Archivio della categoria: Le Opinioni

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Le 10 cose che mi ha insegnato Matera 2019

di Giuseppe Cicchetti

Oggi, 17 Ottobre 2014 si decide quale tra le 6 città finaliste sarà nominata Capitale Europea della Cultura. Matera è ancora in corsa, e addirittura è data come favorita in alcune classifiche parziali. Le emozioni e le sensazioni di queste ultime ore saranno irripetibili perché, comunque vada, sabato 18 Ottobre Matera non sarà più la stessa di prima. Vincitrice o perdente che sia, Matera guarderà al futuro pensando a questi ultimi anni come a un periodo intenso di riflessione e di azione in vista di un (non troppo lontano) futuro. E’ per questo che consiglio a ogni materano, a ogni lucano di ritagliarsi qualche minuto della propria giornata per pensare al futuro della città e della propria regione, alle proprie aspettative, perché soltanto in queste ore, forse, riuscirà a farlo a “mente fresca”. Intanto io vi propongo un elenco di 10 cose (soltanto alcune delle cose) che negli ultimi anni ho imparato dall’interno e dall’esterno dell’ambizioso progetto di Matera 2019. Spero possano essere proprio queste un primo spunto di riflessione.

1. Non basta essere di Matera, non basta amare follemente la propria città per essere la persona più adatta a farla crescere.
Abbiamo bisogno di uomini e donne non materani, non lucani, non italiani per riuscire a apprezzare ancora di più il nostro patrimonio culturale, per comprendere la nostra grandezza. Come avrebbe mai potuto un materano, ad esempio, fare riferimento alla propria città come a una capitale mondiale dell’ospitalità, quando per noi lucani l’accoglienza è la normalità. Se non scopriamo e non sperimentiamo le nostre unicità, l’eccezionalità di ciò che ci rende speciali, non potremo mai apprezzare noi stessi abbastanza. E l’apertura con l’esterno, le porte aperte a nuovi cittadini, la volontà di fidarsi di chi potrebbe conoscere la nostra terra non abbastanza quanto noi stessi ha risvolti positivi sullo sviluppo sociale, turistico, culturale, anche dal punto di vista economico e imprenditoriale. Chi, se non un “forestiero”, può portare qualcosa di nuovo e innovativo tra i cittadini abituali di un certo luogo?

2. Il fatto che i giovani non devono allontanarsi dalla Basilicata è una cazzata.
Dobbiamo farlo: dobbiamo andare via se ne abbiamo la possibilità e considerare questo un regalo che facciamo a noi stessi, oltre che un piccolo sacrificio. Perché lontani da casa dobbiamo incontrare il mondo, studiare qualcosa di diverso, vivere da soli, imparare nuove lingue, conoscere nuove persone, innamorarci di nuovi posti, sentire la mancanza di casa e capire veramente se dovrà essere qui il nostro futuro e così tornare magari un giorno molto migliori, più entusiasti e motivati di quando siamo partiti. Sicuramente meno frustrati: perché anche da lontano sapremo di poter contribuire alla crescita della nostra terra, se veramente lo vorremo.

3. L’entusiasmo dei più giovani è il futuro.
Certo, non può prescindere dall’esperienza, dai consigli e dai valori di chi ormai non ha più l’età o la forza di esserlo. Ma è con l’apertura mentale dei più giovani, con la loro propensione all’innovazione che ci si prepara per un avvenire migliore. E soprattutto con la loro libertà: la libertà di seguire i propri sogni, di mandare a fanculo chi pretende di aver già pensato per loro un futuro diverso da quello che essi stessi stanno sognando e che magari hanno già cominciato a costruire. La libertà di guardare negli occhi qualcuno con qualche capello bianco di troppo, ascoltare la sua opinione e poi, dandogli del tu, del lei, del voi, esprimere la propria opinione, proponendogli il proprio punto di vista e motivandolo. Se questi due uomini continueranno a confrontarsi con rispetto, educazione, onestà, sincerità e con la voglia di dialogare senza alcuna barriera: allora in quel momento, in quella conversazione qualcuno starà ponendo le fondamenta di un futuro migliore.

4. Non si può restare soli.
Oggi, un gruppo di persone che lavora isolato, che organizza iniziative, che scrive, che pensa e che progetta da solo si sta precludendo troppe opportunità. “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee” (G.B. Shaw). Ma due idee non bastano, sappiamolo. Ci sono state tante occasioni, su piattaforme di discussione reali o virtuali, per collaborare, per conoscere nuove persone che magari avevano i nostri stessi obiettivi, per unire progetti, per poter contare su qualcun altro, per accorgersi che fare qualcosa insieme è sicuramente meglio.

5. Il web è un nuovo punto di partenza.
Sapersi muovere tra social network, piattaforme, community, blog e cloud come utenti attivi (soprattutto) e passivi – quello che potremmo riassumere con ‘conoscere i nuovi alfabeti digitali’ – è come saper leggere e scrivere, fare di conto, conoscere una seconda lingua. E se il CoderDojo è una speranza, la wikicrazia è una sfida.

6. L’importanza di raccontarsi.
Perché il web ci aiuta anche a uscire dall’isolamento attraverso lo storytelling. A volte fare qualcosa di buono, essere soddisfatti di un progetto portato a buon fine potrebbe non essere abbastanza. Nasciamo come uomini che trovano nella condivisione e nello scambio un motivo di vita, un pretesto per instaurare nuovi legami per conoscere e apprendere, confrontarsi e crescere. Raccontare significa riempire i dibattiti pubblici di positività e di propositività, porre le basi per future sinergie, innescare la miccia di un meccanismo che attraverso esempi e esperimenti mantiene viva la società, la colora e la rende più stimolante.

7. Non chiedere il permesso.
Se sono nate Profumo di Svolta a Matera, Vox Populi a Grassano e altre realtà più o meno diverse (come anche l’appena nata e già super attiva sul web Matera Inside), vuol dire che in ogni centro abitato della Basilicata può nascere un gruppo di ragazzi che prova a fare qualcosa di buono per la propria (più o meno grande) realtà. La comunità beneficerà di questa realtà direttamente o indirettamente e forse il destino dei centri abitati della Basilicata non sarà quello inesorabile toccato a Craco Vecchia. Dobbiamo comprendere che amare la propria terra è tutto tranne che starsene con le mani in mano, perché da qualche parte del mondo qualcuno starà lavorando, progettando, costruendo per la terra che ama.

