatte dai cittadini per i cittadini, non si potranno registrare, in termini assoluti, miglioramenti a livello collettivo che non siano in qualche misura anche miglioramenti individuali. Per il momento uso “migliore” in un’accezione volutamente generica, che ha qualcosa a che fare col senso civico e qualcos’altro a che vedere con la consapevolezza.

In un’assemblea pubblica, parlando delle accuse rivolte ad alcuni componenti della giunta regionale, un passante ha riproposto con forza una questione sempre attuale

“Anche io rubo. Anche io non sono corretto nei confronti della comunità in cui vivo. Quando accompagno mio figlio a scuola, arrivo con la macchina quasi fin dentro il portone. Quando vado a comprare le sigarette parcheggio dove non si può parcheggiare e lascio le quattro frecce. Tutti nel nostro piccolo siamo ladri, non soltanto chi si impossessa illecitamente di denaro pubblico. Quando un’illegalità non è grave e soprattutto siamo sicuri di non essere rimproverati da altri, oppure sappiamo che gli altri si comportano o si comporterebbero come noi, siamo i primi a compierla”

Testimonianze come questa aiutano a tenere i piedi per terra, portano chiunque voglia realizzare qualcosa per gli altri a fare i conti con le mille contraddizioni della realtà, a sporcarsi la mani – che poi, parafrasando Bernard Williams, è sempre meglio che tenerle in tasca. Tuttavia, per coglierne le implicazioni non possiamo considerarle come sfoghi di un singolo o esempi della mentalità di una popolazione, ma occorre inserirli all’interno di categorie precise, che ci permettano di comprenderne nessi e sottointesi. La sfida sta nel farlo senza astrarre troppo, o male. Rinunciando da subito ad ogni pretesa d’ impeccabilità, è quello che vorrei provare a fare, in due tempi. In questo articolo proverò ad analizzarne brevemente le ricadute socio-politiche, lasciando – spero – per un prossimo un’indagine di tipo più profondo, che chiami in causa la morale e l’etica pubblica.

Per prima cosa partirei dal perché. Perché molti di noi, cittadini, elettori, sono portati a minimizzare i comportamenti disonesti della classe dirigente? Occorre notare che l’atteggiamento del passante – che poi spesso è anche il nostro – non è improntato ad una qualche forma di garantismo, a dubitare legittimamente delle accuse mosse a determinate persone (contro le quali questo neanche commento è una requisitoria); tutt’altro: esso registra immediatamente il dato come certo, mettendolo a confronto con fatti sicuramente accaduti perché narrati in prima persona(parcheggiare in divieto di sosta e simili).

Credo che molti siano portati a pensare che, date le alternative, tentare di “essere ladri” per quanto possibile sia la cosa più razionale da fare. Continua a leggere

060921-133305 Panorama of Matera with the Duomo and the cave dwellings in Parco della Murgia Materana

Basilicata. Cosa mi hai insegnato

Un mese fa Michele spiegava accoratamente cosa significhi per lui essere lucano e, pur avendo tutt’altra provenienza geografica, non ho potuto fare a meno di ritrovarmi in alcune voci del suo elenco. Credo sia perché – e un tempo non avrei affatto immaginato di doverlo dire – anche io ho imparato qualcosa dalla Basilicata.

Ho imparato che un ospite, chiunque sia, è sempre un presunto amico. Probabilmente si tratta di una massima perdente, che sottopone al rischio di venir pugnalati alle spalle, di vedersi privare del proprio posto in fila; ma è anche un esempio di perseveranza, come per dire: vediamo se impiegherò più tempo io a smettere di crederti una brava persona o tu a diventarlo.

Ho capito che il talento si nasconde nei luoghi meno probabili, e che l’incoerenza degli insicuri, alle volte, dà frutti migliori della certezza granitica dei calcolatori.

Ho compreso che, se le opportunità non ci sono, si creano – e qui penso ai tanti che partono con un sogno sperando di tornare con una mezza realtà, a chi è legato a tal punto alla propria terra da farsi sponsor di cause perse, agli studenti insieme a cui, per un momento, fosse soltanto per una qualche beffarda eterogenesi dei fini, abbiamo condiviso ideali e battaglie.

