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Il mio campo estivo Libera, dove i giovani affrontano la Camorra

Da neo-diciottenne avevo una voglia matta di cimentarmi in cose nuove, su tutte il volontariato, per la mia città, il mio paese, diciamo anche il mio mondo. Mai avrei però immaginato che quel campo di Libera, che doveva essere a conclusione della mia estate, mi avrebbe regalato le emozioni più forti e fatto cambiare punto di vista così radicalmente…

C’è da dire che sono partito completamente disinformato sull’associazione e sulla tematica della legalità, o almeno avevo la presunzione di credere di essere informato. E così quel lunedì mattina sono partito completamente solo da Ferrandina (essi perché noi di Matera il treno lo dobbiamo prendere da lì), facendo un rapido scalo alla stazione di Napoli. Rapido sì, ma anche sufficiente a vivere una scena alquanto insolita dalle mie parti: un bambino attorno ai 14 anni mi si avvicina mentre stavo facendo il biglietto di ritorno e inizia a parlarmi, aspettando che tirassi fuori il mio portafogli. Purtroppo per lui ho subito capito le sue intenzioni e quando mi ha visto andarmene, mi ha detto: “Ho fame, mi dai un panino?”. Grande il rimorso che mi ha preso quando ho realizzato di non avere alcun cibo con me, per fortuna qualche monetina ha fatto comunque comodo al ragazzino, che se ne è andato senza pensarci due volte.

Continuando a riflettere su questo episodio sono approdato alla stazione di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, posto completamente abbandonato all’incuria, mancante di biglietteria, di un qualsiasi tipo di servizio. Deserto ad eccezione di alcuni immigrati, stesi sulle panchine ad aspettare il treno proveniente da Roma che era, come mi hanno raccontato, in solito ritardo di un’ora. La cosa buffa è che anche loro ridevano e si lamentavano del nostro servizio treni.

Nel pomeriggio presto arrivo sul campo. Cavolo, penso… sono su di un bene confiscato alla Camorra. La prima persona che mi ha accolto è stata una donna anziana di nome Mariateresa, con pochi denti e a primo impatto molto loquace, nemmeno il tempo di sistemarci che già aveva iniziato a raccontarci qualcosa di sé. Così dopo aver sistemato le tende ed aver iniziato una prima perlustrazione con il mio gruppo, ci siamo ritrovati tutti assieme di fronte al canile per parlare del campo e delle cose che ci avrebbero atteso i giorni successivi. Si è presentato allora a noi Simmaco, il presidente della cooperativa “Al di là dei sogni”, a cui era affidato il bene confiscato. Ci ha spiegato che ci attendevano vari lavori nel corso della settimana, su tutti raccolta di prodotti agricoli, seguito da pomeriggi di incontri con persone che avevano vissuto la Camorra sulla loro pelle. Ci ha accolti con un “Benvenuti nelle terre di Don Peppe Diana!” e così ha iniziato a raccontarci la storia di quella terra.

Il casertano è stato negli anni ’80 il luogo di nascita della NCO (Nuova Camorra Organizzata) acronimo presente sugli anelli d’oro dei boss che decisero di promuovere su queste terre una politica del terrore, iniziando a fare stragi tra clan nemici e persone innocenti, pur di imporre la loro egemonia su ogni tipo di attività produttiva della zona. Anni dopo, quando il boss mafioso Totò Rina iniziò il suo periodo di latitanza in queste terre, la sua collaborazione con alcuni camorristi locali diede vita all’ormai oggi celeberrimo Clan dei Casalesi, che riuscì in poco tempo, con tante sanguinose guerre di clan, a sopraffare la NCO. Tutto ciò è stato possibile grazie a pochi, semplici fattori: omertà ed indifferenza. L’indifferenza che attanagliava la gente anche quando morivano gli innocenti. “Tanto io sono vivo”, “a me non cambia nulla, meglio non immischiarmi”. Anche pagare il pizzo e non ribellarsi era diventata una consuetudine, ma un giorno, precisamente il 19 Marzo 1994, qualcosa cambiò. Sì, perché nella parrocchia di Casal di Principe, nel giorno del suo onomastico, sul sagrato della sua chiesa, il sacerdote Don Beppe Diana venne colpito a distanza ravvicinata da cinque proiettili che lo uccisero all’istante. Il giorno dei funerali del sacerdote, si riunì in paese un corteo di persone provenienti da tutta Italia che diede agli abitanti di Casal di Principe la forza di aprire le finestre che per tanto tempo erano state chiuse in simbolo di disinteresse, di omertà e di appendere lenzuoli bianchi in simbolo di ribellione verso quell’orrendo gesto della Camorra. Quello stesso giorno la prima pagina del Corriere di Caserta intitolava “Don Diana era un camorrista”, “Ucciso perché aveva nascosto le armi dei clan”. Chiara dimostrazione di come la Camorra aveva già da allora in mano i media e di come è facile manipolare la gente con false notizie; solo la sentenza finale della Cassazione nel 2004 ha ridato a Don Diana la sua innocenza. Da qui poi sono nati il Comitato “Don Peppe Diana” e una serie di iniziative per dare un nuovo volto a queste terre, che provano ogni giorno a portar avanti valori quali libertà e rispetto.