8. Le basi.
Cultura prima di essere letteratura, poesia, arte, architettura (ecc…) è igiene, rispetto per l’ambiente, accoglienza, rispetto per il nostro passato, per le persone con cui viviamo ogni giorno. E’ vita, dialogo, confronto educato. Perché in una città ci sarà sempre chi si lamenta (senza fare nulla), chi critica (senza farsi un esame di coscienza), chi offende (pretendendo di essere rispettato), chi penserà che il frutto del suo lavoro valga di più di quello di altri, che i fondi pubblici sono spesi bene soltanto se sono spesi direttamente per me. Il segreto non è far parte di questa ala della società e non è pensare a cosa la società può fare per me, ma a cosa posso fare io per la società (JFK).

9. “La differenza tra il dire e il fare è il fare” (cit.)
Perché nel fare qualcosa di buono, qualcuno sarà pronto a seguirti, spezzando pregiudizi, campanilismi, frustrazioni e trovando nuove motivazioni.

10. Pensare al futuro.
Avere sempre una visione a lungo termine, anche se quello che sto facendo ha bisogno di me adesso. Agire nel presente con un obiettivo più o meno definito nel futuro, che sia esso individuale o collettivo. Questo ci spingerà sempre più a tenerci aggiornati, restare al passo con i tempi, guidare l’innovazione. Ed essere consapevoli di impegnarsi, a volte, per quello che potrebbe essere soltanto un pretesto. Diventare Capitale Europea della Cultura sarà un traguardo, un titolo, un motivo per festeggiare. O forse non lo sarà, soltanto tra poche ore lo sapremo. Adesso invece sappiamo soltanto che è stato un pretesto per conoscere meglio se stessi, riscoprire le proprie origini, pensare al futuro con fiducia e con delle nuove consapevolezze.

Giuseppe Cicchetti

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fonti foto: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=684748554954587&set=a.184321954997252.41032.100002583465294
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La nostra Città del Sole

Spesso non si valorizza abbastanza quello che si possiede, perché appare ovvio, lo si dà per scontato. Si comincia a mutare atteggiamento quando, invece, altri lo elogiano dall’esterno o ce lo portano via.

Questo destino, naturalmente, non può riguardare la nostra città, essendo un patrimonio inamovibile, ma è un errore imperdonabile non rendersi conto di quanto sia grande la fortuna di vivere in una città come Matera, antichissima, ma in costante aggiornamento.
In sessant’anni di storia è passata dall’essere definita “vergogna nazionale” nella cosiddetta “Questione Sassi” da De Gasperi nel 1948 ad aggiudicarsi il titolo di città più sicura d’Italia, secondo una recente classifica de “Il Sole 24 ore”; infatti “Matera ha un’alta propensione per la legalità: è una questione cultuale” – ha affermato opportunamente l’assessore comunale alla sicurezza Visceglia. É invidiabile il nostro senso di appartenenza alla città e questo sentimento, in sinergia con le istituzioni, rappresenta il binomio vincente per l’affermazione e la tutela del bene comune, perché per andare lontano bisogna farlo insieme. Ho letto con molta attenzione ed interesse il dossier di candidatura “Open Future”, elaborato dalla Fondazione Matera – Basilicata 2019, che è stato presentato a Roma alla commissione che il prossimo 17 Ottobre decreterà la città vincitrice ovvero quella fra le sei finaliste della short list che rappresenterà l’Italia in qualità di capitale europea della cultura nel 2019. Dalla candidatura di Matera nel 2008, è cominciato un processo virtuoso di cui sono stati e continuano ad essere protagonisti il Comitato Matera 2019, le istituzioni locali, la neonata Fondazione e i cittadini, perché la “cittadinanza culturale” è assieme mezzo e fine di questa competizione in cui il riscontro più lodevole é la partecipazione collettiva, la fiducia comune nella possibilità di cambiare e crescere per divenire più competitivi, più aperti e attivi.

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Nel “decalogo creativo” stilato da CRESCO (acronimo di Comunità Regionale per l’Economia Sociale, la Creatività e l’Occupazione in Basilicata) per sostenere il percorso di candidatura di Matera a capitale europea della cultura, il verbo che preferisco é “CREDERE” fortemente in se stessi, perché solo attraverso la ponderata convinzione che una crescita culturale e collettiva sia possibile è pensabile una meta così ambiziosa. Continuando la lettura del dossier ho scoperto Continua a leggere

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Aspettando la primavera

“L’inverno sembrava non avere una fine, e il branco moriva di fame. Il capobranco, il più vecchio di tutti, procedeva in testa e rassicurava i giovani, dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma, a un certo punto, un giovane lupo decise di fermarsi. Disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame e che sarebbe andato a stare con gli uomini. Perché la cosa importante era di restare vivo. Così, il giovane, si fece catturare e col passare del tempo, dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno, di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia, lui corse servile a raccogliere la preda. Ma, si rese conto che la preda era il vecchio capobranco. Divenne muto per la vergogna, ma il vecchio lupo parlò e gli disse così: -io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece, non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni al mondo degli uomini-. La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più.” 
(Educazione siberiana – Lilin Nicolai)

Io non voglio essere un lupo senza dignità. Io non rinnego il mio passato e fiero accetto di essere quello che sono. Io sono un materano. Sono un materano lontano da Matera, lontano dagli altri materani, ma vicino con il cuore alla mia città. Io amo Matera in tutta la sua delicatezza. Allo stesso tempo la odio. Odi et amo. Le cose che ami di più sono quelle che odi di più. In parte è vero. Se non la amassi davvero non sarei capace di odiarla.
La odio perché a lei tengo troppo e mi irrita vederla degradarsi, mi irrita vederla appassire. Continua a leggere

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Matera capitale di che?

Matera è candidata a Capitale Europea della Cultura nel 2019.
Si, ma di quale Cultura?

Spesso siamo abituati a considerare cultura tutto ciò che ha un retrogusto antico. A scuola ci abituano a considerare cultura i classici della letteratura italiana e internazionale. Visitiamo la nostra regione, il nostro Paese, in lungo e in largo alla ricerca di quella cultura incastonata nei siti e nei reperti archeologici, quella che trasforma i musei in templi sacri. Templi nel vero senso dell’etimologia greca – da temno (separare): una cultura separata dalla vita di tutti i giorni. Siamo abituati a riconoscere la cultura in tutto quello che il passato ci ha consegnato in eredità: nei grandi nomi della letteratura, dell’arte, dell’architettura. Nei poeti e nei filosofi, nei popoli che prima di noi hanno abitato la nostra terra e hanno lasciato una loro impronta ancora oggi visibile.

