A man holds a placard which reads "I am Charlie" to pay tribute during a gathering at the Place de la Republique in Paris

#JeSuisCharlie e dintorni… (FOCUS)

Parigi, indietro di ventun’anni

Gennaio 1994.
All’interno dell’Intercontinental Hotel, durante l’assegnazione del “Ditale d’oro”, il clima è tutt’altro che tranquillo; Claudia Schiffer ha sfilato solo una settimana prima, indossando uno dei nuovi abiti firmati “Chanel”.
Cosa potrebbe esserci di tragico, cosa c’è di offensivo in questo?
La risposta è nell’abito, o meglio, sull’abito: l’orlo è stato decorato con dei versetti del Corano e questo, per i musulmani, è inammissibile. 

Gennaio 2015.
Eccoci di nuovo a Parigi e questa volta si tratta di qualcosa di decisamente più serio, stavolta non si può rimanere indifferenti nè in silenzio. Non parliamo più dell’orlo del vestito di Claudia Schiffer, stiamo parlando di un giornale, della libertà di stampa e d’opinione, di dodici persone che, ormai, non possono sentire il grido di solidarietà che il mondo intero sta lanciando. Ogni uomo, in ogni città, ha provato un profondo senso di indignazione alla luce degli avvenimenti di Parigi. Potremmo essere fieri di noi: abbiamo dimostrato di riuscire a fare nostra una tragedia avvenuta a chilometri di distanza, abbiamo dimostrato di avere ancora un cuore in grado di avvertire un’ingiustizia, abbiamo dimostrato di non essere indifferenti e di riuscire ad essere uniti e che l’uomo è finalmente cittadino del mondo e il mondo appartiene finalmente ai suoi cittadini, che ci sono diritti che percepiamo come inalienabili.

Ma quanto è facile sfociare nel banale? Quanto rischiamo di essere superficiali, anche se in buona fede? Abbiamo ricominciato a parlare dei diritti dell’uomo nell’istante in cui ne siamo stati privati e, come notevole clichè vivente, quale siamo da tempo, abbiamo parlato di libertà quando essa è venuta meno. Come da copione tutti hanno reso pubblica la loro indignazione, tutti si sono schierati, mostrandosi attivi ed interessati.
Ma l’interesse quanto va oltre le pubbliche manifestazioni? Oltre le foto di matite e penne e oltre tutti quei “Je suis Charlie” che adesso invadono i social network? Più voci hanno definito i musulmani, in maniera puramente generica, come “integralisti, folli esaltati, unicamente in grado di imbracciare un fucile e uccidere nel nome di un dio inventato”, ma a quanti è venuto in mente, senza giustificare le azioni del 7 gennaio, di chiedersi un attimo quale sia la visione del mondo diversa dalla nostra?

Nel XXI secolo, trionfo del relativismo, ecco che hanno preso vita accuse assolute, ecco che si è fatta di ogni erba un fascio e che la parte è stata sacrificata per il tutto e siamo tornati indietro di ventuno anni, perchè per noi è ancora incomprensibile l’offesa di fronte ai versi del Corano sull’orlo di un vestito firmato.

Un atto come quello di tre giorni fa, che ci ha reso così uniti, che ha risvegliato le nostre coscienze, non deve chiuderci la mente in questo modo, non ci deve portare ad odiare un musulmano che, come noi, brandisce la penna come una bandiera e soffre nel venire associato a chi invece, all’interno di quella redazione mercoledì mattina, stringeva tra le braccia un kalashnikov.
Due sono i nostri occhi e due le nostre orecchie, così come le due parti di un caso sono la ragione e il torto. Mi chiedo solo questo: proveremo anche ad interessarci, ma sul serio, a ciò che, in questo momento, rappresenta la parte del torto?

Paola De Ruggieri

Penne e matite: le armi della libertà

Una penna. Penso sia stato questo il primo oggetto ad attirare la mia attenzione quando, da bambino, volevo fare mie tutte le cose. Crescendo ho imparato ad apprezzarne il valore, a distinguerne il colore, la fattezza, l’odore. Ho scoperto che grazie ad una penna si può scrivere, disegnare, sognare, amare, semplicemente VIVERE. Tristemente ho dovuto anche accettare che per una penna, se usata coscientemente, si può anche morire. Per una penna, per la libertà di usarla, di denunciare, di dire quello che si pensa, di ridere, il 7 gennaio sono state trucidate 12 persone, di cui 8 giornalisti: Stephan Charbonnier, Cabu, George Wolinski, Bernard Verlhac, Philippe Honorè, Michel Renaud, Mustapha Ourrad e Elsa Cavatt, 2 poliziotti: Franck Brinsolaro e Ahmed Merabet, il portiere dello stabile Frédéric Boisseau e l’economista Bernard Maris; altre 11 persone sono rimaste ferite di cui 4 gravemente.

Presi a fucilate da due integralisti islamici in quanto espressione del libero pensiero, immolati all’altare di un falso dio. Perché Allah delle loro putride labbra non è il dio del Corano. Allah è un dio di pace, gli assassini due sicari, porci della guerra; Allah è un dio di speranza, loro messaggeri di morte e di oblio. Allah è un dio di fratellanza, loro portavoci di guerre fratricide.

La libertà di espressione è una conquista del mondo moderno, una libertà intrisa del sangue, del sudore, della lotta di centinaia di migliaia di uomini che hanno dato la vita affinché l’uomo potesse congiungersi con la sua natura di essere libero e pensante. Una libertà che oggi più che mai uomini senza dio, senza dignità e senza onore tentano di strapparci via.

La libertà non è però una conquista occasionale, non è una pianta da annaffiare una volta l’anno per benefici personali: la libertà è continua tensione emotiva, continuo sforzo, applicazione, sacrificio e devozione. Le penne dei giornalisti che lo scorso mercoledì hanno dovuto capitolare dinanzi al piombo dei Kalashnikov degli attentatori siano da monito affinché, i molti che hanno ritenuto che la libertà vada ritrovata nel conflitto e la sicurezza nella chiusura, si redimano e tornino a considerare la cultura e l’educazione come unica salvezza per questo nostro povero mondo.

Per Stephan, Cabu, George, Bernard, Philippe, Michel, Mustapha, Elsa, Franck, Ahmed, Frédéric e Bernard torniamo ad imbracciare le nostre penne, temperiamo le nostre matite, armiamo la nostra coscienza contro ogni forma di integralismo e fondamentalismo, contro ogni strumentalizzazione, laica e religiosa.

Lo dobbiamo a loro, martiri del libero pensiero, partigiani di una guerra silenziosa combattuta nella trincea dell’indifferenza e del pensiero dominante.

Lo dobbiamo a noi, attoniti spettatori inermi di uno spettacolo tristemente atroce.

«Non ci spaventano le vostre minacce,
padroni della miseria.
La stella della speranza
continuerà ad essere nostra»
V. Yara

Vittorio Ventura

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