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La Basilicata e il coraggio di lasciarsi il petrolio alle spalle

Sono giorni caldi per il dibattito sul referendum del 17 Aprile, tanto che si stanno consumando discussioni e confronti a tutti i livelli. Personalmente, speravo che un referendum così depotenziato, con un solo articolo in discussione, ovvero quello riguardo le estrazioni in mare entro le 12 miglia, potesse far scaturire un dibattito politico più generale, in riferimento alla strategia energetica ed economica del Paese. Mi ero sinceramente ed inopportunamente illuso. Tuttavia, avendo dalla mia un lavoro di ricerca per la stesura di una tesi triennale riguardo l’impatto economico del petrolio in Basilicata, proverò a fornire alcuni spunti sui quali mi sarebbe piaciuto che si fosse concentrato il dibattito politico.

Cominciamo dalla descrizione del quesito referendario: il 17 Aprile voteremo ESCLUSIVAMENTE per le estrazioni entro le 12 miglia dalla costa1. In breve, decideremo se le compagnie petrolifere dovranno smantellare le piattaforme esistenti entro tali limiti alla fine della concessione o se le stesse potranno continuare ad estrarre fino ad esaurimento del giacimento: ufficialmente, quindi, una questione di durata e quantità. Delle piattaforme in questione, quelle eroganti sono oggi 48, di cui 29 escluse dal pagamento di royalties, poiché la quantità di petrolio estratto è al di sotto della soglia minima per la quale queste sono dovute. Solo in 11 delle piattaforme interessate dal referendum si estrae petrolio, mentre nelle restanti si estrae metano.

Un referendum che riguarda in qualche modo l’approvvigionamento energetico è in grado di sollevare inevitabilmente delle discussioni su visioni e strategie governative. E’ per questa ragione che il referendum ha un duplice significato: uno tecnico (ufficiale), di cui abbiamo già parlato, ed uno politico (ufficioso). Su questo secondo significato si sarebbe potuto sollevare un dibattito più sano, più vivo e, a mio modesto parere, più interessante. In effetti, l’importanza di un ragionamento serio in termini energetici è considerevole, come a più riprese ha provato a far notare, tra gli altri, Jeremy Rifkin, autorevole economista statunitense autore del libro “La terza rivoluzione industriale” (2011).

E’ da una riflessione seria sull’energia, dunque, che mi piacerebbe partire, con l’aiuto di alcuni dati e qualche grafico.

Il consumo nazionale medio, espresso in termini di petrolio, è pari a 25 barili/giorno per 1000 abitanti.

Il consumo regionale della Basilicata, se calcolato utilizzando il dato precedente, sarebbe pari a circa 5,5 milioni di barili/anno, mentre quello nazionale sarebbe di circa 550 milioni di barili/anno.

Attualmente, in Basilicata si estraggono circa 30 milioni di barili di petrolio all’anno, considerando che 1 barile pesa circa 137kg, che corrispondono a 159 litri.

Con Tempa Rossa, si potrebbero estrarre oltre 50 milioni di barili all’anno, quasi raddoppiando la produzione attuale.

Utilizzando questi dati, un rapido calcolo ci suggerisce che il petrolio attualmente estratto in Basilicata soddisfa circa il 5% del fabbisogno energetico della popolazione nazionale. Con Tempa Rossa in funzione, invece, si potrebbe soddisfare quasi il 10% del fabbisogno energetico della popolazione nazionale, anche se non possiamo dire con esattezza quanto del petrolio estratto contribuisca al soddisfacimento del fabbisogno nazionale e quanto invece venga semplicemente venduto all’estero.

Dopo questo quadro generale sull’approvvigionamento energetico tramite fonte fossile, proviamo a fare alcuni calcoli su produzione di energia e consumi in materia di fonti rinnovabili.

1 MegaWatt di eolico copre il fabbisogno di circa 300 abitazioni con 4 persone, con un costo totale di 3 milioni di euro2.

Se si volesse soddisfare il fabbisogno energetico coperto dal petrolio con l’utilizzo di fonti rinnovabili, bisognerebbe investire circa 8 miliardi di euro nella produzione di energia pulita.

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Un investimento pari a quello necessario per la messa in produzione di Tempa Rossa, se orientato verso la generazione di energia da fonti rinnovabili, potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno energetico regionale, garantendo pertanto all’1% della popolazione nazionale di utilizzare energia proveniente da impianti green.

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Un impianto microeolico (di piccole dimensioni, posizionabile su edifici) da 3 kW, che soddisfa il fabbisogno di una famiglia di 4 persone, costa circa 10.500 Euro2.

Servirebbe un investimento di 1,6 miliardi di euro in microeolico per coprire l’intero fabbisogno energetico regionale.

