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A Roma per la Giornata di ascolto sulle Politiche Giovanili

Roma, 21 marzo 2014

Intervento in occasione della Giornata di Ascolto sulle Politiche Giovanili e sulla Riforma del Servizio Civile promossa dal Partito Democratico.

 

Buongiorno a tutti e grazie agli organizzatori, in particolare all’amico Michele Masulli, per averci invitati a prendere parte a questa giornata di confronto.

Uso il plurale perché com’è stato anticipato intervengo a nome di Profumo di Svolta, un gruppo di giovani attivisti che poco più di un anno fa hanno deciso di mettersi alla prova dando un contributo forte in termini di partecipazione e creatività alla propria città, Matera, sito Unesco e attualmente nella short list delle località che si contendono il titolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019, così come a tutta la provincia.

In poco più di un anno abbiamo fondato un blog (www.profumodisvolta.it) che oggi ospita decine di articoli, organizzato una storica iniziativa di bonifica del patrimonio architettonico cittadino dagli scarabocchi che lo deturpavano, creato dal nulla un festival culturale a costo zero, organizzato giornate di orientamento per gli studenti, ridato vita a spazi pubblici inutilizzati con concerti e manifestazioni culturali. Oggi coordiniamo il gruppo di lavoro sulle politiche giovanili nell’ambito della definizione del nuovo piano strategico della nostra città, stiamo perfezionando una proposta di bilancio partecipato e ne prepariamo un’altra per il recupero di uno spazio industriale dimesso utilizzando gli strumenti della democrazia deliberativa. La cosa probabilmente più divertente è che lo abbiamo fatto senza essere molti né particolarmente bravi, in diversi casi da studenti fuorisede che si coordinano a distanza via web, beneficiando della disponibilità alle volte quasi impavida delle amministrazioni locali e ottenendo una copertura direi insperata da parte di media locali e nazionali.

Fatta questa premessa vorrei provare a trarre qualche spunto dai mesi intensissimi che abbiamo vissuto e svilupparlo per arrivare poi a stimolare concretamente il dibattito sulle tematiche oggetto della discussione quest’oggi. Nel fare questo spero mi consentirete di cominciare, in un modo un po’ inconsueto, ovvero da un libro scritto ormai trent’anni fa nel quale Norberto Bobbio parlava delle promesse non mantenute della democrazia. Ne riporto in particolare tre: il non essere riuscita ad insidiare gli spazi, al di fuori delle istituzioni immediatamente politiche, nei quali pure si prendono decisioni vincolanti; il non aver eliminato il potere invisibile (come quello delle mafie o degli arcana imperii che pure, in forma diversa, non hanno smesso di esistere); il non essere stata in grado di forgiare cittadini sufficientemente educati alla democrazia, cioè in possesso degli strumenti necessari all’esercizio della libertà (1).

Rispetto al primo punto, Bobbio riteneva che ricercare lo sviluppo della democrazia in un dato Paese richiedesse indagare se fosse aumentato non il numero di coloro che hanno il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, ma quello degli spazi nei quali questo diritto può essere esercitato. E’ precisamente la mancanza di questi spazi che ci ha spinti ad avviare il nostro esperimento di cittadinanza attiva, ed è la stessa mancanza che oggi scontano decine di migliaia di studenti fuorisede, costretti a vivere da eterni ospiti le città che in cui trascorrono gran parte dell’anno, senza alcuna possibilità di influenza sulle politiche comunali o di rappresentanza all’interno degli enti locali. Quella che potremmo definire, con un termine tecnico, una infelice “struttura delle opportunità politiche”, si inserisce per giunta in un contesto complessivamente sfavorevole in cui, ad esempio, secondo studi recenti la crescita della diseguaglianza economica va di pari passo con la diminuzione della partecipazione politica, soprattutto tra gli strati meno abbienti della popolazione (2) – con effetti cumulativi ancora peggiori se si considera la maggiore influenza sull’indirizzo politico che a parità di partecipazione i ricchi sembrano già avere sui poveri in alcuni contesti nazionali (3).