Ma c’è un’altra Cultura, o meglio un altro modo di intendere la cultura.
Quando i Greci hanno eretto le Tavole Palatine a Metaponto, i Romani il Colosseo a Roma; quando Dante ha composto la Divina Commedia, Alessandro Manzoni I Promessi Sposi; quando Leonardo ha dipinto la Gioconda, Antonio Canova scolpito Amore e Psiche; quando gli artisti che appartengono alla migliore tradizione artistica e culturale italiana hanno dato sfogo alla propria forza creativa e perizia tecnica si rivolgevano agli uomini del proprio tempo, forse inconsapevoli di lasciare in eredità ai posteri e al genere umano i loro capolavori. Oggi cultura è anche valorizzare quello che il nostro passato ci ha consegnato e che dobbiamo custodire gelosamente. Ma cultura è soprattutto la capacità di vivere il presente e generare un prodotto culturale contemporaneo che possa essere riconosciuto e reso fruibile per gli uomini e le donne che vivono quest’era turbolenta. Qualcosa da consegnare con orgoglio e fiducia alle future generazioni.

Se in Italia non è facile farsi strada con questa idea diversa di cultura, mi piace guardare Matera con tanta speranza.

Quante speranze abbiamo di diventare Capitale della Cultura sfidando Ravenna sul campo dell’arte o dell’architettura? Ravenna, che è già stata Capitale. Si, più di un millennio fa, dell’Impero Romano d’Occidente. Quante possibilità abbiamo di vincere contro Siena, magari sul campo dell’architettura urbana sulla bellezza del suo centro storico medievale?

Forse è proprio partendo dai Sassi che possiamo riconoscere l’unica vera cultura di cui possiamo diventare Capitale. Andate nei Sassi, magari prendendo la discesa di Sant’Agostino, e fermatevi davanti a uno dei tanti punti panoramici che forse nessun’altra città al mondo è in grado di regalarvi. Ma non accontentatevi di questo, guardate oltre: non è sufficiente far innamorare qualcuno di un paesaggio per diventare Capitale della Cultura, non è sufficiente ingannare i sensi e stordire chiunque si fermi a ammirare i Sassi di Matera per la prima volta, e poi per la seconda e la terza e ancora.

L’immagine dei Sassi con accanto la Gravina e poi la Murgia è la rappresentazione perfetta di armonia tra l’uomo e la natura. L’immagine di un uomo che ha cominciato a modellare il luogo in cui avrebbe vissuto con consapevole, e a volte anche inconsapevole, dedizione. E con il passare del tempo ha lasciato la sua impronta avendo cura di quella che sarebbe diventata la sua casa, la casa dei suoi figli e dei suoi nipoti. Un uomo con una predisposizione naturale alla bellezza e all’armonia ha scavato la roccia e costruito tufo su tufo la sua casa, abbellito chiese e innalzato campanili, organizzato vicoli e piazze, cortili e vicinati. Un uomo profondamente ignorante, che ignorava fino a un centinaio di anni fa l’esistenza di un alfabeto, ha ricreato un sistema di canalizzazione delle acque che sarebbe diventato nel 1993 patrimonio dell’UNESCO e dell’Umanità. Come il torrente che gli scorreva affianco, lui ha abitato quel luogo e pian piano lo ha modificato a seconda delle sue necessità, segnando un solco che le generazioni future avrebbero reso sempre più profondo con una staffetta millenaria.

Matera, sassi e gravina

Oggi questo panorama ci regala l’immagine di qualcosa che forse non troveremo da nessun’altra parte nel mondo. La cultura del vivere a un’altra velocità rifiutando la frenesia contemporanea, la cultura di un luogo nel cuore di una città dove il suono della acqua del torrente Gravina che scorre e più forte di quello del rombo di un’automobile, un luogo dove forse le automobili rumorose non sono il futuro, dove bastano pochi minuti per essere nella natura incontaminata.

Ma soprattutto i Sassi sono un luogo dove le ultime generazioni hanno saputo raccogliere il testimone di quelle precedenti. Senza snaturare il frutto di quella cultura antica, oggi nei Sassi si continua a vivere: tanti materani hanno la propria casa, il proprio ufficio; ci sono ristoranti, pizzerie, pub; i luoghi dove vengono accolti i turisti, dai B&B agli hotel a cinque stelle. Nei Sassi ci sono compagnie teatrali, sedi di associazioni, incubatori di imprese e centri culturali. Ci sono botteghe di artigiani. L’arte cristiana è nelle chiese e nelle edicole nascoste tra i vicoletti. Nei Sassi c’è chi si è inventato il museo della civiltà contadina e chi ha creato uno spazio di co-working iperconnesso con il mondo intero. Nei Sassi si incontra la cultura del passato con quella del futuro.

Non è difficile comprendere come la stessa immagine dei Sassi appena proposta possa essere la rappresentazione di un prodotto culturale collettivo contemporaneo, soprattutto partendo dalla splendida definizione di cultura che l’UNESCO istituiva nel 1982 a Città del Messico:

«La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze».

Ma senza voler a tutti i costi forzare quelli che rappresentano i canoni tradizionali della produzione culturale, la stessa fiducia e lo stesso ottimismo sono alimentati dall’attività e dalla produzione artistica dell’Onyx Jazz Club, che ultimamente sta dedicando tante energie anche al tema della gestione di uno spazio culturale come quello di Casa Cava; del MUSMA – Museo della Scultura Contemporanea Matera che dal cuore dei Sassi sa comunicare e generare le migliori contaminazioni artistiche con il mondo; e del Conservatorio di Musica “E. R. Duni”, la cui orchestra ultimamente si è esibita proprio alla Philharmonie di Berlino, nella città simbolo della produzione culturale contemporanea europea, portando composizioni orgogliosamente materane (tra cui l’inno “Matera 2019 Insieme”). E di realtà che producono cultura ce ne sono tante altre.

Schermata 2014-05-29 alle 05.50.56Certo, c’è tanta strada ancora da fare, perché ci sono tante aree dei Sassi da riqualificare e valorizzare, c’è tanto spazio per continuare a coinvolgere i materani in attività e progetti, in un percorso per amministrare meglio la città, per intraprendere politiche e governance partecipate, per aprire ancor di più i luoghi della cultura codificata, per rendere più accessibile un museo ai suoi visitatori e gli sforzi del Palazzo Lanfranchi ne sono un bell’esempio.

