Archivio dell'autore: Giuseppe Cicchetti

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Quello che manca

Erano le vacanze di Natale dell’anno scorso e Matera era appena diventata Capitale Europea della Cultura. Uno dei discorsi più significativi che avevo sentito fare sul futuro della mia città e dell’intera Basilicata riguardava l’impatto che quel progetto, così apprezzato da una giuria di commissari europei, fino a quel momento soltanto su carta, avrebbe dovuto avere sull’intera comunità.
Bisogna spostare l’interesse personale dal piatto. Evitare che Matera 2019 venga vista come qualcosa da cui ognuno debba staccare il suo pezzetto, ma piuttosto come qualcos’altro che ognuno potrebbe coltivare e che creerebbe tanto valore per l’intera comunità. Così si diceva e si era consapevoli che non sarebbe stato poi troppo facile, anzi.

Per tanti motivi, uno di questi simpatico (e un po’ folcloristico) legato al fatto che ogni materano che si rispetti, leggendo le frasi appena scritte, pensa alla sua festa patronale, all’assalto al Carro della Bruna e ai suoi pezzetti di cartapesta strappati da conservare o esporre con orgoglio. Altri motivi più seri, invece, sono legati alla difficoltà di separare l’interesse personale da quello collettivo; al progetto nuovo, visionario e innovativo del dossier Open Future; alla situazione economica e sociale problematica in cui versa Matera, la Basilicata e il Sud Italia; alla difficoltà di rompere, o almeno mettere da parte: pratiche consolidate frutto di cattive abitudini politiche e scarsa cultura civica – temi studiati da tanti sociologi e economisti italiani e internazionali che si sono interessati della cosiddetta questione meridionale.
Ma, come si direbbe in ambito sportivo, c’erano tutti i presupposti per fare bene.

E’ passato più di un anno da allora, un anno fondamentale e forse decisivo per Matera. La campagna elettorale per le elezioni amministrative, incentrata sulle persone e pochissimo sui temi, ha contribuito complessivamente in maniera molto negativa ai progressi che il progetto per il 2019 ha fatto, sono cambiati i vertici delle istituzioni politiche locali, è stata messa in discussione la fiducia nei confronti di coloro che fino a quel momento si erano occupati di Matera 2019 e addirittura nei confronti dello stesso dossier. Il resto della storia lo conosciamo.
Il futuro di Matera 2019 è confuso, almeno quanto la maggior parte dei materani e dei lucani che in questo avevano riposto tante aspettative.

E in questo clima, l’interesse personale ha preso il sopravvento su tutto il resto, rosicchiando ogni giorno un po’ di quel valore che il progetto visionario avrebbe dovuto portare a tutta la comunità. In che senso? Beh… in più di un senso, ed è importante provare a spiegare qualcosa.

Se pensiamo all’interesse collettivo come a una somma di interessi personali, possiamo vedere le cose da prospettive diverse. Nella migliore di queste, oggi a Matera sono poche le persone che ci stanno guadagnando qualcosa, al di fuori della relativamente stretta cerchia di coloro i quali hanno una casa di proprietà, il cui valore è più che triplicato nel giro di pochi anni, che gestiscono o lavorano in un’attività direttamente o indirettamente collegata al turismo (che siano essi possessori o impiegati di alberghi, bar e ristoranti visitati ogni giorno da un numero sempre maggiore di turisti, persone che hanno convertito una abitazione in un Bed & Breakfast, casa vacanze, ecc…), o che hanno un’impresa che rientra nell’industria culturale e creativa il cui prodotto acquista valore perché beneficia dell’effetto generato dal brand Matera-Basilicata 2019. Avrò sicuramente dimenticato qualche categoria, ma sono pressoché queste le persone che stanno guadagnando qualcosa oggi (forse non stanno guadagnando nemmeno abbastanza), mentre nella migliore delle ipotesi gli altri non ci stanno guadagnando nulla se non lo status di cittadini della Capitale Europea della Cultura 2019. Tralascio volutamente (soprattutto per ragioni etiche, ma anche di realismo) tutti quelli che grazie al proprio coinvolgimento diretto o vicinanza alla politica hanno accesso a benefici e privilegi.

Nella prospettiva peggiore, invece, ci sono tanti materani e lucani che in tutto questo ci stanno perdendo e sono quelli esclusi dalle categorie precedenti, che si vedono aumentare il costo della vita a Matera perché i prezzi crescono (com’è normale che sia) e, per semplificare, non è così entusiasmante pagare di più la stessa birra o lo stesso caffè in uno dei locali del centro storico di Matera, perdere più tempo nella congestione del traffico o cercando un parcheggio in zone centrali della città e non sentirsi troppo compensati da altro. Alle dure regole del turismo non si sfugge.

Se consideriamo, invece, l’interesse collettivo come la possibilità di vivere in una città migliore, di lavorare (o cercare lavoro) in un sistema economico diverso con più opportunità e meritocrazia, di crescere in un ambiente fertile e dinamico, di non sentirsi abbandonati a se stessi in una città che guadagna reputazione al livello internazionale, come giovani in grado di decidere del proprio destino e realizzare che i sacrifici dei nostri genitori non sono stati inutili. Ultima e certo non meno importante, riscoprire le proprie origini di figli di un popolo contadino, di una città millenaria e resistente nei momenti difficili e con la capacità di reinventarsi, di una cultura che ha tanto da insegnare al mondo, oltre che imparare da questo. Naturalmente c’è tanto altro ancora… e le responsabilità di costruire una comunità ideale come questa appartengono a tutti noi materani e lucani, mai dimenticando che non viviamo in un sistema chiuso e che ognuno di noi può dare il suo piccolo o grande contributo.

Il compito appartiene a noi cittadini di una comunità organizzata, che decidiamo di affidare tante responsabilità, doveri, incarichi, oltre che speranza, fiducia e un filo di illusione alla politica. E su questo tema, volendo essere generosi ancora una volta, la politica nell’ultimo periodo a Matera ha fatto molto poco. Mettiamola così, avrebbe potuto (e potrebbe) fare molto molto di più. Naturalmente si tratta di una opinione personale, ma spero che, leggendo fino alla fine l’articolo, la considererete motivata.

Se vogliamo provare a pensare a quello che manca adesso a Matera, potrebbe essere utile partire dagli studi scientifici che son stati fatti fino ad ora sulle Capitali Europee della Cultura. Senza voler entrare troppo nel dettaglio (ma lasciando nelle note alcuni riferimenti per approfondire) e mettendo da parte le specificità di ogni città che ha beneficiato degli effetti del titolo, possiamo generalizzare che l’impatto economico principale in una ECoC è dato dall’aumento dei flussi turistici1. Quello che a Matera ci si proponeva di fare in più, oltre che gestire i processi legati al turismo (marketing, supporto ai network dell’accoglienza, attività legate alla domanda e all’offerta del prodotto culturale da offrire al turista-cittadino temporaneo, ecc…), era legato all’innovazione sociale. Lavorare sugli strumenti di cui una città dalle grandi aspirazioni di cambiamento aveva bisogno. Evitare di creare due esperienze troppo diverse di vivere la città, una destinata ai turisti e una destinata ai cittadini permanenti, ma generare valore condiviso per entrambi. Costruire basi stabili in campi a volte abbastanza distanti dal turismo, ma molto più vicini alla comunità residente.

Tutto questo e tanto altro potete trovarlo sempre nel dossier Open Future2 e può essere approssimato citando i progetti della sezione “Build-up”, tra cui Matera ChangeMakers (il programma di capacity building che mira a “costituire un team di project manager motivati e competenti, che abbiano un profondo legame con la regione e con il Sud Italia, la cui cura e attenzione nei confronti del contesto locale, unite a competenze gestionali e internazionali consolidate, garantiscano un’adeguata continuità anche dopo il 2019”), Matera Links (e i programmi di audience development per creare “un programma triennale di seminari, visite di studio e studi digitali, per ricollegare le iniziative culturali ai potenziali gruppi target, stabilendo relazioni sostenibili”), Matera Public Service (in cui si dice che “una delle sfide chiave sarà quella di incoraggiare la classe politica e i funzionari pubblici ad avere un atteggiamento piú aperto all’innovazione e positivo verso l’adozione di strategie di sviluppo del territorio su base culturale”) e BrickStarter (per occuparsi di rapporto e comunicazione tra cittadini e istituzioni). Sono citati alle pagine 54-55, con una bella foto di Giuseppe Liuzzi di Syskrack al lavoro con la sua stampante 3D.

Questi sono gli interventi che andrebbero a migliorare l’ambiente materano e lucano, a costruire una migliore cultura civica, creando valore per quell’interesse collettivo di cui si parlava prima. E queste sono state alcune delle cose apprezzate dai commissari europei che ci hanno nominato Capitale della Cultura. E la politica locale sembra non avere per niente idea di cosa si tratti, o almeno, a giudicare dai comunicati stampa e dagli interventi pubblici, sembra che quando si toccano i temi di occupazione, opportunità e sviluppo sociale, l’unica formula (magica) che prima o poi ci stancheremo di ascoltare sia quella che “bisogna creare posti di lavoro” (con delle varianti tra cui, la più gettonata è “la gente chiede soltanto lavoro”…). Adesso, escludendo che si tratti soltanto di frasi di circostanza, di comunicazione per la comunicazione, forse uno dei rischi più grossi è che il significato che si attribuisce a questa formula sia lo stesso che si attribuiva qualche decennio fa, negli anni in cui la politica è stata abbastanza attiva nel creare posti di lavoro, spesso seguendo però logiche non troppo trasparenti e meritocratiche.