In questo ambito la rete acquisisce un’importanza fondamentale, consentendoci di ricreare virtualmente un luogo di confronto e mobilitando l’intelligenza collettiva in direzione di politiche pubbliche migliori (4). Da questo punto di vista non è certamente casuale che la nostra iniziativa sia partita da un blog, e che quasi tutti gli spunti poi realizzati siano nati dall’interazione di persone, anche esterne al gruppo, sui social network. Da ciò anche l’urgenza di un potenziamento della banda larga e dell’accesso gratuito alla connessione in Italia.

Per quanto è possibile comprendere, sembra pure che le nuove tecnologie possano costituire un antidoto a certe forme di potere invisibile: non a caso siamo sempre più abituati a seguire l’evoluzione dei lavori parlamentari in tempo reale, a leggere documenti ufficiali online, a tenere sotto controllo l’operato di chi abbiamo eletto. E tuttavia questo è profondamente insufficiente. Per quanto nativi digitali, non sembra che i giovani italiani siano oggi più rappresentati, partecipi, o influenti. L’interminabile litania degli scandali ha prodotto molta rabbia, ma di certo non i canali tramite i quali incanalarla. La condizione di spettatori, ci insegna Buaman (5), comporta inevitabilmente un doppio scarto: tra vedere e sapere in primo luogo, tra sapere ed agire in seconda istanza. Vivere in quella che è stata definita una democrazia in diretta non implica per questo avere una maggiore comprensione della realtà raffigurata nella sfera pubblica, che anzi appare più complessa e inaccessibile che mai. E’ ormai disponibile una vasta letteratura che, dimostrando come nelle odierne democrazie molti cittadini siano talmente poco informati e consapevoli di alternative e poste in gioco da non poter esprimere con piena coscienza il proprio voto (6), sancisce la gravità della terza delle promesse non mantenute di cui parlava Bobbio.

Di qui l’importanza di un sistema di istruzione pubblica capace di formare persone autonome e in possesso delle conoscenze necessarie all’esercizio dei propri diritti civili e politici. In questo senso, la strada da fare è ancora molta. Negli ultimi anni, alcuni dei quali trascorsi impegnati nella rappresentanza studentesca, mi sono affezionato a quella che è un’immagine molto significativa che inquadra bene la situazione della scuola italiana e la necessità di innovazione al suo interno. Se un nostro nonno, vivendo all’inizio del secolo scorso avesse avuto la possibilità di viaggiare nel tempo e fosse arrivato nel 2014 avrebbe ritrovato una società completamente diversa dalla sua, tecnica e tecnologia profondamente mutate, le strade occupate dalle automobili e poi computer, smartphone e tablet, si sarebbe sentito veramente fuori luogo. Appena sarebbe entrato poi in una scuola, si sarebbe sentito improvvisamente a suo agio. Ecco perché pensiamo che sia necessaria una scuola al passo con i tempi. Tante le possibilità di intervento. L’insegnamento dell’educazione civica nei licei è sostanzialmente lasciato a se stesso, i docenti che ne sono incaricati non ricevono nessuna formazione specifica e i programmi restano generici proprio là dove forse sarebbero necessarie maggiori uniformità e coerenza a livello nazionale. Mi permetto di suggerire in questo contesto una misura a costo zero come prevedere che in ambito universitario alcuni esami – diritto costituzionale, ad esempio – possano fornire crediti formativi indipendentemente dal corso di laurea e che chi li supera con buoni risultati guadagni dei punti bonus ai fini del voto di laurea. Ancora, gravi problemi di iniquità continuano ad affliggere il nostro sistema formativo. In una ricerca di pochi anni fa alcuni ricercatori dell’Università di Milano (7) notavano come solo il 10% dei figli di padri fermatisi alla licenza media giunga alla laurea, in un caso su tre non conseguendo neanche il diploma di scuola superiore. Conseguentemente, il numero dei laureati aumenta sì, ma soprattutto tra coloro i cui genitori avevano già raggiunto il medesimo livello di istruzione. E’ probabile che dietro queste cifre si celino diversi costi-opportunità della prosecuzione degli studi sino ai massimi gradi e quindi differenti livelli di rischio di un investimento in tal senso. Alcune delle policy più frequentemente proposte (8) per riequilibrare la situazione includono: l’aumento delle ore di scuola, su base sia annuale che giornaliera; lo spostamento della scelta del percorso scolastico, che ha ricadute reddituali ed occupazionali rilevanti, dai 14 ai 16 anni, riformando la scuola dell’obbligo in due cicli di cinque anni ciascuno e perseguendo un forte innalzamento della qualità del biennio negli istituti professionali, magari attraverso incentivi salariali per i docenti; ancora, il trasferimento del rischio d’investimento dalle famiglie meno facoltose alla collettività, rimodulando le tasse universitarie in modo più nettamente progressivo; infine, il potenziamento del life-long learning per gli adulti meno istruiti. Ad alcuni sembreranno interventi troppo in là sul crinale dell’utopia, privi di coperture finanziarie.