E c’è una sfida che unisce una questione che storicamente ha sempre interessato Matera (e tutto il Meridione) e uno dei mezzi più potenti che la rivoluzione tecnologica del nostro presente ci ha regalato. Ogni anno centinaia di giovani abbandonano la Città dei Sassi: alcuni hanno poco più di 18 anni e partono per frequentare università, scuole di alta formazione, accademie d’arte in tutto il Paese senza il timore di superare anche le frontiere italiane; altri sono alla ricerca un lavoro lasciandosi alle spalle le zone con la disoccupazione giovanile più alta d’Europa e altri ancora partono per scoprire cosa c’è di diverso lontano da casa. Oggi per Matera sono una risorsa – siamo una risorsa – tutti coloro che vivono a centinaia di chilometri da casa: conoscono realtà diverse da quelle in cui sono nati e si incuriosiscono di tutto ciò che trovano altrove e che vedrebbero bene anche nella città da cui sono partiti e dove magari potrebbero (o vorrebbero) tornare. Oggi sono migliaia i giovani materani che abitano in tante città universitarie: sono le menti e i cuori migliori che Matera ha partorito e che altre città hanno coltivato, molti dei quali continuano a essere legati da un cordone ombelicale alla città che amano, ma che riconoscono il grande valore rappresentato dalla contaminazione culturale resa possibile viaggiando e vivendo lontani. Oggi Internet permette loro di essere più vicini alla città che hanno da poco lasciato: la Rete è un mezzo che permette a tanti di seguire più da vicino cosa succede a Matera, di interagire e anche di contribuire alla vita sociale materana. Non sono poche le realtà che grazie alla Rete sembrano quasi fisicamente presenti sul territorio: ci siamo noi di Profumo di Svolta – che cresciamo giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza -, ci sono i ragazzi di Vox Populi che fanno qualcosa di simile a Grassano, c’è la Web Community di Matera 2019 che riesce a fare tutto in una maniera molto più strutturata e fa dialogare tante persone più o meno vicine fisicamente a Matera, ci sono i tanti ragazzi e ragazze che arrivano a Casa Netural grazie a chi crede nella forza innovativa del co-working e co-living. Ma quante ancora potrebbero essere le occasioni di catalizzare le energie più giovani e più fresche intorno all’obiettivo comune che può vedere il 2019 come un semplice passaggio e costruire il futuro di una città che deve essere pronta a crescere, a mettersi in gioco, a innovarsi, a reinventarsi, a riaccogliere i tanti giovani che ha lasciato andare. La storia ci ha insegnato quanto “il forestiero” abbia portato in un luogo le novità, le innovazioni, il modo diverso di pensare e di vivere; oggi nell’era della globalizzazione questo ruolo può essere svolto con una straordinaria efficacia anche da chi parte, ma può riuscire a non sentirsi troppo lontano dalla sua città e magari ritornare, un giorno, abbastanza contaminato e motivato, con un suo progetto o semplicemente con tanta buona volontà di cambiare.

Se ci chiediamo ancora di quale Cultura vogliamo diventare Capitale Europea, guardiamoci intorno e pensiamo a com’è cambiata Matera nella sua storia recente, al suo passato e al suo ultimo sviluppo, a quanto può ancora cambiare grazie alle leve del turismo e dell’innovazione e a quanto il contributo di ogni materano (di nascita o d’adozione) può essere importante per conservare un patrimonio dal valore inestimabile che ci è stato lasciato in eredità, per valorizzarlo e viverlo e per cominciare (o continuare) a costruire un nuovo modello sostenibile di società.

Certo, dipende tutto da noi.

Giuseppe Cicchetti

del 29.05.2014

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foto di Daniele Conte (http://instagram.com/p/hxnl7lpIfa/ – http://instagram.com/p/nu7jNwpIVn/)

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Alla ricerca della ricerca perduta

di Kety Faina e Franco Palazzi

Molti di noi ricordano le persone ed i testi che più hanno stimolato la loro curiosità nei confronti della conoscenza. Soltanto pochi, me incluso, hanno avuto la fortuna di essere iniziati ad una dimensione del sapere che esorbita la mera fruizione del lavoro altrui. Da alcuni decenni nel mondo anglosassone le università organizzano progetti volti a mettere gli studenti nelle condizioni di produrre nuova conoscenza, sotto forma di ricerca scientifica – in una accezione larga del termine, che potenzialmente abbraccia una rilettura della tragedia greca non meno di un esperimento di laboratorio. Nonostante la giovane età delle persone coinvolte, che nella maggior parte dei casi non hanno ancora conseguito la laurea – e di certo non sono in possesso di un dottorato di ricerca (il titolo dopo il quale mediamente si inizia a pubblicare qualcosa nell’ambito della propria disciplina di studio) – i lavori prodotti sono non di rado rilevanti, ed esistono ormai decine di riviste accademiche destinate alla pubblicazione di undergraduate research. Questo fenomeno ha avuto un vero e proprio boom negli ultimi anni, eppure al momento in Italia non ne parla pressoché nessuno – dopo una rapida ricerca online, chi scrive ha realizzato che esiste la possibilità che questo sia il primo articolo in merito ad apparire nel nostro Paese (per quanto sia già presente qualche esperimento rodato pure dalle nostre parti). Ciò che mi spinge a tentare di avviare, dalle pagine di questo blog, una riflessione che noi di Profumo di Svolta proveremo ad allargare il più possibile nei prossimi mesi, coinvolgendo attori istituzionali e non, è un’esperienza diretta. Facendo parte di una delle pochissime istituzioni universitarie italiane che incoraggiano convintamente la produzione di ricerca da parte dei propri studenti, mi sono ritrovato, nell’Aprile scorso, a presentare le prime conclusioni di un mio lavoro, tuttora in fase di revisione, alla British Conference of Undergraduate Research, probabilmente l’evento più grande al mondo in questo ambito. E’ lì che avuto occasione di incontrare Kety Faina, una studentessa italiana di Scienze Sociali che dal suo osservatorio privilegiato nell’Ovest della Scozia si occupa proprio di indagare, tra le altre cose, la realtà della ricerca prodotta da studenti. Approfittando dell’occasione, profumodisvolta.it le ha chiesto di scrivere qualcosa che riassuma le sua esperienza. Di seguito trovate il suo racconto ed i nostri commenti sulle ripercussioni che il fenomeno descritto da Kety potrebbe avere sul sistema universitario italiano.

Una buona regola da prendere in prestito dalle pubblicazioni accademiche è quella di definire sempre i termini che vengono utilizzati, in modo che il lettore sia allo stesso livello di comprensione dell’autore e possa apprezzare criticamente ciò che viene discusso. In questo caso parliamo di ‘undergraduate research’ in quanto ricerca scientifica o sociale svolta da studenti universitari, talvolta in collaborazione con professori, talvolta indipendentemente, nell’arco di tempo precedente alla effettiva acquisizione della laurea.

Alla base di questo concetto c’è l’idea di passare da una situazione in cui gli studenti sono recipienti passivi di sapere ad un’altra nella quale siano soggetti attivi nella comunità scientifica, contribuendo, sia pure modestamente, al campo di studi che essi stessi stanno studiando. Continua a leggere

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Piccoli risultati. L’obiettivo è sempre lo stesso

Quanto vale impegnarsi per un obiettivo concreto?