Nell’accezione più meridionale di questo genere di politiche, quando un politico crea posti di lavoro, le prime domande che ci verrebbero in mente sono forse “Che genere di lavoro crea?”, “Per quali persone lo crea?”, “Con quali logiche?” e soprattutto “Che cosa chiede in cambio?”. Parlare di tutto questo potrebbe farci provare un po’ di tristezza, un po’ rabbia e di desolazione, sopratutto se pensiamo che le teorie più recenti sull’arretratezza del Mezzogiorno affidano la natura dei nostri ritardi proprio all’incapacità di abbandonare abitudini e pratiche sbagliate3. “Perché il Sud è rimasto indietro” è uno dei libri che considero fondamentali per approfondire il tema del divario economico e sociale tra Nord e Sud, e Emanuele Felice parla appunto dei vincoli di path dependence (dipendenza dal percorso) e della necessità di romperli, di rompere gerarchie politiche basate sul voto clientelare, legami con un modo di fare politiche pubbliche dannoso per la collettività che arricchisce soltanto poche elite secondo la tradizione delle istituzioni estrattive (studiate principalmente da Acemoglu e Robinson, della cui teoria si trova una sintesi nel libro “Perché le nazioni falliscono”4). Il progetto di Capitale Europea della Cultura nella sua natura potrebbe essere considerato un elemento di rottura della path dependence, ma se qualcosa non cambia veramente c’è il rischio che questo resti soltanto un buon argomento da approfondire in una tesi di laurea. Naturalmente l’ipotesi di partenza è molto pessimista, ma l’età di coloro che ci rappresentano e le passate esperienze di alcuni non fanno ben sperare.

In tutto questo, però, credo che l’errore più grande sia quello di tirarsi fuori da tutto, di fare la parte dell’osservatore che sta lì nell’attesa che qualcosa succeda. Nel momento in cui questo comportamento lo assume chi, in buona fede, non conosce ancora in cosa consisteva il progetto di Matera 2019, chi non ha letto il dossier e ha provato a informarsi, magari chiedendo a qualcuno che fosse meno informato di lui; tutto questo potrebbe essere comprensibile e purtroppo creare quel confuso rumore di fondo di una popolazione che ha delle aspettative molto alte e pretende di cominciare a vedere qualcosa di nuovo (che non sia soltanto un bel Capodanno di RaiUno, come mai se ne sono visti a Matera). Meno comprensibile è il caso in cui a essere un po’ troppo confusa è la politica. Una politica locale che, nelle poche cose fatte, continua a considerare Paolo Verri una persona scomoda e ha deciso di voler tenere a distanza personalità di fama internazionale come Joseph Grima che hanno contribuito alla realizzazione del progetto di Matera 2019 e con la loro esperienza sono risorse importanti per organizzare un’offerta culturale contemporanea.

E se questa politica non può tirarsi fuori da tutto per dovere, onestà (e forse anche perché è pagata dai cittadini per occuparsi di questo), c’è qualcun altro che, invece, non dovrebbe farlo per un altro motivo. Perché, altrimenti, per cosa abbiamo messo in piedi tutto questo? E il riferimento è alla mia generazione, quella che più o meno nel 2019 dovrà prendere le decisioni più importanti, chiedendosi in che direzione le proprie vite dovranno andare.

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A dispetto di chi è etichettato come giovane e sta per compiere 40 anni, c’è una generazione che sta ancora studiando, che ha appena finito, che ha da poco cominciato a cercare la sua realizzazione lavorando, e che deve sentire sulle sue spalle la responsabilità di essere cittadino presente, futuro, permanente, temporaneo o qualcos’altro della Capitale Europea della Cultura.

Una delle frasi che mi ha colpito di più dell’ultimo articolo pubblicato da Mauro qui su Profumo di Svolta è nell’introduzione: “Siamo convinti che forse le occasioni da cogliere in quanto giovani generazioni non debbano essere legate all’aprire nuove strutture alberghiere: è n’aspirazione che non ci appartiene, non è il modo in cui possiamo nutrire il nostro territorio, facendo fruttare quello che continuiamo ad imparare ogni giorno”E’ una domanda importante che deve farsi chiunque si troverà presto a cercare un’occupazione a Matera e non ha il sogno o l’aspirazione di lavorare nel settore del turismo. E che in questo momento spera di non stare vivendo quella breve parentesi di trasformazione della cittadinanza materana da popolo di contadini a popolo di albergatori e ristoratori (con tutto il rispetto che meritano tutte queste tre categorie per il loro valore nella società).

La giusta domanda a cui provare a cercare una risposta, che sia parziale, confusa, ambiziosa o fin troppo precisa. Una risposta che magari non sarà quella giusta, ma che potrebbe essere utile a creare qualcosa di nuovo a Matera (come la proposta del Centro per le Arti Urbane dell’articolo) o a migliorare qualcosa che non c’è. Una risposta che sicuramente sarebbe quella giusta da dare a chi è immobile in questo momento, magari utile anche per suggerirgli una direzione. Anche perché in un gioco in cui si è tutti immobili e ci si aspetta la mossa degli altri, c’è il rischio di restare tutti fermi, mentre il tempo continua a scorrere. E se la politica avrà sempre le responsabilità, come scriveva sempre qui Roberto qualche tempo fa, in periodo di campagne elettorali: “Chiunque sarà il futuro Sindaco della nostra città, qualsiasi sia la sua “squadra” di governo della città, non ci sarà rivoluzione, né miracolo. Il cambiamento è un processo lento e difficile, e […] dopo una vittoria alle elezioni a nessuno viene regalata una bacchetta magica e nessuno viene dotato di un mantello da supereroe.”

… e concludeva, poi, l’articolo come penso che sia giusto concludere questa lunga riflessione.
“Ci sarà bisogno di tutto il nostro impegno affinché il frutto del nostro lavoro possa maturare, sarà necessario che generazioni diverse si prendano per mano e proteggano quel frutto che è ogni giorno un po’ più bello, più buono, ma anche più fragile e, comunque, sempre indifeso. Non bastano cinque anni per cambiare la nostra città, ma è necessario che prestiamo attenzione ad ogni attimo, ad ogni istante di tempo che scorre per la nostra realtà, perché sarà anche la realtà nella quale molti di noi, e molti altri cittadini d’Europa, ce lo auspichiamo, vorranno veder crescere i propri bambini”.

Giuseppe Cicchetti

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Note:
1 Riferimento principale al rapporto European Capitals of Culture: Success Strategies and Long-Term Effects del 2013. Disponibile qui. Per approfondire, è possibile trovare un elenco di pubblicazione suggerite nella bibliografia di questo elaborato.
2 Il dossier Open Future di Matera 2019 è disponibile qui.
3 Il riferimento è alle tesi neoistituzionaliste applicate all’arretratezza del Mezzogiorno. In particolare, al lavoro di Emanuele Felice contenuto nel libro Perché il Sud è rimasto indietro (Il Mulino, 2013). “Le diverse istituzioni, inclusive sono influenzate dalla disuguaglianza interna e dalla composizione sociale: dove la disuguaglianza – nel reddito, ma anche nell’accesso alla cultura – è maggiore, prevalgono istituzioni di tipo estrattivo, ed è questo il caso del Mezzogiorno. A loro volta, istituzioni di tipo estrattivo rafforzano i meccanismi di esclusione sociale e quindi la disuguaglianza: creando così dei vincoli di path dependence (dipendenza dal sentiero) che tendono a far rimanere un territorio o uno stato bloccato in un determinato assetto, socio-economico e istituzionale” (p.219).
4 ACEMOGLU, D., ROBINSON, J., 2012. Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty. London: Profile Books.

Foto da Instagram: un ringraziamento a @scom97 e @materameteo.
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3 grafici (+1) per capire la Basilicata del Rapporto Svimez 2015

di Giuseppe Cicchetti

Dell’ultimo Rapporto SVIMEZ si è parlato molto ultimamente, e non soltanto tra gli economisti. Si tratta di un bel malloppo da più di 800 pagine rivolto a tecnici ed esperti, fondamentale per capire a che punto è Sud e quanto quel divario che separa l’Italia in due metà si stia ampliando o restringendo. La presentazione del Rapporto di quest’anno, che si è svolta a Roma lo scorso 27 ottobre, è stata anche un’occasione per far emergere alcune proposte direttamente rivolte a politici e tecnici amministrativi con poteri e responsabilità importanti. Quanto questi (e lo stesso Rapporto) saranno utili, lo si vedrà con il passare del tempo. A noi “comuni mortali” interessa, invece, capire qualcosa in più su quello che sta accadendo in una terra che, insieme a giovani, ricchezza e posti di lavoro, sta perdendo anche la speranza. In mancanza del tempo e degli strumenti giusti per interpretare parole, tabelle e grafici, si rischia spesso di consegnarsi nelle mani di articoli e comunicati che – com’è normale che sia – utilizzano dati oggettivi per raccontare la realtà da un punto di vista soggettivo e questo spesso ci lascia una versione parziale delle cose, spesso riduttiva, della quale bisogna evitare di accontentarsi.

