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Le tre colonne di Metaponto. La cultura che affonda.

Negli ultimi giorni la Basilicata, la nostra regione, è stata colpita da una tremenda alluvione. Video, foto, reportage hanno invaso i social network; e l’hashtag #allertameteoBAS è riuscito a raggiungere l’attenzione di una buona fetta di italiani che attraverso twitter hanno potuto conoscere e seguire la situazione critica in cui versano diverse zone della nostra regione.

Di questi contenuti, la foto che più mi ha colpito e che mi ha spinto a scrivere qualcosa da condividere con i lettori di profumodisvolta.it è stata quella in evidenza qui su.

Tre colonne del complesso archeologico del tempio di Apollo Licio, a Metaponto, quasi completamente sommerse dall’acqua.

Sono stato in gita scolastica a Metaponto, proprio lì, quando frequentavo la scuola elementare; ci sono ritornato in IV ginnasio. La Magna Grecia aveva deciso di lasciare qualcosa alle nostre terre ioniche: le Tavole Palatine, i templi di Demetra, Afrodite, Hera, quello di Apollo Licio e anche altro… Qualcosa che meglio o peggio si era conservata con il passare dei secoli, consumata dallo scorrere del tempo e dalla predisposizione naturale dell’uomo per la noncuranza nei confronti di ciò che non è o non produce denaro.

Quelle tre colonne che affiorano dalla calma piatta di tutta l’acqua caduta dal cielo negli ultimi giorni rievocano una storia triste, la storia del nostro presente.

Oggi i reperti archeologici di Metaponto naufragano nell’acqua dell’ultima alluvione, come l’arte e la cultura, la passione e lo studio del nostro passato naufragano nella nostra indifferenza, nella disattenzione della politica e della società nei confronti di un pezzo importante della nostra storia, nella nostra incapacità di preservare l’eredità antica del nostro patrimonio culturale. Duemila anni fa il nostro Mezzogiorno era considerato il polo culturale di riferimento per gli antichi romani: la Magna Grecia era il cuore della filosofia, intesa letteralmente come “amore per la conoscenza”; era la meta dei viaggi del sapere e un tassello imprescindibile per la formazione di tanti giovani che sarebbero diventati filosofi, avvocati e uomini di potere della Repubblica e dell’Impero Romano.

Oggi queste sono le terre dell’emigrazione, le terre della povertà, dell’arretratezza di un’Italia e di un’Europa che corrono a velocità superiori. Nel nostro Mezzogiorno è difficile scorgere sfide e opportunità per i giovani che cercano prospettive di vita non troppo incerte. E’ più facile partire, che non arrivare al Sud alla ricerca di un’istruzione e una formazione di qualità è più facile partire, che non arrivare al Sud. E tutta quella cultura che non soltanto gli antichi greci e latini ci ha lasciato in eredità rappresenta un patrimonio culturale, fisico e immateriale, troppo spesso sottovalutato, nascosto, sconosciuto, coperto: non abbastanza valorizzato.

Ci sono Paesi, come la Germania e l’Inghilterra, che dispongono di un patrimonio archeologico per nulla paragonabile al nostro, a quello Italiano e a quello Meridiano (49 siti UNESCO soltanto in Italia), e che hanno imparato a valorizzare il loro passato e a fare in modo che la cultura crei impatto positivo sull’economia, l’occupazione, il turismo, lo sviluppo del territorio, la vita e la crescita personale dei cittadini.

L’Italia sembra essere in un’eterna fase di fundraising, in uno stallo che ci trattiene dallo spalancare le porte del nostro patrimonio culturale al mondo intero. Sembra quasi che non siamo capaci, non sappiamo o non vogliamo tenere alta la bandiera della nostra storia: a lasciare che il nostro passato irrompa prepotentemente nel nostro presente.

Non siamo in grado di tenere i nostri Beni Culturali all’interno di una logica economica di fruizione e valorizzazione degli stessi. Con timidezza e incertezza ci perdiamo in dibattiti sterili e improduttivi. Abbiamo imparato a riconoscere le sfide dell’innovazione, le potenzialità della tecnologia e del digitale come rampe di lancio per lo sviluppo territoriale, ma non siamo in grado di farle irrompere nei luoghi fisici della cultura (nei centri archeologici e nei musei, in questo caso). Non riusciamo a creare posti di lavoro con la cultura e il nostro patrimonio diventa quasi un peso, qualcosa da liquidare e magari da (s)vendere. Il pubblico e anche il privato in Italia, ma soprattutto nel Centro-Sud, non riescono a trovare il modo giusto per diventare leader nell’unico settore in cui per caso siamo partiti avvantaggiati rispetto ai nostri concorrenti. Rari casi, come OpenPompei, mi smentiscono.

Oggi il parco archeologico di Metaponto è sommerso dall’acqua. Oggi quello stesso parco è poco conosciuto, poco visitato, poco accessibile, poco valorizzato, poco sponsorizzato, poco curato, poco preservato rispetto a quelle che sono le sue possibilità e a quanto meriterebbe. E’ facile dire che il mio giudizio è impreciso e parziale, soprattutto se decidiamo di prendere come riferimento le realtà a noi vicine. Scegliamo i nostri benchmark tra i siti archeologici più visitati d’Europa e non, magari, il parco Dinosauri di Altamura, con migliaia e migliaia di impronte e fossili, dove non è possibile accedere. Pensiamo alla fruizione di questi luoghi come a momenti di crescita, di presenza entusiasta di turisti e visitatori, di studenti e esperti: ripensiamoli anche come luoghi di divertimento e di svago, di appagamento dei propri bisogni di conoscenza.

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Se oggi tre capitelli dorici sono le uniche pietre che affiorano dall’acqua dell’alluvione, pensiamo che non era una necessità proteggerli con piani, procedure e sistemi ad hoc per le emergenze. Pensiamo a noi stessi e a quanto riteniamo effettivamente che preservare quei luoghi sia una delle nostre esigenze collettive e che una minaccia di allagamento sia effettivamente considerata un’emergenza.

“La chiave sta nel riguardare i luoghi, nel duplice senso di aver riguardo per loro e di tornare a guardarli”

Franco Cassano – Il pensiero meridiano

Giuseppe Cicchetti
@giuseppecik

foto di Francesco Foschino
(da facebook)