Riflettere e discutere: confrontarsi e percepire quali sono le vere esigenze dei più giovani, anche quelle meno evidenti che, però, possono realmente contribuire allo sviluppo di una comunità. Anche soltanto offrire un’opportunità, per quanto misera questa possa essere (o magari sembrare).

Chi segue Profumo di Svolta sa quanto questa imprevedibile banda di matti attribuisca valore agli spazi della cultura, ai quei luoghi con cui una città dovrebbe aprirsi alla comunità che la abita: per favorire le esperienze di condivisione, o almeno per non limitarle. Un anno, fa dopo aver espresso “Un desiderio per Matera”, profumodisvolta.it pubblicava “Studiamo insieme? Ok, dove? Gli spazi della cultura a Matera” e si interrogava sul valore di trovare una dimensione sociale per gli studenti, perché essi possano vivere meglio la città e sentirla propria, offrire ai più giovani degli spazi dove coltivare i propri interessi attraverso anche una cultura sociale e conviviale.

Ci siamo attivati e interrogati quali potessero essere le strade migliori per valorizzare i tanti spazi “dimenticati” di cui la nostra dispone. Nel periodo natalizio il nostro festival “L’Ora degli Studenti” ridava vita agli Ipogei di piazza San Francesco e in questi giorni siamo felici di presentarvi un nuovo esperimento. Modesto, ma allo stesso tempo molto ambizioso.

Casa Cava è uno dei luoghi più suggestivi della città di Matera: moderna e atipica nel suo aspetto, accogliente, scavata nel tufo e immersa nel Sasso Barisano, a pochi passi da piazza San Giovanni. Ha una vocazione naturale per diventare un centro culturale e Riccardo D’Ercole con la Consulta Provinciale degli Studenti si è impegnato moltissimo negli ultimi mesi, coordinandosi con l’associazione di volontariato Joven, perché l’idea di uno spazio pubblico, accogliente, aperto ai giovani nel cuore dei Sassi potesse diventare realtà. Il progetto MoodZone e le iniziative di #caviamocultura (che vi consigliamo di approfondire) hanno animato e continueranno nei prossimi mesi a animare Casa Cava e all’interno di questo splendido contenitore culturale ci siamo impegnati fino in fondo perché potesse essere allestita un’area completamente a dimensione di giovane che potrà “banalmente” essere utilizzata per studiare insieme e prepararsi a ospitare esperienze di condivisione costruttiva tutte da co-progettare.

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Si parla spesso dell’importanza di fare rete e oggi senza il fondamentale supporto e contributo concreto di Joven, di Imma D’Angelo, Luciano Antezza, Luca Giuffrida; senza la lucidità del Consorzio che gestisce Casa Cava diretto da Gigi Esposito; senza Riccardo che ha tirato la Consulta degli Studenti in questo progetto innovativo, senza tutti coloro che hanno dato la propria disponibilità per sperimentarne una gestione condivisa, oggi alla domanda “Studiamo insieme?” non potremmo ancora rispondere “Si! Andiamo a Casa Cava”.

 

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L’ “aula studio” della Casa Cava ha ospitato i primi studenti negli ultimi due venerdì pomeriggio (dalle 15:00 alle 20:00), proprio quando anche la Biblioteca Provinciale è chiusa.

Sarà aperta a tutti ogni venerdì con gli stessi orari e potrete seguire tutti gli aggiornamenti sulla pagina facebook appena creata Aula Studio – Casa Cava. Noi di Profumo di Svolta saremo tutti a Matera per il periodo di Pasqua e ci coordineremo con la Consulta degli Studenti per la gestione: presto vi comunicheremo il calendario di apertura per i giorni delle prossime settimane.

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Continuate a seguirci e, se volete, contattateci per proporre iniziative e darci una mano nella gestione di questo nuovo spazio pubblico nelle mani (e speriamo presto anche le cuore) dei materani più giovani.

Impariamo la lezione:
> riflettiamo insieme sulle esigenze della realtà in cui viviamo;
> individuiamo i nostri obiettivi, rendiamoli concreti;
> guardiamoci attorno e cerchiamo chi condivide i nostri stessi desideri;
> progettiamo e costruiamo insieme un percorso;
> impegniamoci;
> impegniamoci insieme;
… e se raggiungiamo l’obiettivo:
> raccontiamolo e condividiamo la nostra esperienza;
> poi impegniamoci ancora per mantenere e migliorare;
> e dopo ancora, ricominciamo la lista da capo.

Giuseppe Cicchetti

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Miglionico: guardiamo al nostro futuro

“Sic Magna Parvis”

“Le grandi cose nascono dalle più piccole” – diceva Francis Drake – è stato questo il messaggio che due giovani rappresentanti di Profumo di Svolta, amanti della politica, hanno lanciato proprio pochi giorni fa a tutte le persone presenti al primo esperimento di cittadinanza attiva, tenutosi nell’Auditorium del Castello di Miglionico, un piccolo paese di tremila abitanti.

È difficile entrare nell’ottica di un paese se non ci hai mai vissuto.
La piccola comunità di Miglionico, come tutte le realtà ristrette, vive di semplici cose: è come una grande famiglia dove tutti ti conosco e vogliono sapere di te; se c’è un matrimonio, metà “paese” è obbligatoriamente invitato; se viene a mancare una persona, l’intera cittadinanza è a lutto; se vuoi sapere qualsiasi notizia di ogni ambito, basta sedersi ad una panchina nel centro della piazza e ascoltare; se hai un po’ di tempo, puoi passare dal fruttivendolo, scambiare due parole e gustare la frutta appena arrivata; se senti il bisogno di tornare bambino, anche solo per un momento, è sufficiente fermarsi a giocare con i bambini che hanno organizzato una partita di calcio nel parcheggio più vicino.

Il tempo nei nostri piccoli centri sembra essersi fermato; e questo lo dimostra la storia e la cultura racchiusa in ogni angolo di strada. E gli abitanti di questa piccola cittadina sono fieri del loro patrimonio. Sono consapevoli dell’opportunità che la loro terra gli offre; ma le opportunità vanno colte. Non era la prima volta che ci apprestavamo a parlare di fronte un pubblico, ma sapere che quegli uditori sono tuoi concittadini ovvero persone che incontri e saluti ogni giorno, allora tutto cambia. E’ proprio per questo motivo che quando inizi a parlare, senti una grande emozione. Anche se la forma degli eventi di cittadinanza attiva organizzata da noi “profumini” è quasi sempre la stessa: riflessioni accompagnate da testi di persone che ammiriamo, come Calamandrei, Pertini, Gramsci, sotto lo strimpellio delle corde di una chitarra elettrica e la visione di video e immagini, ma workshop aveva l’intenzione di essere qualcosa di diverso dal solito, perchè il contesto lo rendeva tale.