In questo articolo, cercheremo di raccontarvi il ruolo di una piccola regione come la Basilicata all’interno del Rapporto SVIMEZ 2015 sull’economia del Mezzogiorno. Per non essere troppo noiosi ci serviremo soltanto di 3 grafici (colorati e interattivi) e vi forniremo tutti i riferimenti necessari per controllare i dati e approfondire.

Cominciamo con il primo. La Basilicata che esporta!

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Nel 2014 le esportazioni sono aumentate del 9,9%1. Cresce il valore di quanto la Basilicata riesce a vendere all’estero e questo dato si contrappone a quello delle regioni vicine che fanno registrare risultati negativi (Campania -1,7%; Calabria -8,1%; Sicilia -13,9%) e le esportazioni del Mezzogiorno nel complesso diminuiscono del -4,7%. Complessivamente in Italia l’export aumenta del 2% grazie all’economia delle regioni del Centro-Nord (+3%).

Si tratta di un dato che rende orgogliosi i lucani, certo. Ma è importante considerare alcuni elementi per evitare di risultare superficiali e per comprendere anche alcune conseguenze di valore politico e sociale. Per prima cosa, non bisogna fare l’errore di sovrastimare questo dato. Le esportazioni lucane rappresentano soltanto il 3% circa del totale del Meridione: di conseguenza influenzano poco il risultato totale, ma soprattutto bastano variazioni (relativamente) piccole nell’export dell’industria regionale a condizionare il dato. A maggior ragione, e questo deve aiutarci a interpretare il dato nella maniera giusta, se pensiamo che la produzione di autoveicoli rappresenta da sola il 68%2 delle esportazioni lucane (esclusi “Coke e Prodotti petroliferi raffinati”). Capiamo che l’aumento dell’export è semplicemente lo specchio del risultato economico degli stabilimenti della FCA di Melfi.
E’ un risultato di cui essere molto contenti e festeggiare, perché l’industria automobilistica e il suo indotto sono dei pilastri dell’economia lucana. Ma riflettendo un po’ sugli eventi della quotidianità lucana è tragicamente comico pensare che siamo una regione che alza con forza la sua voce contro lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, poi non si interessa troppo alla raccolta firme per i referendum abrogativi in materia di trivellazioni, e infine arriva a esaltarsi per i risultati positivi dell’industria automobilistica (che sfrutta i combustibili fossili come risorsa indispensabile) facendone l’emblema del suo progresso. Forse dobbiamo impegnarci un po’ di più per chiedere un modello di sviluppo regionale diverso.

Ma torniamo a Svimez e passiamo al secondo grafico.
La Basilicata e la povertà.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

Si tratta di dati3 relativi al 2013. Sostanzialmente un lucano su 3 (31,2%) è a rischio povertà, e questo dato è in linea con quello dell’intero Mezzogiorno (32,8%). In Italia, invece, siamo al 18,1%. Il concetto di povertà4 attraverso cui si descrivono questi fenomeni sociali prende in considerazione il reddito familiare e individua una soglia di rischio di povertà al di sotto della quale le famiglie, se non sono già povere (perché per esempio possono finanziare i consumi con i risparmi accumulati in passato), possono diventarlo nel corso del tempo. E’ un dato indispensabile per comprendere il contesto della nostra regione, importante per tenere i piedi per terra e ricordarsi che il progresso nella nostra regione non potrà lasciare indietro gli ultimi. E’ un dato che, solo in parte, possiamo considerare attenuato da uno dei più grandi valori che il passato della nostra regione e la civiltà contadina ci hanno lasciato in eredità. La frugalità, il sapersi accontentare del poco che si ha.

Il terzo grafico riguarda l’occupazione.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

Rispetto al 2008 e agli anni precedenti alla crisi economica, la Basilicata ha perso il 6% degli occupati e l’intero Mezzogiorno il 9%. Ma nel 2014 la Basilicata guadagna circa 2.600 occupati5. Si tratta di un dato in leggera controtendenza con il resto del Sud, dove l’occupazione continua a diminuire. Se approfondiamo, scopriamo anche che nel 2014 gli occupati aumentano nel settore dell’agricoltura e in quello dell’industria, ma non in quello dei servizi. E’ facile prevedere una crescita notevole per i prossimi anni in quest’ultimo settore, che sarà dovuta alla nuova vocazione turistica da poco ritrovata della regione.
Se da una parte questi piccoli segnali incoraggiano il nostro ottimismo, dall’altra dobbiamo sempre evitare di cadere nella trappola dell’isola felice, quella di una Basilicata che può farcela da sola in un Sud dove lavora soltanto un giovane su quattro (il 26,6% tra i 15 e i 34 anni, in Grecia sono il 38,1%, in Spagna il 44,6%) e soltanto una giovane donna su cinque (20,8%). Già le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ ci evidenziavano la situazione dei NEET (Not in Education, Employment or Training): quattro giovani su dieci sono fuori dal mercato del lavoro e dai circuiti formativi (in Grecia sono il 29,5% e in Spagna il 22,4%)6.

I numeri spesso aiutano, ma non sono altro che un punto di partenza per capire in quale direzione bisogna scegliere di andare. Per comprendere meglio il futuro della nostra regione possiamo accostare a questi tre grafici elaborati sulla base dei dati Svimez, un quarto (costruito sulle serie storiche dei dati APT-Basilicata7, che si fermano al 2014) che mostra come il turismo nella città di Matera stia crescendo e che forse non necessita ulteriori commenti.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

L’immagine di Matera sta riuscendo a trascinare il turismo nell’intera Basilicata, e i trend di crescita saranno ancora più evidenti nei prossimi anni. Questa è già l’eredità del percorso che ha portato Matera a diventare Capitale Europea della Cultura 2019 e nonostante il turismo sia soltanto uno dei temi centrali del dossier vincitore, sarà quello che mostrerà gli effetti più evidenti nei mutamenti economici e sociali della regione.

Recuperando un punto di vista generale su tutto il Sud, i suggerimenti della SVIMEZ rimangono gli stessi degli ultimi anni: il Governo nazionale, Enti e Amministrazioni Locali devono intraprendere politiche pubbliche di ampliamento della spesa, essere i primi a impegnarsi affinché si creino le condizioni favorevoli per una ripresa degli investimenti e dei consumi. D’altra parte, però, è importante considerare la necessità di politiche di investimento migliori dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. La storia recente lucana è un esempio positivo della volontà e della capacità di creare progetti di qualità e mettere al centro lo sviluppo e la coesione sociale, oltre che la crescita economica. Come questa, esistono tante esperienze virtuose al Sud (e altrove) e diventa fondamentale monitorarle e studiarle, per poi replicare questi modelli in altri contesti simili che possono diventare realtà in grado di attrarre investimenti.

La Basilicata ha deciso di costruire il suo futuro puntando sulla cultura, sulla forza trascinatrice del progetto di Matera 2019. Ha deciso di costruire un programma di investimenti di cui beneficeranno direttamente e indirettamente i settori economici delle industrie creative e culturali, oltre che quello del turismo e altri collegati (in Italia per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,7 in altri settori8). Bisogna, però, avere il coraggio di acquisire una prospettiva più ampia sulle condizioni del Mezzogiorno, perché credere nella fortuna di un’isola felice, di cui si parlava prima, circondata da una terra di deserto economico e sociale è da ingenui, oltre che una prospettiva irreale e per niente auspicabile. Bisogna che le potenzialità del Mezzogiorno, insieme ai suoi problemi, diventino oggetto di attenzione e di fiducia da parte di tutti gli italiani e dell’Europa. E occorre che a prendersi cura di una terra macroscopicamente in declino siano per primi i suoi abitanti.

Giuseppe Cicchetti

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Note:
1 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 34. Esportazioni nel 2014 nelle regioni italiane, p. 87.
2 Quaderno SVIMEZ – Numero speciale (37), 2013. Rapporto sullo stato dell’economia della Basilicata e sulle prospettive di una ripresa sostenibile. Tab. 4. Esportazioni totali e per settore, p. 11.
3 Rapporto SVIMEZ 2015. Fig. 3. Individui a rischio di povertà. Anno 2013, p. 176.
Riguardo il rischio di povertà (indicatore Europa 2020). Secondo gli standard Eurostat, la popolazione a rischio di povertà è la percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile equivalente (dopo i trasferimenti sociali) inferiore ad una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione del reddito familiare disponibile equivalente nel paese di residenza. Nel 2013 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2012) è pari a 9.456 euro annui (9.238 euro annui se espressa in PPA). Rischio di povertà o di esclusione sociale (indicatore Europa 2020). L’indicatore considera la percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: (1) vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (vedi bassa intensità di lavoro); (2) vivono in famiglie a rischio di povertà (vedi rischio di povertà); (3) vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale (vedi deprivazione materiale grave).
5 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 4. Variazione degli occupati tra il 2013 e il 2014, per settore di attività e regione, p. 141.
6 Dati disponibili anche online sul sito della SVIMEZ.
7 Dati sulle serie storiche disponibili anche online sul sito dell’APT Basilicata.
8 Riferimento agli effetti del moltiplicatore del Sistema Produttivo Culturale nel 2014. Symbola-Unioncamere, Rapporto Io Sono Cultura – 2015, p. 60. Disponibile anche online sul sito della Fondazione Symbola.
7 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 34. Esportazioni nel 2014 nelle regioni italiane, p. 87.