(Lancio allora una provocazione molto meno ambiziosa: rimediamo allo scandalo delle migliaia di studenti universitari che, pur idonei, non si vedono oggi riconoscere la borsa di studio per mancanza di fondi a livello regionale – con una situazione che peraltro varia da regione a regione, generando ulteriori sperequazioni. Facciamolo trovando le risorse necessarie nel luogo in cui simbolicamente si tramandano alcune delle peggiori iniquità, ovvero nella trasmissione ereditaria di ingenti patrimoni. Ci siamo scandalizzati recentemente per il fatto che si possano possedere centinaia di appartamenti evadendo l’imposta corrispondente, ma ancora più folle è che simili patrimoni possano essere venire ereditati a costo di un’aliquota massima del 9% – cifra che per i beni immobili al di sopra di un certo valore potrebbe tranquillamente venire raddoppiata senza grandi problemi, visto che l’imposta patrimoniale è forse l’unica a non avere effetti distorsivi sui prezzi.)

Vengo, infine, alla riforma del servizio civile, tema dell’importante focus di oggi. Sembra certamente positiva l’idea di rimodularlo su base europea, e del resto i dati provenienti da altri Paesi ci confermano che si tratta di uno strumento utili a stimolare nei giovani l’interesse per gli altri e la partecipazione politica (9). Eppure mai come in questo caso occorre una visione, ampia, strategica, delle politiche rivolte ai più giovani. Il servizio civile non può e non deve diventare il supplente di un welfare sempre più arrancante in alcuni ambiti, e non acquisterà mai per gli italiani una dimensione realmente internazionale se nelle nostre scuole le lingue straniere continueranno ad essere insegnate poco e male.

Nell’avviarsi a concludere Il Futuro della Democrazia, Norberto Bobbio intitolava un paragrafo con una parola poco frequente: ciononostante. Nel ringraziarvi per l’attenzione mi arrischio, ad un livello infinitamente più basso, a fare lo stesso: nonostante le mille difficoltà ogni giorno una nuova generazione di cittadini si impegna per migliorare dal basso la propria realtà. Se vedrete bene, in piccolo, troverete anche noi.

Grazie.

A cura di Franco Palazzi e Giuseppe Cicchetti

[Note:]
(1) N. Bobbio (2010) [1984], Il futuro della democrazia, Rcs, pp. 23-29
(2) F. Solt (2008), Economic inequality and democratic political engagement, “American Journal of Political Science”
(3) M. Gilens (2005), Inequality and democratic responsiveness “Public Opinion Quarterly”
(4) A. Cottica (2010), Wikicrazia, Navarra
(5) Z. Bauman (2005),La società sotto assedio, Laterza, capitolo 7
(6) I. Somin (2004), When ignorance isn’t bliss, Policy Analysis Working Paper 525
(7) Cecchi-Florio-Lombardi (2006), Sessanta anni di istruzione in italia, “Rivista di Politica Economica”
(8) Balllarino-Checchi-Fiorio-Leonardi (2009), Le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione in Italia, conference paper
(9) Hart-Donnelly-Youniss-Atins (2007), High School Community Service as a Predictor of Adult Voting and Volunteering, “American Educational Research Journal”

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