Il fine di questo progetto era quello di smuovere coscienze da molto addormentate. In tempi in cui i giovani hanno perso la speranza, si sentono abbandonati dalle istituzioni e si lasciano andare ai più vili e pericolosi vizi, noi volevamo far capire loro che c’è ancora qualcuno che si batte per il loro futuro, per il NOSTRO futuro.

Nel corso della serata, non solo abbiamo dipinto un quadro della realtà attuale della società, ma abbiamo posto al pubblico proposte concrete per la nostra comunità, che nascono dall’esigenza di sfruttare al meglio le risorse culturali del paese.

Non sono le proposte che sono importanti ma lo spirito alla loro base. Noi volevamo fare comprendere all’intero uditorio che la storia ci ha messo di fronte due scelte: mettere la testa sotto la sabbia e rimanere indifferenti a tutto ciò che accade a questo mondo; oppure prendere forza e capire che è finito il tempo della competizione, ma è arrivato quello della cooperazione.

Abbiamo lanciato la sfida a un’intera comunità!
La sfida è prendere coscienza dei problemi e risolverli con l’aiuto di tutti!
Volontà di solidarietà e convergenza di idee è l’antidoto alla peggiore malattia dei nostri tempi: l’APATIA.

Purtroppo abbiamo riscontrato che l’uditorio non era pieno di tanti giovani quanto quelli che speravamo ci fossero; ma non importa. Per recepire un messaggio di cambiamento così forte ci vuole più tempo; e noi continueremo! Noi non ci fermeremo qui!

“Io ritengo che la cosa più grande a questo mondo non sia tanto dove siamo, quanto in che direzione ci stiamo muovendo. Per raggiungere le porte del cielo dobbiamo a volte salpare con il vento contrario, ma dobbiamo salpare!” – (Oliver W. Holmes)

Noi giovani abbiamo preso un impegno istituzionale e morale cioè quello di essere il punto di riferimento per idee, valori e principi che al meglio costruiscano una società civile.
Noi siamo una generazione “maledetta” perché abbiamo, già da ora, il compito di ricostruire l’edificio, ormai distrutto, dello “stato comunità”.

Ma saremo anche la generazione più bella; porteremo i nostri saperi, le nostre idee e le nostre competenze al limite per costruire un futuro migliore. Un futuro che è più vicino di quello che pensiamo.

“I giovani che vanno alla ricerca di se stessi devono imparare che la propria identità, non è tanto qualcosa che si trova, piuttosto qualcosa che si crea; e sono le proprie azioni giornaliere che forgiano la personalità interna in modo più significativo di qualsiasi volume introspettivo e intellettivo” – (Sydney J. Harris)

Giulio Traietta

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A Roma per la Giornata di ascolto sulle Politiche Giovanili

Roma, 21 marzo 2014

Intervento in occasione della Giornata di Ascolto sulle Politiche Giovanili e sulla Riforma del Servizio Civile promossa dal Partito Democratico.

 

Buongiorno a tutti e grazie agli organizzatori, in particolare all’amico Michele Masulli, per averci invitati a prendere parte a questa giornata di confronto.

Uso il plurale perché com’è stato anticipato intervengo a nome di Profumo di Svolta, un gruppo di giovani attivisti che poco più di un anno fa hanno deciso di mettersi alla prova dando un contributo forte in termini di partecipazione e creatività alla propria città, Matera, sito Unesco e attualmente nella short list delle località che si contendono il titolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019, così come a tutta la provincia.

In poco più di un anno abbiamo fondato un blog (www.profumodisvolta.it) che oggi ospita decine di articoli, organizzato una storica iniziativa di bonifica del patrimonio architettonico cittadino dagli scarabocchi che lo deturpavano, creato dal nulla un festival culturale a costo zero, organizzato giornate di orientamento per gli studenti, ridato vita a spazi pubblici inutilizzati con concerti e manifestazioni culturali. Oggi coordiniamo il gruppo di lavoro sulle politiche giovanili nell’ambito della definizione del nuovo piano strategico della nostra città, stiamo perfezionando una proposta di bilancio partecipato e ne prepariamo un’altra per il recupero di uno spazio industriale dimesso utilizzando gli strumenti della democrazia deliberativa. La cosa probabilmente più divertente è che lo abbiamo fatto senza essere molti né particolarmente bravi, in diversi casi da studenti fuorisede che si coordinano a distanza via web, beneficiando della disponibilità alle volte quasi impavida delle amministrazioni locali e ottenendo una copertura direi insperata da parte di media locali e nazionali.

Fatta questa premessa vorrei provare a trarre qualche spunto dai mesi intensissimi che abbiamo vissuto e svilupparlo per arrivare poi a stimolare concretamente il dibattito sulle tematiche oggetto della discussione quest’oggi. Nel fare questo spero mi consentirete di cominciare, in un modo un po’ inconsueto, ovvero da un libro scritto ormai trent’anni fa nel quale Norberto Bobbio parlava delle promesse non mantenute della democrazia. Ne riporto in particolare tre: il non essere riuscita ad insidiare gli spazi, al di fuori delle istituzioni immediatamente politiche, nei quali pure si prendono decisioni vincolanti; il non aver eliminato il potere invisibile (come quello delle mafie o degli arcana imperii che pure, in forma diversa, non hanno smesso di esistere); il non essere stata in grado di forgiare cittadini sufficientemente educati alla democrazia, cioè in possesso degli strumenti necessari all’esercizio della libertà (1).

Rispetto al primo punto, Bobbio riteneva che ricercare lo sviluppo della democrazia in un dato Paese richiedesse indagare se fosse aumentato non il numero di coloro che hanno il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, ma quello degli spazi nei quali questo diritto può essere esercitato. E’ precisamente la mancanza di questi spazi che ci ha spinti ad avviare il nostro esperimento di cittadinanza attiva, ed è la stessa mancanza che oggi scontano decine di migliaia di studenti fuorisede, costretti a vivere da eterni ospiti le città che in cui trascorrono gran parte dell’anno, senza alcuna possibilità di influenza sulle politiche comunali o di rappresentanza all’interno degli enti locali. Quella che potremmo definire, con un termine tecnico, una infelice “struttura delle opportunità politiche”, si inserisce per giunta in un contesto complessivamente sfavorevole in cui, ad esempio, secondo studi recenti la crescita della diseguaglianza economica va di pari passo con la diminuzione della partecipazione politica, soprattutto tra gli strati meno abbienti della popolazione (2) – con effetti cumulativi ancora peggiori se si considera la maggiore influenza sull’indirizzo politico che a parità di partecipazione i ricchi sembrano già avere sui poveri in alcuni contesti nazionali (3).