Mi sono accorto che c’è una parte d’Italia che, mentre ancora si lecca le ferite, prepara lentamente il proprio riscatto – e che merita di essere aiutata per questo.

Ho avuto la dimostrazione del fatto che la generosità si vede nella mancanza, e che ci sono persone pronte a condividere con te anche il proprio niente.

Ho scoperto che quando ti innamori non puoi farci niente: sei costretto ad amare dovunque, persino in Basilicata.

Ho imparato, forse, che la patria non è un luogo, ma un insieme di persone.
P.S. Adesso non montatevi troppo la testa, però.

Franco Palazzi

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Matera. Cultura e partecipazione: una proposta a bruciapelo

di Franco Palazzi

Nel tentativo di stimolare ulteriormente il dibattito già in corso sulla promozione della cultura a Matera – in vista della candidatura a Capitale Europea e non solo – in questo articolo provo a sviluppare un approccio dinamico al concetto in questione, accostando “cultura” e “partecipazione”. Propongo quindi un possibile modo per favorire contemporaneamente, nella città dei Sassi, il soddisfacimento dei bisogni culturali e di quelli di carattere più concreto della cittadinanza, utilizzando la cassetta degli attrezzi della democrazia partecipativa; in particolare, considero l’eventualità di adottare il bilancio partecipato, un processo che coinvolge in modo determinante i cittadini nell’ allocazione di parte delle finanze pubbliche locali.

In una bella lettera di qualche giorno fa al direttore di SassiLive.it, l’amico Giuseppe Cicchetti tracciava un quadro preoccupato delle abitudini culturali dei lucani, rilevando che tendenzialmente molti di loro non leggono, non si informano, non frequentano cinema e musei, sperimentano sulla propria pelle l’anacronismo di un sistema in cui l’offerta culturale non è economicamente trainante e l’istruzione pubblica naviga ormai nelle secche della rassegnazione a livelli calanti di risultati e servizi. Un lettore, forse pessimista ma sicuramente attento, gli obiettava, citando Maslow, che prima di potersi dedicare al soddisfacimento di bisogni immateriali – come possono essere, appunto, la lettura o in generale la partecipazione a mostre, proiezioni ed eventi di natura simile – bisogna aver messo a tacere quelli di carattere più concreto – legati ad una dignitosa sopravvivenza economica. L’idea, di per sé, non è nuova – in varie forme si trova già in Feuerbach e in tutta la letteratura socialista, della quale è di fatto uno dei postulati di fondo; allo stesso concetto ha fatto riferimento Ronald Inglehart per spiegare l’ondata di partecipazione giovanile di fine anni Sessanta, che per la prima volta aveva per oggetto principale non rivendicazioni di carattere squisitamente material-reddituale, ma “valori postmaterialisti” come l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera pubblica. Quello che mi preme è indicare, a partire da una simile constatazione, piuttosto che ulteriori motivi di sconforto, una strada – faticosa – per, come si suole dire, prendere due piccioni con una fava.  Continua a leggere

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Il popolo minorenne

di Franco Palazzi

Ce l’ha fatta un’altra volta. Il centrosinistra è riuscito ancora a non vincere le elezioni – anzi, è andato vicino al perderle. E’ un pensiero che quasi tutti abbiamo avuto nelle ultime ore. Chi con cocente delusione, chi con una rassegnazione portata dall’esperienza – “qualcuno era comunista”-, chi con soddisfazione coraggiosa – stavolta, visti i risultati complessivi, ci vuole coraggio davvero. L’altro ieri sera il “dagli al piddino” era il leitmotiv dei talkshow – “Bersani non ha fatto campagna elettorale; con le primarie aperte e Renzi candidato sarebbe stato tutto diverso; voleva più rinnovamento; bisognava allearsi con Ingroia e chi più ne ha ne più ne metta. Obiezioni giustissime. C’erano poi anche i famosi avvertimenti retrospettivi, del tipo “Berlusconi è un grande comunicatore, bisognava aspettarsi che sull’Imu avrebbe giocato sporco”; “Si sa che in campagna elettorale dà il meglio di sé” et cetera. Cose talmente corrette da essere lapalissiane.Ieri mattina, a transatlantico ormai quasi naufragato, l’orchestra continuava a suonare il requiem della delusione. Continua a leggere