Un investimento di 1,6 miliardi di Euro (molto vicino a quanto Total spenderà per Tempa Rossa) in microeolico (fonte che Renzi non cita nel suo discorso in direzione PD), garantirebbe approvvigionamento energetico regionale da fonti rinnovabili.

La Basilicata ha ricevuto quasi 1 miliardo di euro di royalties, nel periodo 2007-2014.

Il punto è che la Regione Basilicata avrebbe potuto già essere una Regione ad impatto zero, se i predecessori di Marcello Pittella (che governa da “soli” due anni, ma purtroppo sta, anche lui, uniformando la politica energetica a quella di chi l’ha preceduto), ovvero Bubbico e De Filippo, insieme ai premier dell’epoca (tra cui Prodi, che sul Messaggero consiglia soltanto adesso di utilizzare le royalties per favorire la transizione alle rinnovabili) e alle compagnie petrolifere, avessero deciso di investire in maniera diversa le royalties, ovvero la quota che le compagnie petrolifere pagano alle regioni in cui estraggono quantità di petrolio al di sopra di una certa soglia, per l’approvvigionamento da fonti energetiche rinnovabili. Invece, negli anni la Regione Basilicata ha utilizzato le royalties per finanziare la spesa corrente (uscite di bilancio relative alla ordinaria amministrazione – es. università, sanità, ecc…), come testimoniava nel 2014 la Corte dei Conti.

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Parafrasando un proverbio africano, Riccardo Luna dice spesso che il momento migliore per cambiare l’Italia era qualche anno fa, ma se non lo si è fatto in passato, è evidente che il momento migliore per cambiare il nostro Paese è adesso. Lo stesso discorso vale per la Basilicata. La Regione avrebbe potuto già essere la prima in Italia ad essere environmentally friendly, come dicevamo sopra. Non lo ha fatto, ma può sicuramente ambire ad utilizzare i proventi delle royalties in maniera più intelligente, investendoli nella generazione di energia pulita. E’ una scelta ardua, perché i frutti di un investimento simile si vedono solo nel tempo di quasi tre legislature complete. Troppo per qualsiasi politico che ambisca al consenso per una riconferma o una “promozione”. Finanziare l’Università di Basilicata, coprire i disavanzi in sanità, riparare strade, viadotti e marciapiedi è sicuramente più visibile agli occhi dei cittadini elettori, ma la differenza tra politici e statisti, come disse De Gasperi, è tutta lì.

Il Premier Matteo Renzi ha puntato tutto sulla necessità di non far scappare dal nostro Paese gli investitori e questa non è certamente una colpa, né un demerito. Nella direzione del PD del 4 aprile scorso, per questo motivo, il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico ha generato un po’ di confusione, mostrando in maniera indifferente ed intrecciata slides riguardanti investimenti pubblici e privati “sbloccati” dal suo Governo. Insieme a Bagnoli, alle strade siciliane, all’aeroporto di Fiumicino, all’Expo, al tunnel del Brennero, alla Napoli – Bari, a Matera 2019, a Pompei e alla Salerno – Reggio Calabria, tanto per citarne alcune, è finito, appunto, l’investimento privato di Tempa Rossa, di cui si parla ormai dal 1989 (come diceva lo stesso Renzi). E’ sacrosanto che un governo miri a promuovere investimenti privati, perché insieme alla spesa pubblica sono ciò che rilancia l’economia di un Paese come l’Italia, come dimostrato dalla teoria economica. Oltre al fatto che il Premier parla indifferentemente di fonti rinnovabili e fossili, dimenticandosi della differenza sostanziale che esiste tra le cose in termini di costi ambientali, possiamo ritrovare un altro aspetto che Renzi sottovaluta. Tempa Rossa era un investimento strategico a cavallo degli anni ’90, quando il petrolio aveva prospettive interessanti. Attualmente, con il prezzo del barile in costante calo3, la strategicità dell’investimento viene meno, soprattutto per quanto riguarda il calcolo delle royalties destinate alla Regione Basilicata. Lo dimostra il grafico seguente:

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Elaborazione su dati: U.S. Energy Information Administration, UNMIG MISE (1 e 2)

Infatti, quando il prezzo del petrolio è basso, le compagnie petrolifere tendono ad estrarne meno, per far sì che l’offerta diminuisca e che il prezzo torni a salire3. Pertanto, se le compagnie estraggono meno ed il prezzo del petrolio è basso, è inevitabile che l’ammontare di denaro destinato alla Regione diminuisca, essendo entrambe le variabili che la determinano in riduzione. Il grafico riporta i dati del periodo 2007-2013, con una previsione del 2016. Il prezzo del petrolio potrebbe essere quest’anno pari ad un terzo di quello degli anni 2011, 2012, 2013. Anche i barili estratti dovrebbero essere meno, determinando una forte riduzione delle royalties. Il Presidente, Marcello Pittella, in una intervista di qualche giorno fa, dichiarava che la Regione Basilicata riceverà quest’anno (riferendosi, forse, alla produzione petrolifera del 2015) 60 milioni di euro, dimenticandosi di precisare che in soli 2 anni e mezzo, la quantità di royalties versate alla Regione si è fortemente ridotta, passando dai 158,6 milioni di euro versati nel 2013 ai 60 milioni delle sue previsioni attuali, rischiando di arrivare a circa 45 milioni nel 2016.