In questo ambito la rete acquisisce un’importanza fondamentale, consentendoci di ricreare virtualmente un luogo di confronto e mobilitando l’intelligenza collettiva in direzione di politiche pubbliche migliori (4). Da questo punto di vista non è certamente casuale che la nostra iniziativa sia partita da un blog, e che quasi tutti gli spunti poi realizzati siano nati dall’interazione di persone, anche esterne al gruppo, sui social network. Da ciò anche l’urgenza di un potenziamento della banda larga e dell’accesso gratuito alla connessione in Italia.

Per quanto è possibile comprendere, sembra pure che le nuove tecnologie possano costituire un antidoto a certe forme di potere invisibile: non a caso siamo sempre più abituati a seguire l’evoluzione dei lavori parlamentari in tempo reale, a leggere documenti ufficiali online, a tenere sotto controllo l’operato di chi abbiamo eletto. E tuttavia questo è profondamente insufficiente. Per quanto nativi digitali, non sembra che i giovani italiani siano oggi più rappresentati, partecipi, o influenti. L’interminabile litania degli scandali ha prodotto molta rabbia, ma di certo non i canali tramite i quali incanalarla. La condizione di spettatori, ci insegna Buaman (5), comporta inevitabilmente un doppio scarto: tra vedere e sapere in primo luogo, tra sapere ed agire in seconda istanza. Vivere in quella che è stata definita una democrazia in diretta non implica per questo avere una maggiore comprensione della realtà raffigurata nella sfera pubblica, che anzi appare più complessa e inaccessibile che mai. E’ ormai disponibile una vasta letteratura che, dimostrando come nelle odierne democrazie molti cittadini siano talmente poco informati e consapevoli di alternative e poste in gioco da non poter esprimere con piena coscienza il proprio voto (6), sancisce la gravità della terza delle promesse non mantenute di cui parlava Bobbio.

Di qui l’importanza di un sistema di istruzione pubblica capace di formare persone autonome e in possesso delle conoscenze necessarie all’esercizio dei propri diritti civili e politici. In questo senso, la strada da fare è ancora molta. Negli ultimi anni, alcuni dei quali trascorsi impegnati nella rappresentanza studentesca, mi sono affezionato a quella che è un’immagine molto significativa che inquadra bene la situazione della scuola italiana e la necessità di innovazione al suo interno. Se un nostro nonno, vivendo all’inizio del secolo scorso avesse avuto la possibilità di viaggiare nel tempo e fosse arrivato nel 2014 avrebbe ritrovato una società completamente diversa dalla sua, tecnica e tecnologia profondamente mutate, le strade occupate dalle automobili e poi computer, smartphone e tablet, si sarebbe sentito veramente fuori luogo. Appena sarebbe entrato poi in una scuola, si sarebbe sentito improvvisamente a suo agio. Ecco perché pensiamo che sia necessaria una scuola al passo con i tempi. Tante le possibilità di intervento. L’insegnamento dell’educazione civica nei licei è sostanzialmente lasciato a se stesso, i docenti che ne sono incaricati non ricevono nessuna formazione specifica e i programmi restano generici proprio là dove forse sarebbero necessarie maggiori uniformità e coerenza a livello nazionale. Mi permetto di suggerire in questo contesto una misura a costo zero come prevedere che in ambito universitario alcuni esami – diritto costituzionale, ad esempio – possano fornire crediti formativi indipendentemente dal corso di laurea e che chi li supera con buoni risultati guadagni dei punti bonus ai fini del voto di laurea. Ancora, gravi problemi di iniquità continuano ad affliggere il nostro sistema formativo. In una ricerca di pochi anni fa alcuni ricercatori dell’Università di Milano (7) notavano come solo il 10% dei figli di padri fermatisi alla licenza media giunga alla laurea, in un caso su tre non conseguendo neanche il diploma di scuola superiore. Conseguentemente, il numero dei laureati aumenta sì, ma soprattutto tra coloro i cui genitori avevano già raggiunto il medesimo livello di istruzione. E’ probabile che dietro queste cifre si celino diversi costi-opportunità della prosecuzione degli studi sino ai massimi gradi e quindi differenti livelli di rischio di un investimento in tal senso. Alcune delle policy più frequentemente proposte (8) per riequilibrare la situazione includono: l’aumento delle ore di scuola, su base sia annuale che giornaliera; lo spostamento della scelta del percorso scolastico, che ha ricadute reddituali ed occupazionali rilevanti, dai 14 ai 16 anni, riformando la scuola dell’obbligo in due cicli di cinque anni ciascuno e perseguendo un forte innalzamento della qualità del biennio negli istituti professionali, magari attraverso incentivi salariali per i docenti; ancora, il trasferimento del rischio d’investimento dalle famiglie meno facoltose alla collettività, rimodulando le tasse universitarie in modo più nettamente progressivo; infine, il potenziamento del life-long learning per gli adulti meno istruiti. Ad alcuni sembreranno interventi troppo in là sul crinale dell’utopia, privi di coperture finanziarie.

(Lancio allora una provocazione molto meno ambiziosa: rimediamo allo scandalo delle migliaia di studenti universitari che, pur idonei, non si vedono oggi riconoscere la borsa di studio per mancanza di fondi a livello regionale – con una situazione che peraltro varia da regione a regione, generando ulteriori sperequazioni. Facciamolo trovando le risorse necessarie nel luogo in cui simbolicamente si tramandano alcune delle peggiori iniquità, ovvero nella trasmissione ereditaria di ingenti patrimoni. Ci siamo scandalizzati recentemente per il fatto che si possano possedere centinaia di appartamenti evadendo l’imposta corrispondente, ma ancora più folle è che simili patrimoni possano essere venire ereditati a costo di un’aliquota massima del 9% – cifra che per i beni immobili al di sopra di un certo valore potrebbe tranquillamente venire raddoppiata senza grandi problemi, visto che l’imposta patrimoniale è forse l’unica a non avere effetti distorsivi sui prezzi.)

Vengo, infine, alla riforma del servizio civile, tema dell’importante focus di oggi. Sembra certamente positiva l’idea di rimodularlo su base europea, e del resto i dati provenienti da altri Paesi ci confermano che si tratta di uno strumento utili a stimolare nei giovani l’interesse per gli altri e la partecipazione politica (9). Eppure mai come in questo caso occorre una visione, ampia, strategica, delle politiche rivolte ai più giovani. Il servizio civile non può e non deve diventare il supplente di un welfare sempre più arrancante in alcuni ambiti, e non acquisterà mai per gli italiani una dimensione realmente internazionale se nelle nostre scuole le lingue straniere continueranno ad essere insegnate poco e male.

