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Quello che resta del 17 novembre

di Giuseppe Cicchetti

Praga, 17 novembre 1939. Nella notte, squadre di tedeschi nazisti irrompono nei dormitori dei collegi universitari, svegliano e portano fuori con la forza migliaia di studenti. Percossi e arrestati, alcuni sono condotti fino al carcere di Pankrác, un sobborgo della città, e alle caserme di Ruzyně. Altri mille sono trasferiti al campo di concentramento di Sachsenhausen, vicino Berlino. Nove leader di associazioni studentesche sono separati dal gruppo e uccisi, senza alcuna accusa e alcun processo. Gli ordini provenivano direttamente da Hitler, era la reazione del Reich alla manifestazione spontanea che due giorni prima aveva raccolto migliaia di uomini e donne, per la maggior parte studenti, intorno al feretro di Jan Opletal. Quest’ultimo era uno studente di medicina che il 28 ottobre si era unito alla protesta contro i Tedeschi che avevano imposto il Protettorato di Boemia e Moravia, cancellando il potere della Cecoslovacchia democratica; era stato ferito mortalmente da colpi di arma da fuoco insieme all’operaio ventiduenne Václav Sedláček, nello scontro con i soldati tedeschi incaricati di reprimere la manifestazione pacifica. I suoi funerali divennero l’occasione per migliaia di studenti di lanciare un forte segnale al Reich e per stringersi intorno a colui che sarebbe diventato un eroe nazionale: il 15 novembre bandiere nere furono lasciate fuori dalle finestre dei dormitori e l’inno cecoslovacco, vietato dai nazisti, si levò dal coro dei manifestanti insieme a frasi che inneggiavano alla libertà del proprio Paese. Hitler, dopo la repressione violenta del 17 novembre, predispose la chiusura di collegi e università ceche per tre anni.

Atene, 17 novembre 1973. Nelle notte, un carro armato AMX-30 dell’esercito abbatte i cancelli del Politecnico, passando sopra alcuni studenti che vi si erano arrampicati. Negli scontri che ne seguono decine sono gli studenti feriti e 24 i civili uccisi. Erano gli ordini di Papadopoulos, capo della Giunta dei Colonnelli, che guidava il governo militare in Grecia. Il Politecnico di Atene aveva cominciato la sua protesta il 14 novembre, gli studenti si erano barricati al suo interno in segno di protesta nei confronti del regime. Con gli strumenti a loro disposizione, avevano messo in funzione una radio che riusciva a trasmettere in tutta la capitale. Diventarono un punto di riferimento per tutti coloro che si opponevano alla dittatura e migliaia di lavoratori e giovani si unirono alla protesta degli studenti raggiungendoli perfino al Politecnico. L’esercito aveva intimato loro di arrendersi, ma nonostante fossero stati privati anche dell’elettricità, il Politecnico continuò nella sua protesta. La Giunta, tra i molti provvedimenti, aveva proibito le associazioni studentesche e l’elezione dei consigli universitari. Le conseguenze della protesta furono, oltre alla repressione violenta, la proclamazione della legge marziale e del coprifuoco.

Praga, 17 novembre 1989. Una folla di più di 15.000 studenti marcia per le strade della città. La manifestazione permette ai tanti studenti di confrontarsi e di esprimere il proprio disaccordo con il governo della Repubblica Socialista Cecoslovacca. Il percorso ufficiale li porta dalla tomba del poeta Karel Hynek Mácha fino al cimitero Vyšehrad, ma loro decidono di non fermarsi e continuare la marcia pacifica per il centro della città chiedendo con striscioni e slogan più democrazia e più libertà. La manifestazione termina soltanto in Národní třída, quando la polizia riceve ordini di reprimerla violentemente e questo provoca parecchi feriti. Il gesto degli studenti di Praga segna l’inizio della Velvet Revolution, la Rivoluzione di Velluto, grazie alla quale, dopo le dimissioni del presidente comunista Gustáv Husák, nel giugno 1990 furono indette democratiche elezioni.

17 novembre 2013. Domenica. Nell’Italia repubblicana e democratica, tanti studenti (anticipando al venerdì precedente) hanno deciso di manifestare nelle loro città per commemorare l’Interational Students’ Day e gli studenti vittime degli eventi passati. Altri erano serenamente tra i banchi della propria scuola o dell’università. Oggi portare nelle strade e nelle piazze nuove rivendicazioni significa qualcosa di diverso. Oggi l’unico presupposto certo per una manifestazione è il silenzio degli interlocutori istituzionali a cui ci si rivolge: la politica, le autorità. Oggi abbiamo di fronte nuove battaglie, che probabilmente necessitano di nuove armi, di nuovi strumenti.

Giuseppe Cicchetti