Foto in evidenza da Instagram: un ringraziamento a @tunnconoscilsud (https://www.instagram.com/p/-jUpM1h2eI).
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Da Matera bisogna partire

di Giuseppe Cicchetti

Da qualche mese ormai, Matera non è più quella di una volta.
Forse in città è cambiato poco. Certo, si respira un’aria migliore e tra i tanti pensieri quotidiani basta poco per essere contagiati da quel denso e travolgente entusiasmo che anima tutti coloro che hanno vissuto e vivono ogni giorno il sogno di Matera 2019, che hanno immaginato e compreso quale potesse essere il proprio contributo nel progetto collettivo, ancora tutto da costruire. Ma fuori, in particolare lontano dalla Basilicata e dal Meridione, Matera non è più quella sconosciuta città di un’altrettanto sconosciuta regione, di un triste e irrecuperabile Sud.

I materani che vivono lontano da casa, da qualche mese sorridono guardando sul telefono i messaggi degli amici più cari che dicono di aver visto Matera in TV, di aver riconosciuto la Capitale Europea della Cultura 2019 sul giornale o alla radio, tra le foto di Facebook e Instagram di cantanti e attori famosi. Loro poi si prenotano per venirti a trovare a Matera, e nel frattempo tanti turisti e viaggiatori in Italia e in Europa programmano le proprie vacanze in una terra lontana, tanto difficile da raggiungere. E mentre il mondo scopre la bellezza di una città abitata da millenni, tra gli esperti e gli appassionati di innovazione sociale aumenta la curiosità nei confronti di una comunità che con un progetto ambizioso (raccontato principalmente dal dossier #OpenFuture, sempre disponibile a questo link) vuole provare a sperimentare nuovi modelli di vita, di accesso alla cultura, di rapporto con i turisti cittadini temporanei, di politica e di sviluppo di un territorio.

E così si fanno avanti nuovi paradigmi tutti da immaginare, e tanti vecchi scetticismi non fanno fatica a riemergere. Da una parte si percepisce l’entusiasmo sincero di chi vorrebbe trovare in tutto questo la possibilità di mettere a disposizione le proprie competenze e la propria passione per un progetto collettivo; e dall’altra si riconosce facilmente l’egoismo di chi è pronto a investire, mettere su un Bed&Breakfast o un albergo di lusso, e sfruttare tutto questo per soddisfare un proprio interesse personale.

Tra queste e tante altre reazioni più o meno istintive, non è passato di moda un vecchio luogo comune. Prima dello scorso ottobre ci si lamentava perché troppi ragazzi erano costretti a partire da Matera e andare a studiare o a cercare lavoro lontano dalla Basilicata. Oggi ci si auspica che con l’appuntamento del 2019 non sia più così, che si possa evitare di partire, di emigrare, di fare questo sacrificio andando via da casa. Forse dovremmo riflettere un attimo in più su questo, pensarci un po’ su. Considerarlo un piccolo dilemma da affrontare – in quanto cittadini materani – a qualsiasi età, in particolare negli ultimi anni di scuola superiore, quando ci si prepara a quel gesto per noi percepito inizialmente come estremo e pesante, quasi una condanna da scontare.

Forse dalla Città dei Sassi bisogna andarsene. Da Matera bisogna continuare (o magari cominciare) a partire. Non deve mancare il coraggio di fare le valige e di cercare lontano dalla nostra città quello che ci manca. E questo è un atto di amore, non un insulto, né un’offesa.

“Dobbiamo andare via se ne abbiamo la possibilità e considerare questo un regalo che facciamo a noi stessi, oltre che un piccolo sacrificio. Perché lontani da casa dobbiamo incontrare il mondo, studiare qualcosa di diverso, vivere da soli, imparare nuove lingue, conoscere nuove persone, innamorarci di nuovi posti, sentire la mancanza di casa e capire veramente se dovrà essere qui il nostro futuro e così tornare magari un giorno molto migliori, più entusiasti e motivati di quando siamo partiti. Sicuramente meno frustrati: perché anche da lontano sapremo di poter contribuire alla crescita della nostra terra, se veramente lo vorremo.” ( da Le 10 cose che mi ha insegnato Matera 2019)

Certo, se ne abbiamo le possibilità, se non sono vincoli di natura economica, o ancor più delicati, a impedircelo. E per quanto possono, la politica e la società devono impegnarsi a rimuovere questi ostacoli – nel pieno spirito dell’articolo 3 della Costituzione.

Ma bisogna partire, perché lontano da Matera c’è qualcosa che nella nostra Basilicata non c’è. Qualcosa di bello e di utile, che sta a noi riconoscere e portare a casa con fiducia e orgoglio. C’è anche qualcosa di brutto, da comprendere e da scongiurare, da tenere il più lontano possibile dalla nostra città. Esempi? La vivacità culturale e l’accoglienza riservata allo straniero che hanno reso internazionali tante città universitarie, da cui Matera e i materani potrebbero imparare. Oppure il turismo esagerato e asfissiante di cui vive (o forse muore, direbbe Salvatore Settis) una città come Venezia, da cui Matera dovrebbe altrettanto imparare.

Da Matera bisogna partire, anche perché il concetto di distanza è cambiato. Non è un caso che dentro #OpenFuture (nel dossier, nel significato di tanti progetti già avviati) si riconosca il valore di quell’infrastruttura immateriale che è Internet, degli alfabeti digitali come nuove forme di comunicazione e di approccio al nostro presente, del coding (programmazione informatica) come importante competenza (non soltanto) tecnica al nostro servizio, da imparare magari da piccoli come si fa nei CoderDojo lucani. La rete ci ha già cambiato la vita e oggi ci permette di sentirci vicini a chiunque, di costruire, di lavorare, di formarci, di conoscere, di approfondire. di contribuire, di collaborare, di partecipare. Certo, comunque non è come esserci di persona (ma ci sono sempre Ryanair e i treni prenotati con sufficiente anticipo).

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Da Matera bisogna partire, perché il nostro presente non è più quello dei nostri nonni a cui capitava di allontanarsi da casa soltanto per il viaggio di nozze, il servizio militare, le vacanze o per guadagnare qualcosa in più in Germania da spedire a casa; non è più quello dei nostri genitori ai quali prendere un aereo costava centinaia di migliaia di lire e il telefono era soltanto fisso. Da Matera bisogna partire, perché chi va a studiare all’estero non è necessariamente un “cervello in fuga”, ma forse qualcuno che vuole cogliere le opportunità che il mondo di oggi gli offre; perché chi sceglie di lavorare all’estero non sta emigrando, bensì cerca il suo posto nella società in un’altra regione dell’Europa (o del mondo). Forse la sfida è quella di diventare noi Matera, quel posto nel mondo in cui qualcuno, studenti o chiunque, potrebbe trovare (o ritrovare, per scelta e non per costrizione) se stesso, la sua vita, il suo futuro.

A Matera bisogna arrivarci da altrove per studiare, lavorare, imparare, sperimentare, vivere a un’altra velocità, pensare. Magari fare tutto questo nello stesso modo in cui lo si fa normalmente in altre parti del mondo. Oppure in un modo completamente nuovo e originale.

Se Matera 2019 servirà per non far partire e far restare a Matera tutti coloro che dai 19 anni (a volte anche prima o più tardi) decidono di andare via, forse avremo perso. Se Matera 2019 servirà a far tornare coloro che vorranno farlo dopo essere partiti, se servirà a far arrivare in città ragazzi giovani che potranno contribuire con le loro idee, la loro esperienza e la loro diversità allo sviluppo della città (insieme a chi, per un motivo o per un altro non se ne sarà mai andato o sarà tornato), allora forse avremo vinto.
Una cosa è certa: tutto dipende da noi.

Giuseppe Cicchetti

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Foto da Instagram:
Un ringraziamento a @aurelienzaccardi e @valentinofialdini
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Le 10 cose che mi ha insegnato Matera 2019

di Giuseppe Cicchetti

Oggi, 17 Ottobre 2014 si decide quale tra le 6 città finaliste sarà nominata Capitale Europea della Cultura. Matera è ancora in corsa, e addirittura è data come favorita in alcune classifiche parziali. Le emozioni e le sensazioni di queste ultime ore saranno irripetibili perché, comunque vada, sabato 18 Ottobre Matera non sarà più la stessa di prima. Vincitrice o perdente che sia, Matera guarderà al futuro pensando a questi ultimi anni come a un periodo intenso di riflessione e di azione in vista di un (non troppo lontano) futuro. E’ per questo che consiglio a ogni materano, a ogni lucano di ritagliarsi qualche minuto della propria giornata per pensare al futuro della città e della propria regione, alle proprie aspettative, perché soltanto in queste ore, forse, riuscirà a farlo a “mente fresca”. Intanto io vi propongo un elenco di 10 cose (soltanto alcune delle cose) che negli ultimi anni ho imparato dall’interno e dall’esterno dell’ambizioso progetto di Matera 2019. Spero possano essere proprio queste un primo spunto di riflessione.