Nell’avviarsi a concludere Il Futuro della Democrazia, Norberto Bobbio intitolava un paragrafo con una parola poco frequente: ciononostante. Nel ringraziarvi per l’attenzione mi arrischio, ad un livello infinitamente più basso, a fare lo stesso: nonostante le mille difficoltà ogni giorno una nuova generazione di cittadini si impegna per migliorare dal basso la propria realtà. Se vedrete bene, in piccolo, troverete anche noi.

Grazie.

A cura di Franco Palazzi e Giuseppe Cicchetti

[Note:]
(1) N. Bobbio (2010) [1984], Il futuro della democrazia, Rcs, pp. 23-29
(2) F. Solt (2008), Economic inequality and democratic political engagement, “American Journal of Political Science”
(3) M. Gilens (2005), Inequality and democratic responsiveness “Public Opinion Quarterly”
(4) A. Cottica (2010), Wikicrazia, Navarra
(5) Z. Bauman (2005),La società sotto assedio, Laterza, capitolo 7
(6) I. Somin (2004), When ignorance isn’t bliss, Policy Analysis Working Paper 525
(7) Cecchi-Florio-Lombardi (2006), Sessanta anni di istruzione in italia, “Rivista di Politica Economica”
(8) Balllarino-Checchi-Fiorio-Leonardi (2009), Le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione in Italia, conference paper
(9) Hart-Donnelly-Youniss-Atins (2007), High School Community Service as a Predictor of Adult Voting and Volunteering, “American Educational Research Journal”

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Un anno fa… “Un desiderio per Matera”

di Giuseppe Cicchetti – (9 marzo 2013)

Incertezza nel futuro.
Questa sensazione si insinua spesso in pensieri, discorsi e riflessioni. E’ qualcosa di positivo, certamente. Ci costringe a alzarci in piedi, a guardarci intorno, a non rimanere fermi, a vivere. Si perché Aristotele scriveva che “la vita è nel movimento” oppure, se preferite, J-Ax cantava “la vita e la bici hanno lo stesso principio devi continuare a muoverti per stare in equilibrio”. L’incertezza nel futuro ci stimola a pensare, a immaginare e a rimboccarci le maniche per far qualcosa. Ci suggerisce di cominciare a interessarci del nostro futuro, altrimenti qualcuno lo farà per noi.

L’incertezza, però, è mancanza di programmazione: è la somma degli errori commessi da qualcuno prima di noi. Di qualcuno che ci ha scippato la serenità: che non ha lavorato, oppure ha lavorato male e che quando ha pensato di rimediare, era forse un po’ troppo tardi. Il futuro ci preoccupa: quando ci guardiamo intorno facciamo fatica a intravedere cose che ci rassicurino.

Politica: quale sarà il nuovo governo, o meglio, ci sarà un nuovo governo? Economia: la nostra vita è appesa al differenziale tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. “Ma questa è finanza! E’ roba speculativa!!!” direbbe qualcuno. Sono d’accordo, allora economia reale: disoccupazione giovanile in Italia al 38,7%. Nel mio sud al 50%: un ragazzo su due non ha un lavoro*… o forse ce l’ha: in nero, alle soglie dello sfruttamento.

L’Europa ci guarda dall’alto e ci chiede civiltà, sviluppo, cultura e innovazione. L’Italia è un po’ sorda. La Basilicata risponde con gli ultimi dati Istat: due lucani su tre non leggono libri, soltanto uno su cinque utilizza Internet per informarsi e un giovane su quattro non lavora né studia**.

Matera, la mia città, è candidata a diventare Capitale Europea della Cultura nel 2019 e cerca anche in questo sogno comune la sua ancora di salvezza. Con le iniziative in vista di questo riconoscimento e grazie anche a tante persone che si impegnano in prima persona, qualcosa si sta muovendo; ma è evidente che ancora troppo rimane fermo e quel velo di incertezza cala anche sulla Città dei Sassi, rendendo tutto, in particolare il futuro, un po’ più buio.

Un desiderio vorrei esprimere per Matera, che mi renderebbe più sereno e che sicuramente regalerebbe a tutti la sicurezza che qualcosa sarà migliore, anche se incerto. Vorrei per la mia città un’istruzione di qualità, pubblica e accessibile a tutti, e un’università.

Si, perché una città è viva quando Continua a leggere

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Insieme ai profughi: l’occasione che Matera non può perdere

di Giovanni Montemurro

Vengono dal Mali, dalla Nigeria, dal Burkina Faso e dal Ghana. Sono circa 40, tutti giovanissimi, parlano lingue e dialetti diversi. Li accomuna un passato che è quasi esclusivamente fuga: dalla morte, dalla fame, dalla violenza.

Non esiste alcuna sfida che una città candidata a Capitale Europea della Cultura può rinunciare ad intraprendere. Specialmente se riguarda l’essenza stessa di un progetto tanto ambizioso, quanto vitale per lo sviluppo culturale, sociale ed economico della nostra città.
Ecco perché l’accoglienza e l’integrazione sociale dei rifugiati politici che dimorano a Matera, può rappresentare una radicale svolta per una comunità come la nostra, dove il cittadino in media ha più di 50 anni e non conosce le lingue straniere.
Gli stessi giovani, poi, sono molto spesso in grave “deficit” nella conoscenza delle lingue internazionali: inglese, spagnolo e arabo. Un fenomeno che ha connotati più ampi, che si riferiscono all’intero sistema scolastico italiano ma penalizza maggiormente una comunità sottosviluppata come la nostra, che costringe tanti giovani che apprendono per necessità lavorative o di socializzazione le lingue straniere ad una vita fuori dal perimetro lucano.

Abbiamo l’opportunità di rendere Matera una città multi-etnica: dobbiamo sapere come interloquire con turisti e immigrati che si trovano nella nostra città.
Non possiamo accettare che nell’ormai prossimo 2014, in un periodo storico dominato dalla globalizzazione e dalle scoperte tecnologiche che mettono in rete l’intera umanità, covi ancora qualche forma di razzismo. Vogliamo che i nostri figli giochino o litighino insieme ai loro, a scuola siedano allo stesso banco, trascorrano i pomeriggi nello stesso cortile, si scambino i videogames o le bambole, crescano e scoprano l’amore insieme, si aiutino nei momenti di difficoltà, insieme vadano al mare, abbiano gli stessi sogni.  Continua a leggere