Con questa motivazione di fondo sono partiti i lavori di una centinaia di ragazzi che ogni giorno si dovevano svegliare prestissimo per essere operativi già alle sette di mattina. Smontare un canile abusivamente costruito proprio da Camorristi, raccogliere zucchine, sistemare il vialetto dei “cento passi” erano solo alcune delle estenuanti attività volontarie che sostenevano ogni giorno. Devo dire che seppur nessuno si fosse conosciuto prima del campo stesso, dopo poco tempo eravamo un gruppo molto affiatato, sebbene costituito da ragazzi scout e non, cattolici o atei, fiorentini e molfettesi. Ciò che contribuì ad unificarci maggiormente fu un evento alquanto inaspettato. Il giovedì mattina ci chiamano da Napoli e ci dicono che occorreva un ingente aiuto per la raccolta delle pesche su di un altro bene confiscato, quello di Chiaiano, situato ad un chilometro da Scampia. Sicuramente questo suscitò grandi entusiasmi e paure da parte dei ragazzi che non vedevano l’ora di poter venire a contatto diretto con quelle che tutti conosciamo come le terre di Gomorra. Io personalmente Gomorra non l’avevo né letto né visto in tv, però devo dire che il solo parlarne mi intrigava molto ed ero felice di cercare nuove risposte alle tante domande che mi ero posto in quei giorni. Come credevo, non tardarono ad arrivare.

Dopo cinque ora di raccolta di pesche per fare la Marmellata della Legalità, abbiamo conosciuto Ciro. Sua missione per molto tempo è stata quella di riportare a scuola i figli dei boss, per rimediare a quel tasso di dispersione scolastica che da dopo le scuole elementari è pari all’80%. Tanti sono stati gli inconvenienti per una missione molto difficile che comunque dopo alcuni anni ha ricevuto comunque i primi risultati, quando ben due ragazzi, dopo aver ottenuto la licenza media, hanno chiesto di aiutare i volontari nel loro progetto. Una rivoluzione che ha portato tante gioie a Ciro e i suoi collaboratori e tante noie ai camorristi che non hanno esitato a farsi sentire. Qualche mese dopo Ciro si ritrovava con una pistola puntata in faccia da suo cugino, che lo minacciava di sospendere tutti i lavori nell’arco di tre giorni. Dopo esser stato picchiato e lasciato libero, ha deciso di proseguire con più forza la sua missione, perché «quando la Camorra la vedi crescere da quando sei bambino, ti fa così schifo che non puoi abbandonare tutti i tuoi ideali per cedere alla paura». Ciro ed altri ragazzi lavorano ogni giorno a Chiaiano, dove qualche mese fa qualcuno ha cercato di intimorirli scavando vicino al frutteto due tombe. Qualche settimana fa invece altri intrusi hanno sabotato il sistema di irrigazione, rubato un trattore e fatto danni pari a 10.000 euro. Ma i ragazzi sono riusciti ad andare avanti organizzando lo scorso 20 Ottobre la Festa della Vendemmia, dove cittadini e istituzioni hanno fatto capire che Chiaiano non si arrende ai soprusi e che anzi ogni volta ne esce più forte di prima.

Ancora oggi sono in contatto con questi ragazzi e cerco nel mio piccolo di dar loro sostegno morale, sperando di poter dare nuovamente una mano sul campo.

Il compito che mi sono dato a seguito di questa esperienza è quello di portare i valori della legalità anche nella mia terra, la Basilicata. Spesso infatti, presi dalla nostra indifferenza ci ostiniamo a credere che realtà del genere non ci appartengano e che possiamo continuare a vivere facendo finta di nulla. Poi però ci sono alluvioni che scoprono tonnellate di rifiuti seppelliti accanto alle nostre coltivazioni oppure camion di ditte che non dovevano vincere un appalto che vengono fatti esplodere.

Grazie al Presidio di Libera Matera, con l’intento di far nascere a breve anche un Presidio Giovani, a breve partirà il Progetto Legalità promosso dalla Consulta Provinciale degli Studenti di Matera per tutti coloro che vogliono fare chiarezza sulla realtà locale, ma anche su quella nazionale. Il nostro intento quali rappresentanti degli studenti materani è far capire che realtà come Camorra e Mafia sono realtà per niente distanti dalle nostre vite ed esisteranno ancora fin quando tutti non ne prenderemo coscienza e decideremo una volta per tutte di affrontarle.

Come dice don Ciotti:

« La mafia teme più la cultura che la giustizia. Investiamo nella cultura! »

Riccardo D’Ercole

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