1. Non basta essere di Matera, non basta amare follemente la propria città per essere la persona più adatta a farla crescere.
Abbiamo bisogno di uomini e donne non materani, non lucani, non italiani per riuscire a apprezzare ancora di più il nostro patrimonio culturale, per comprendere la nostra grandezza. Come avrebbe mai potuto un materano, ad esempio, fare riferimento alla propria città come a una capitale mondiale dell’ospitalità, quando per noi lucani l’accoglienza è la normalità. Se non scopriamo e non sperimentiamo le nostre unicità, l’eccezionalità di ciò che ci rende speciali, non potremo mai apprezzare noi stessi abbastanza. E l’apertura con l’esterno, le porte aperte a nuovi cittadini, la volontà di fidarsi di chi potrebbe conoscere la nostra terra non abbastanza quanto noi stessi ha risvolti positivi sullo sviluppo sociale, turistico, culturale, anche dal punto di vista economico e imprenditoriale. Chi, se non un “forestiero”, può portare qualcosa di nuovo e innovativo tra i cittadini abituali di un certo luogo?

2. Il fatto che i giovani non devono allontanarsi dalla Basilicata è una cazzata.
Dobbiamo farlo: dobbiamo andare via se ne abbiamo la possibilità e considerare questo un regalo che facciamo a noi stessi, oltre che un piccolo sacrificio. Perché lontani da casa dobbiamo incontrare il mondo, studiare qualcosa di diverso, vivere da soli, imparare nuove lingue, conoscere nuove persone, innamorarci di nuovi posti, sentire la mancanza di casa e capire veramente se dovrà essere qui il nostro futuro e così tornare magari un giorno molto migliori, più entusiasti e motivati di quando siamo partiti. Sicuramente meno frustrati: perché anche da lontano sapremo di poter contribuire alla crescita della nostra terra, se veramente lo vorremo.

3. L’entusiasmo dei più giovani è il futuro.
Certo, non può prescindere dall’esperienza, dai consigli e dai valori di chi ormai non ha più l’età o la forza di esserlo. Ma è con l’apertura mentale dei più giovani, con la loro propensione all’innovazione che ci si prepara per un avvenire migliore. E soprattutto con la loro libertà: la libertà di seguire i propri sogni, di mandare a fanculo chi pretende di aver già pensato per loro un futuro diverso da quello che essi stessi stanno sognando e che magari hanno già cominciato a costruire. La libertà di guardare negli occhi qualcuno con qualche capello bianco di troppo, ascoltare la sua opinione e poi, dandogli del tu, del lei, del voi, esprimere la propria opinione, proponendogli il proprio punto di vista e motivandolo. Se questi due uomini continueranno a confrontarsi con rispetto, educazione, onestà, sincerità e con la voglia di dialogare senza alcuna barriera: allora in quel momento, in quella conversazione qualcuno starà ponendo le fondamenta di un futuro migliore.

4. Non si può restare soli.
Oggi, un gruppo di persone che lavora isolato, che organizza iniziative, che scrive, che pensa e che progetta da solo si sta precludendo troppe opportunità. “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee” (G.B. Shaw). Ma due idee non bastano, sappiamolo. Ci sono state tante occasioni, su piattaforme di discussione reali o virtuali, per collaborare, per conoscere nuove persone che magari avevano i nostri stessi obiettivi, per unire progetti, per poter contare su qualcun altro, per accorgersi che fare qualcosa insieme è sicuramente meglio.

5. Il web è un nuovo punto di partenza.
Sapersi muovere tra social network, piattaforme, community, blog e cloud come utenti attivi (soprattutto) e passivi – quello che potremmo riassumere con ‘conoscere i nuovi alfabeti digitali’ – è come saper leggere e scrivere, fare di conto, conoscere una seconda lingua. E se il CoderDojo è una speranza, la wikicrazia è una sfida.

6. L’importanza di raccontarsi.
Perché il web ci aiuta anche a uscire dall’isolamento attraverso lo storytelling. A volte fare qualcosa di buono, essere soddisfatti di un progetto portato a buon fine potrebbe non essere abbastanza. Nasciamo come uomini che trovano nella condivisione e nello scambio un motivo di vita, un pretesto per instaurare nuovi legami per conoscere e apprendere, confrontarsi e crescere. Raccontare significa riempire i dibattiti pubblici di positività e di propositività, porre le basi per future sinergie, innescare la miccia di un meccanismo che attraverso esempi e esperimenti mantiene viva la società, la colora e la rende più stimolante.

7. Non chiedere il permesso.
Se sono nate Profumo di Svolta a Matera, Vox Populi a Grassano e altre realtà più o meno diverse (come anche l’appena nata e già super attiva sul web Matera Inside), vuol dire che in ogni centro abitato della Basilicata può nascere un gruppo di ragazzi che prova a fare qualcosa di buono per la propria (più o meno grande) realtà. La comunità beneficerà di questa realtà direttamente o indirettamente e forse il destino dei centri abitati della Basilicata non sarà quello inesorabile toccato a Craco Vecchia. Dobbiamo comprendere che amare la propria terra è tutto tranne che starsene con le mani in mano, perché da qualche parte del mondo qualcuno starà lavorando, progettando, costruendo per la terra che ama.

8. Le basi.
Cultura prima di essere letteratura, poesia, arte, architettura (ecc…) è igiene, rispetto per l’ambiente, accoglienza, rispetto per il nostro passato, per le persone con cui viviamo ogni giorno. E’ vita, dialogo, confronto educato. Perché in una città ci sarà sempre chi si lamenta (senza fare nulla), chi critica (senza farsi un esame di coscienza), chi offende (pretendendo di essere rispettato), chi penserà che il frutto del suo lavoro valga di più di quello di altri, che i fondi pubblici sono spesi bene soltanto se sono spesi direttamente per me. Il segreto non è far parte di questa ala della società e non è pensare a cosa la società può fare per me, ma a cosa posso fare io per la società (JFK).

9. “La differenza tra il dire e il fare è il fare” (cit.)
Perché nel fare qualcosa di buono, qualcuno sarà pronto a seguirti, spezzando pregiudizi, campanilismi, frustrazioni e trovando nuove motivazioni.

10. Pensare al futuro.
Avere sempre una visione a lungo termine, anche se quello che sto facendo ha bisogno di me adesso. Agire nel presente con un obiettivo più o meno definito nel futuro, che sia esso individuale o collettivo. Questo ci spingerà sempre più a tenerci aggiornati, restare al passo con i tempi, guidare l’innovazione. Ed essere consapevoli di impegnarsi, a volte, per quello che potrebbe essere soltanto un pretesto. Diventare Capitale Europea della Cultura sarà un traguardo, un titolo, un motivo per festeggiare. O forse non lo sarà, soltanto tra poche ore lo sapremo. Adesso invece sappiamo soltanto che è stato un pretesto per conoscere meglio se stessi, riscoprire le proprie origini, pensare al futuro con fiducia e con delle nuove consapevolezze.

Giuseppe Cicchetti

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Matera capitale di che?

Matera è candidata a Capitale Europea della Cultura nel 2019.
Si, ma di quale Cultura?

Spesso siamo abituati a considerare cultura tutto ciò che ha un retrogusto antico. A scuola ci abituano a considerare cultura i classici della letteratura italiana e internazionale. Visitiamo la nostra regione, il nostro Paese, in lungo e in largo alla ricerca di quella cultura incastonata nei siti e nei reperti archeologici, quella che trasforma i musei in templi sacri. Templi nel vero senso dell’etimologia greca – da temno (separare): una cultura separata dalla vita di tutti i giorni. Siamo abituati a riconoscere la cultura in tutto quello che il passato ci ha consegnato in eredità: nei grandi nomi della letteratura, dell’arte, dell’architettura. Nei poeti e nei filosofi, nei popoli che prima di noi hanno abitato la nostra terra e hanno lasciato una loro impronta ancora oggi visibile.

Ma c’è un’altra Cultura, o meglio un altro modo di intendere la cultura.
Quando i Greci hanno eretto le Tavole Palatine a Metaponto, i Romani il Colosseo a Roma; quando Dante ha composto la Divina Commedia, Alessandro Manzoni I Promessi Sposi; quando Leonardo ha dipinto la Gioconda, Antonio Canova scolpito Amore e Psiche; quando gli artisti che appartengono alla migliore tradizione artistica e culturale italiana hanno dato sfogo alla propria forza creativa e perizia tecnica si rivolgevano agli uomini del proprio tempo, forse inconsapevoli di lasciare in eredità ai posteri e al genere umano i loro capolavori. Oggi cultura è anche valorizzare quello che il nostro passato ci ha consegnato e che dobbiamo custodire gelosamente. Ma cultura è soprattutto la capacità di vivere il presente e generare un prodotto culturale contemporaneo che possa essere riconosciuto e reso fruibile per gli uomini e le donne che vivono quest’era turbolenta. Qualcosa da consegnare con orgoglio e fiducia alle future generazioni.

Se in Italia non è facile farsi strada con questa idea diversa di cultura, mi piace guardare Matera con tanta speranza.

Quante speranze abbiamo di diventare Capitale della Cultura sfidando Ravenna sul campo dell’arte o dell’architettura? Ravenna, che è già stata Capitale. Si, più di un millennio fa, dell’Impero Romano d’Occidente. Quante possibilità abbiamo di vincere contro Siena, magari sul campo dell’architettura urbana sulla bellezza del suo centro storico medievale?

Forse è proprio partendo dai Sassi che possiamo riconoscere l’unica vera cultura di cui possiamo diventare Capitale. Andate nei Sassi, magari prendendo la discesa di Sant’Agostino, e fermatevi davanti a uno dei tanti punti panoramici che forse nessun’altra città al mondo è in grado di regalarvi. Ma non accontentatevi di questo, guardate oltre: non è sufficiente far innamorare qualcuno di un paesaggio per diventare Capitale della Cultura, non è sufficiente ingannare i sensi e stordire chiunque si fermi a ammirare i Sassi di Matera per la prima volta, e poi per la seconda e la terza e ancora.

L’immagine dei Sassi con accanto la Gravina e poi la Murgia è la rappresentazione perfetta di armonia tra l’uomo e la natura. L’immagine di un uomo che ha cominciato a modellare il luogo in cui avrebbe vissuto con consapevole, e a volte anche inconsapevole, dedizione. E con il passare del tempo ha lasciato la sua impronta avendo cura di quella che sarebbe diventata la sua casa, la casa dei suoi figli e dei suoi nipoti. Un uomo con una predisposizione naturale alla bellezza e all’armonia ha scavato la roccia e costruito tufo su tufo la sua casa, abbellito chiese e innalzato campanili, organizzato vicoli e piazze, cortili e vicinati. Un uomo profondamente ignorante, che ignorava fino a un centinaio di anni fa l’esistenza di un alfabeto, ha ricreato un sistema di canalizzazione delle acque che sarebbe diventato nel 1993 patrimonio dell’UNESCO e dell’Umanità. Come il torrente che gli scorreva affianco, lui ha abitato quel luogo e pian piano lo ha modificato a seconda delle sue necessità, segnando un solco che le generazioni future avrebbero reso sempre più profondo con una staffetta millenaria.

Matera, sassi e gravina

Oggi questo panorama ci regala l’immagine di qualcosa che forse non troveremo da nessun’altra parte nel mondo. La cultura del vivere a un’altra velocità rifiutando la frenesia contemporanea, la cultura di un luogo nel cuore di una città dove il suono della acqua del torrente Gravina che scorre e più forte di quello del rombo di un’automobile, un luogo dove forse le automobili rumorose non sono il futuro, dove bastano pochi minuti per essere nella natura incontaminata.

Ma soprattutto i Sassi sono un luogo dove le ultime generazioni hanno saputo raccogliere il testimone di quelle precedenti. Senza snaturare il frutto di quella cultura antica, oggi nei Sassi si continua a vivere: tanti materani hanno la propria casa, il proprio ufficio; ci sono ristoranti, pizzerie, pub; i luoghi dove vengono accolti i turisti, dai B&B agli hotel a cinque stelle. Nei Sassi ci sono compagnie teatrali, sedi di associazioni, incubatori di imprese e centri culturali. Ci sono botteghe di artigiani. L’arte cristiana è nelle chiese e nelle edicole nascoste tra i vicoletti. Nei Sassi c’è chi si è inventato il museo della civiltà contadina e chi ha creato uno spazio di co-working iperconnesso con il mondo intero. Nei Sassi si incontra la cultura del passato con quella del futuro.

Non è difficile comprendere come la stessa immagine dei Sassi appena proposta possa essere la rappresentazione di un prodotto culturale collettivo contemporaneo, soprattutto partendo dalla splendida definizione di cultura che l’UNESCO istituiva nel 1982 a Città del Messico:

«La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze».

Ma senza voler a tutti i costi forzare quelli che rappresentano i canoni tradizionali della produzione culturale, la stessa fiducia e lo stesso ottimismo sono alimentati dall’attività e dalla produzione artistica dell’Onyx Jazz Club, che ultimamente sta dedicando tante energie anche al tema della gestione di uno spazio culturale come quello di Casa Cava; del MUSMA – Museo della Scultura Contemporanea Matera che dal cuore dei Sassi sa comunicare e generare le migliori contaminazioni artistiche con il mondo; e del Conservatorio di Musica “E. R. Duni”, la cui orchestra ultimamente si è esibita proprio alla Philharmonie di Berlino, nella città simbolo della produzione culturale contemporanea europea, portando composizioni orgogliosamente materane (tra cui l’inno “Matera 2019 Insieme”). E di realtà che producono cultura ce ne sono tante altre.

Schermata 2014-05-29 alle 05.50.56Certo, c’è tanta strada ancora da fare, perché ci sono tante aree dei Sassi da riqualificare e valorizzare, c’è tanto spazio per continuare a coinvolgere i materani in attività e progetti, in un percorso per amministrare meglio la città, per intraprendere politiche e governance partecipate, per aprire ancor di più i luoghi della cultura codificata, per rendere più accessibile un museo ai suoi visitatori e gli sforzi del Palazzo Lanfranchi ne sono un bell’esempio.

E c’è una sfida che unisce una questione che storicamente ha sempre interessato Matera (e tutto il Meridione) e uno dei mezzi più potenti che la rivoluzione tecnologica del nostro presente ci ha regalato. Ogni anno centinaia di giovani abbandonano la Città dei Sassi: alcuni hanno poco più di 18 anni e partono per frequentare università, scuole di alta formazione, accademie d’arte in tutto il Paese senza il timore di superare anche le frontiere italiane; altri sono alla ricerca un lavoro lasciandosi alle spalle le zone con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa e altri ancora partono per scoprire cosa c’è di diverso lontano da casa. Oggi per Matera sono una risorsa – siamo una risorsa – tutti coloro che vivono a centinaia di chilometri da casa: conoscono realtà diverse da quelle in cui sono nati e si incuriosiscono di tutto ciò che trovano altrove e che vedrebbero bene anche nella città da cui sono partiti e dove magari potrebbero (o vorrebbero) tornare. Oggi sono migliaia i giovani materani che abitano in tante città universitarie: sono le menti e i cuori migliori che Matera ha partorito e che altre città hanno coltivato, molti dei quali continuano a essere legati da un cordone ombelicale alla città che amano, ma che riconoscono il grande valore rappresentato dalla contaminazione culturale resa possibile viaggiando e vivendo lontani. Oggi Internet permette loro di essere più vicini alla città che hanno da poco lasciato: la Rete è un mezzo che permette a tanti di seguire più da vicino cosa succede a Matera, di interagire e anche di contribuire alla vita sociale materana. Non sono poche le realtà che grazie alla Rete sembrano quasi fisicamente presenti sul territorio: ci siamo noi di Profumo di Svolta – che cresciamo giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza -, ci sono i ragazzi di Vox Populi che fanno qualcosa di simile a Grassano, c’è la Web Community di Matera 2019 che riesce a fare tutto in una maniera molto più strutturata e fa dialogare tante persone più o meno vicine fisicamente a Matera, ci sono i tanti ragazzi e ragazze che arrivano a Casa Netural grazie a chi crede nella forza innovativa del co-working e co-living. Ma quante ancora potrebbero essere le occasioni di catalizzare le energie più giovani e più fresche intorno all’obiettivo comune che può vedere il 2019 come un semplice passaggio e costruire il futuro di una città che deve essere pronta a crescere, a mettersi in gioco, a innovarsi, a reinventarsi, a riaccogliere i tanti giovani che ha lasciato andare. La storia ci ha insegnato quanto “il forestiero” abbia portato in un luogo le novità, le innovazioni, il modo diverso di pensare e di vivere; oggi nell’era della globalizzazione questo ruolo può essere svolto con una straordinaria efficacia anche da chi parte, ma può riuscire a non sentirsi troppo lontano dalla sua città e magari ritornare, un giorno, abbastanza contaminato e motivato, con un suo progetto o semplicemente con tanta buona volontà di cambiare.

Se ci chiediamo ancora di quale Cultura vogliamo diventare Capitale Europea, guardiamoci intorno e pensiamo a com’è cambiata Matera nella sua storia recente, al suo passato e al suo ultimo sviluppo, a quanto può ancora cambiare grazie alle leve del turismo e dell’innovazione e a quanto il contributo di ogni materano (di nascita o d’adozione) può essere importante per conservare un patrimonio dal valore inestimabile che ci è stato lasciato in eredità, per valorizzarlo e viverlo e per cominciare (o continuare) a costruire un nuovo modello sostenibile di società.

Certo, dipende tutto da noi.

Giuseppe Cicchetti

del 29.05.2014

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foto di Daniele Conte (http://instagram.com/p/hxnl7lpIfa/ – http://instagram.com/p/nu7jNwpIVn/)

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Piccoli risultati. L’obiettivo è sempre lo stesso

Quanto vale impegnarsi per un obiettivo concreto?

Riflettere e discutere: confrontarsi e percepire quali sono le vere esigenze dei più giovani, anche quelle meno evidenti che, però, possono realmente contribuire allo sviluppo di una comunità. Anche soltanto offrire un’opportunità, per quanto misera questa possa essere (o magari sembrare).

Chi segue Profumo di Svolta sa quanto questa imprevedibile banda di matti attribuisca valore agli spazi della cultura, ai quei luoghi con cui una città dovrebbe aprirsi alla comunità che la abita: per favorire le esperienze di condivisione, o almeno per non limitarle. Un anno, fa dopo aver espresso “Un desiderio per Matera”, profumodisvolta.it pubblicava “Studiamo insieme? Ok, dove? Gli spazi della cultura a Matera” e si interrogava sul valore di trovare una dimensione sociale per gli studenti, perché essi possano vivere meglio la città e sentirla propria, offrire ai più giovani degli spazi dove coltivare i propri interessi attraverso anche una cultura sociale e conviviale.

Ci siamo attivati e interrogati quali potessero essere le strade migliori per valorizzare i tanti spazi “dimenticati” di cui la nostra dispone. Nel periodo natalizio il nostro festival “L’Ora degli Studenti” ridava vita agli Ipogei di piazza San Francesco e in questi giorni siamo felici di presentarvi un nuovo esperimento. Modesto, ma allo stesso tempo molto ambizioso.

Casa Cava è uno dei luoghi più suggestivi della città di Matera: moderna e atipica nel suo aspetto, accogliente, scavata nel tufo e immersa nel Sasso Barisano, a pochi passi da piazza San Giovanni. Ha una vocazione naturale per diventare un centro culturale e Riccardo D’Ercole con la Consulta Provinciale degli Studenti si è impegnato moltissimo negli ultimi mesi, coordinandosi con l’associazione di volontariato Joven, perché l’idea di uno spazio pubblico, accogliente, aperto ai giovani nel cuore dei Sassi potesse diventare realtà. Il progetto MoodZone e le iniziative di #caviamocultura (che vi consigliamo di approfondire) hanno animato e continueranno nei prossimi mesi a animare Casa Cava e all’interno di questo splendido contenitore culturale ci siamo impegnati fino in fondo perché potesse essere allestita un’area completamente a dimensione di giovane che potrà “banalmente” essere utilizzata per studiare insieme e prepararsi a ospitare esperienze di condivisione costruttiva tutte da co-progettare.

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Si parla spesso dell’importanza di fare rete e oggi senza il fondamentale supporto e contributo concreto di Joven, di Imma D’Angelo, Luciano Antezza, Luca Giuffrida; senza la lucidità del Consorzio che gestisce Casa Cava diretto da Gigi Esposito; senza Riccardo che ha tirato la Consulta degli Studenti in questo progetto innovativo, senza tutti coloro che hanno dato la propria disponibilità per sperimentarne una gestione condivisa, oggi alla domanda “Studiamo insieme?” non potremmo ancora rispondere “Si! Andiamo a Casa Cava”.

 

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L’ “aula studio” della Casa Cava ha ospitato i primi studenti negli ultimi due venerdì pomeriggio (dalle 15:00 alle 20:00), proprio quando anche la Biblioteca Provinciale è chiusa.

Sarà aperta a tutti ogni venerdì con gli stessi orari e potrete seguire tutti gli aggiornamenti sulla pagina facebook appena creata Aula Studio – Casa Cava. Noi di Profumo di Svolta saremo tutti a Matera per il periodo di Pasqua e ci coordineremo con la Consulta degli Studenti per la gestione: presto vi comunicheremo il calendario di apertura per i giorni delle prossime settimane.

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Continuate a seguirci e, se volete, contattateci per proporre iniziative e darci una mano nella gestione di questo nuovo spazio pubblico nelle mani (e speriamo presto anche le cuore) dei materani più giovani.

Impariamo la lezione:
> riflettiamo insieme sulle esigenze della realtà in cui viviamo;
> individuiamo i nostri obiettivi, rendiamoli concreti;
> guardiamoci attorno e cerchiamo chi condivide i nostri stessi desideri;
> progettiamo e costruiamo insieme un percorso;
> impegniamoci;
> impegniamoci insieme;
… e se raggiungiamo l’obiettivo:
> raccontiamolo e condividiamo la nostra esperienza;
> poi impegniamoci ancora per mantenere e migliorare;
> e dopo ancora, ricominciamo la lista da capo.

Giuseppe Cicchetti

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Un anno fa… “Un desiderio per Matera”

di Giuseppe Cicchetti – (9 marzo 2013)

Incertezza nel futuro.
Questa sensazione si insinua spesso in pensieri, discorsi e riflessioni. E’ qualcosa di positivo, certamente. Ci costringe a alzarci in piedi, a guardarci intorno, a non rimanere fermi, a vivere. Si perché Aristotele scriveva che “la vita è nel movimento” oppure, se preferite, J-Ax cantava “la vita e la bici hanno lo stesso principio devi continuare a muoverti per stare in equilibrio”. L’incertezza nel futuro ci stimola a pensare, a immaginare e a rimboccarci le maniche per far qualcosa. Ci suggerisce di cominciare a interessarci del nostro futuro, altrimenti qualcuno lo farà per noi.

L’incertezza, però, è mancanza di programmazione: è la somma degli errori commessi da qualcuno prima di noi. Di qualcuno che ci ha scippato la serenità: che non ha lavorato, oppure ha lavorato male e che quando ha pensato di rimediare, era forse un po’ troppo tardi. Il futuro ci preoccupa: quando ci guardiamo intorno facciamo fatica a intravedere cose che ci rassicurino.

Politica: quale sarà il nuovo governo, o meglio, ci sarà un nuovo governo? Economia: la nostra vita è appesa al differenziale tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. “Ma questa è finanza! E’ roba speculativa!!!” direbbe qualcuno. Sono d’accordo, allora economia reale: disoccupazione giovanile in Italia al 38,7%. Nel mio sud al 50%: un ragazzo su due non ha un lavoro*… o forse ce l’ha: in nero, alle soglie dello sfruttamento.

L’Europa ci guarda dall’alto e ci chiede civiltà, sviluppo, cultura e innovazione. L’Italia è un po’ sorda. La Basilicata risponde con gli ultimi dati Istat: due lucani su tre non leggono libri, soltanto uno su cinque utilizza Internet per informarsi e un giovane su quattro non lavora né studia**.

Matera, la mia città, è candidata a diventare Capitale Europea della Cultura nel 2019 e cerca anche in questo sogno comune la sua ancora di salvezza. Con le iniziative in vista di questo riconoscimento e grazie anche a tante persone che si impegnano in prima persona, qualcosa si sta muovendo; ma è evidente che ancora troppo rimane fermo e quel velo di incertezza cala anche sulla Città dei Sassi, rendendo tutto, in particolare il futuro, un po’ più buio.

Un desiderio vorrei esprimere per Matera, che mi renderebbe più sereno e che sicuramente regalerebbe a tutti la sicurezza che qualcosa sarà migliore, anche se incerto. Vorrei per la mia città un’istruzione di qualità, pubblica e accessibile a tutti, e un’università.

Si, perché una città è viva quando Continua a leggere

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La mafia uccide solo d’estate. Grazie Pif!

Ho finito da poco di vedere La mafia uccide solo d’estate.
Appena uscito dal cinema avevo bisogno di scrivere ed eccomi qui.

Non avevo grandi aspettative da questo film: forse perché il titolo richiamava un tema molto importante, molto delicato; e Pif, tutto sommato, è un comico, uno che fa ridere e che fa divertire. Il film mi ha colpito profondamente: forse proprio perché il titolo richiamava un tema molto importante, molto delicato; e Pif, tutto sommato, è un comico, uno che fa ridere e che fa divertire (e poi ti riserva anche belle sorprese come l’intervento al TEDxMilano).

Quante volte abbiamo sentito parlare di mafia? Quante volte in televisione, sul web, a scuola? Tante. Ma quante volte, poi, abbiamo compreso veramente l’importanza del messaggio che qualcuno ci ha voluto trasmettere? Cos’ha di speciale questo film rispetto ai tanti che mi è capitato di vedere, rispetto alle tante volte che ho sentito parlare di mafia?

Non lo so, i pensieri forse sono ancora caldi e voglio tirarli fuori così come arrivano, riservandomi di ripensarci, magari insieme a chi leggerà questo articolo e vorrà suggerirmi qualcosa…

Pif ha raccontato una parte di storia del nostro Paese. Ha acceso i riflettori sulla sua Palermo: ha provato a farci appassionare a una storia d’amore, facendo passare sullo sfondo dei sentimenti del piccolo (e poi giovane) Arturo quello che accadeva in Sicilia negli ultimi trent’anni del secolo scorso.  Continua a leggere

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Le tre colonne di Metaponto. La cultura che affonda.

Negli ultimi giorni la Basilicata, la nostra regione, è stata colpita da una tremenda alluvione. Video, foto, reportage hanno invaso i social network; e l’hashtag #allertameteoBAS è riuscito a raggiungere l’attenzione di una buona fetta di italiani che attraverso twitter hanno potuto conoscere e seguire la situazione critica in cui versano diverse zone della nostra regione.

Di questi contenuti, la foto che più mi ha colpito e che mi ha spinto a scrivere qualcosa da condividere con i lettori di profumodisvolta.it è stata quella in evidenza qui su.

Tre colonne del complesso archeologico del tempio di Apollo Licio, a Metaponto, quasi completamente sommerse dall’acqua.

Sono stato in gita scolastica a Metaponto, proprio lì, quando frequentavo la scuola elementare; ci sono ritornato in IV ginnasio. La Magna Grecia aveva deciso di lasciare qualcosa alle nostre terre ioniche: le Tavole Palatine, i templi di Demetra, Afrodite, Hera, quello di Apollo Licio e anche altro… Qualcosa che meglio o peggio si era conservata con il passare dei secoli, consumata dallo scorrere del tempo e dalla predisposizione naturale dell’uomo per la noncuranza nei confronti di ciò che non è o non produce denaro.

Quelle tre colonne che affiorano dalla calma piatta di tutta l’acqua caduta dal cielo negli ultimi giorni rievocano una storia triste, la storia del nostro presente.

Oggi i reperti archeologici di Metaponto naufragano nell’acqua dell’ultima alluvione, come l’arte e la cultura, la passione e lo studio del nostro passato naufragano nella nostra indifferenza, nella disattenzione della politica e della società nei confronti di un pezzo importante della nostra storia, nella nostra incapacità di preservare l’eredità antica del nostro patrimonio culturale. Duemila anni fa il nostro Mezzogiorno era considerato il polo culturale di riferimento per gli antichi romani: la Magna Grecia era il cuore della filosofia, intesa letteralmente come “amore per la conoscenza”; era la meta dei viaggi del sapere e un tassello imprescindibile per la formazione di tanti giovani che sarebbero diventati filosofi, avvocati e uomini di potere della Repubblica e dell’Impero Romano.

Oggi queste sono le terre dell’emigrazione, le terre della povertà, dell’arretratezza di un’Italia e di un’Europa che corrono a velocità superiori. Nel nostro Mezzogiorno è difficile scorgere sfide e opportunità per i giovani che cercano prospettive di vita non troppo incerte. E’ più facile partire, che non arrivare al Sud alla ricerca di un’istruzione e una formazione di qualità è più facile partire, che non arrivare al Sud. E tutta quella cultura che non soltanto gli antichi greci e latini ci ha lasciato in eredità rappresenta un patrimonio culturale, fisico e immateriale, troppo spesso sottovalutato, nascosto, sconosciuto, coperto: non abbastanza valorizzato.

Ci sono Paesi, come la Germania e l’Inghilterra, che dispongono di un patrimonio archeologico per nulla paragonabile al nostro, a quello Italiano e a quello Meridiano (49 siti UNESCO soltanto in Italia), e che hanno imparato a valorizzare il loro passato e a fare in modo che la cultura crei impatto positivo sull’economia, l’occupazione, il turismo, lo sviluppo del territorio, la vita e la crescita personale dei cittadini.

L’Italia sembra essere in un’eterna fase di fundraising, in uno stallo che ci trattiene dallo spalancare le porte del nostro patrimonio culturale al mondo intero. Sembra quasi che non siamo capaci, non sappiamo o non vogliamo tenere alta la bandiera della nostra storia: a lasciare che il nostro passato irrompa prepotentemente nel nostro presente.

Non siamo in grado di tenere i nostri Beni Culturali all’interno di una logica economica di fruizione e valorizzazione degli stessi. Con timidezza e incertezza ci perdiamo in dibattiti sterili e improduttivi. Abbiamo imparato a riconoscere le sfide dell’innovazione, le potenzialità della tecnologia e del digitale come rampe di lancio per lo sviluppo territoriale, ma non siamo in grado di farle irrompere nei luoghi fisici della cultura (nei centri archeologici e nei musei, in questo caso). Non riusciamo a creare posti di lavoro con la cultura e il nostro patrimonio diventa quasi un peso, qualcosa da liquidare e magari da (s)vendere. Il pubblico e anche il privato in Italia, ma soprattutto nel Centro-Sud, non riescono a trovare il modo giusto per diventare leader nell’unico settore in cui per caso siamo partiti avvantaggiati rispetto ai nostri concorrenti. Rari casi, come OpenPompei, mi smentiscono.

Oggi il parco archeologico di Metaponto è sommerso dall’acqua. Oggi quello stesso parco è poco conosciuto, poco visitato, poco accessibile, poco valorizzato, poco sponsorizzato, poco curato, poco preservato rispetto a quelle che sono le sue possibilità e a quanto meriterebbe. E’ facile dire che il mio giudizio è impreciso e parziale, soprattutto se decidiamo di prendere come riferimento le realtà a noi vicine. Scegliamo i nostri benchmark tra i siti archeologici più visitati d’Europa e non, magari, il parco Dinosauri di Altamura, con migliaia e migliaia di impronte e fossili, dove non è possibile accedere. Pensiamo alla fruizione di questi luoghi come a momenti di crescita, di presenza entusiasta di turisti e visitatori, di studenti e esperti: ripensiamoli anche come luoghi di divertimento e di svago, di appagamento dei propri bisogni di conoscenza.

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Se oggi tre capitelli dorici sono le uniche pietre che affiorano dall’acqua dell’alluvione, pensiamo che non era una necessità proteggerli con piani, procedure e sistemi ad hoc per le emergenze. Pensiamo a noi stessi e a quanto riteniamo effettivamente che preservare quei luoghi sia una delle nostre esigenze collettive e che una minaccia di allagamento sia effettivamente considerata un’emergenza.

“La chiave sta nel riguardare i luoghi, nel duplice senso di aver riguardo per loro e di tornare a guardarli”

Franco Cassano – Il pensiero meridiano

Giuseppe Cicchetti
@giuseppecik

foto di Francesco Foschino
(da facebook)

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Quello che resta del 17 novembre

di Giuseppe Cicchetti

Praga, 17 novembre 1939. Nella notte, squadre di tedeschi nazisti irrompono nei dormitori dei collegi universitari, svegliano e portano fuori con la forza migliaia di studenti. Percossi e arrestati, alcuni sono condotti fino al carcere di Pankrác, un sobborgo della città, e alle caserme di Ruzyně. Altri mille sono trasferiti al campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino Berlino. Nove leader di associazioni studentesche sono separati dal gruppo e uccisi, senza alcuna accusa e alcun processo. Gli ordini provenivano direttamente da Hitler, era la reazione del Reich alla manifestazione spontanea che due giorni prima aveva raccolto migliaia di uomini e donne, per la maggior parte studenti, intorno al feretro di Jan Opletal. Quest’ultimo era uno studente di medicina che il 28 ottobre si era unito alla protesta contro i Tedeschi che avevano imposto il Protettorato di Boemia e Moravia, cancellando il potere della Cecoslovacchia democratica; era stato ferito mortalmente da colpi di arma da fuoco insieme all’operaio ventiduenne Václav Sedláček, nello scontro con i soldati tedeschi incaricati di reprimere la manifestazione pacifica. I suoi funerali divennero l’occasione per migliaia di studenti di lanciare un forte segnale al Reich e per stringersi intorno a colui che sarebbe diventato un eroe nazionale: il 15 novembre bandiere nere furono lasciate fuori dalle finestre dei dormitori e l’inno cecoslovacco, vietato dai nazisti, si levò dal coro dei manifestanti insieme a frasi che inneggiavano alla libertà del proprio Paese. Hitler, dopo la repressione violenta del 17 novembre, predispose la chiusura di collegi e università ceche per tre anni.

Atene, 17 novembre 1973. Nelle notte, un carro armato AMX-30 dell’esercito abbatte i cancelli del Politecnico, passando sopra alcuni studenti che vi si erano arrampicati. Negli scontri che ne seguono decine sono gli studenti feriti e 24 i civili uccisi. Erano gli ordini di Papadopoulos, capo della Giunta dei Colonnelli, che guidava il governo militare in Grecia. Il Politecnico di Atene aveva cominciato la sua protesta il 14 novembre, gli studenti si erano barricati al suo interno in segno di protesta nei confronti del regime. Con gli strumenti a loro disposizione, avevano messo in funzione una radio che riusciva a trasmettere in tutta la capitale. Diventarono un punto di riferimento per tutti coloro che si opponevano alla dittatura e migliaia di lavoratori e giovani si unirono alla protesta degli studenti raggiungendoli perfino al Politecnico. L’esercito aveva intimato loro di arrendersi, ma nonostante fossero stati privati anche dell’elettricità, il Politecnico continuò nella sua protesta. La Giunta, tra i molti provvedimenti, aveva proibito le associazioni studentesche e l’elezione dei consigli universitari. Le conseguenze della protesta furono, oltre alla repressione violenta, la proclamazione della legge marziale e del coprifuoco.

Praga, 17 novembre 1989. Una folla di più di 15.000 studenti marcia per le strade della città. La manifestazione permette ai tanti studenti di confrontarsi e di esprimere il proprio disaccordo con il governo della Repubblica Socialista Cecoslovacca. Il percorso ufficiale li porta dalla tomba del poeta Karel Hynek Mácha fino al cimitero Vyšehrad, ma loro decidono di non fermarsi e continuare la marcia pacifica per il centro della città chiedendo con striscioni e slogan più democrazia e più libertà. La manifestazione termina soltanto in Národní třída, quando la polizia riceve ordini di reprimerla violentemente e questo provoca parecchi feriti. Il gesto degli studenti di Praga segna l’inizio della Velvet Revolution, la Rivoluzione di Velluto, grazie alla quale, dopo le dimissioni del presidente comunista Gustáv Husák, nel giugno 1990 furono indette democratiche elezioni.

17 novembre 2013. Domenica. Nell’Italia repubblicana e democratica, tanti studenti (anticipando al venerdì precedente) hanno deciso di manifestare nelle loro città per commemorare l’Interational Students’ Day e gli studenti vittime degli eventi passati. Altri erano serenamente tra i banchi della propria scuola o dell’università. Oggi portare nelle strade e nelle piazze nuove rivendicazioni significa qualcosa di diverso. Oggi l’unico presupposto certo per una manifestazione è il silenzio degli interlocutori istituzionali a cui ci si rivolge: la politica, le autorità. Oggi abbiamo di fronte nuove battaglie, che probabilmente necessitano di nuove armi, di nuovi strumenti.

Giuseppe Cicchetti