Il punto centrale è che il prezzo del petrolio NON risente di Tempa Rossa, né delle estrazioni in mare. Il prezzo del petrolio è determinato nel mercato globale principalmente dalle operazioni dell’OPEC, il cartello di Paesi produttori di petrolio che controlla circa il 78% delle riserve mondiali. Pertanto, in Basilicata, così come in Italia, ci misuriamo con una discriminante economica  (il prezzo del petrolio, oltre che un’altra discriminante, ovvero il tasso di cambio euro/dollaro) stabilita da altri, non avendo perciò la possibilità di indirizzare e sfruttare pienamente la redditività dell’investimento, ma sopportando comunque il carico dei costi ambientali e sanitari correlati alle estrazioni petrolifere.

La transizione nazionale alle fonti rinnovabili sarà sicuramente un percorso arduo e tortuoso, che costerà all’incirca 150 miliardi di Euro (più o meno le cifre riportante come totale delle attività nel bilancio annuale di Eni, che nel 2014 ha riportato un utile netto di quasi 1,5 miliardi), ma bisogna avere oggi la consapevolezza che l’Italia può e deve fare molto di più e meglio, anche in ottica delle strategie di Europa 2020.

Inoltre, un impegno netto per questa transizione crea posti di lavoro, cosa di cui non si può essere troppo convinti se si guarda ai dati macroeconomici relativi alla Regione Basilicata. “Il petrolio ha portato sviluppo in Basilicata”, si sente dire spesso nei talk show, o si legge sui quotidiani nazionali. Ma è davvero così? Qualche mese fa, in questo articolo pubblicato qui su Profumo di Svolta, Giuseppe Cicchetti riprendeva i dati dell’ultimo Rapporto Svimez (2015) che riguardano la Basilicata. Siamo una regione in cui un lucano su 3 (31,2%) è a rischio povertà, e questo dato è in linea con quello dell’intero Mezzogiorno (32,8%). Una regione dove le esportazioni sono in aumento nel complesso, ma la produzione di autoveicoli (settore strettamente legato all’economia del petrolio) rappresenta da sola il 68% di queste.

L’andamento della disoccupazione al livello regionale, in costante aumento dal periodo della crisi economica, è in linea con il dato dell’intero Mezzogiorno (seppur lievemente migliore) e molto accentuato rispetto al Centro-Nord e quindi alla media nazionale (come ci ricorda ogni anno la Svimez). A quanto pare, non sembra esserci una connessione diretta tra le estrazioni petrolifere e la riduzione del tasso di disoccupazione regionale.

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Fonte: dati Unioncamere

Anche lo stock delle imprese attive nella nostra regione riporta un trend negativo.

Grafico Infrastrutture Finale

Per quanto riguarda la dotazione di infrastrutture della Basilicata, non sembrano esserci segnali di un impatto positivo, ancor di più se consideriamo nel conto quelle dedicate unicamente alle estrazioni di idrocarburi che non rappresentano un valore positivo per la maggior parte della comunità. Il grafico, infatti, riporta addirittura un dato inferiore alla media nazionale ed alla media del Mezzogiorno.

Inoltre, è importante considerare quanto riportato nel modello SAM dell’Università di Firenze, che descrive un impatto piuttosto deludente delle royalties sull’occupazione lucana: infatti, risultano impiegati grazie alle royalties circa 5.300 persone (per progetti di breve periodo), pari a meno del 3% sul totale regionale. Così conclude lo studio dell’Università toscana: “Pur trattandosi di valori rilevanti in senso assoluto, soprattutto in tempi di crisi economica, si tratta tuttavia di risultati deludenti e sicuramente inferiori alle potenzialità, anche considerando che si tratta solo di effetti di breve periodo. Tenendo conto che lo sviluppo dell’economia lucana nel periodo considerato non ha presentato tassi di crescita significativamente migliori rispetto a quelli del resto dell’economia nazionale, si può ragionevolmente ipotizzare che l’utilizzazione delle royalty sia servita solo a limitare i potenziali effetti negativi del rallentamento che l’economia italiana ha mostrato nell’ultimo decennio.”, invitando poi a ripensare l’utilizzo delle royalties in un’ottica più produttiva.

Addirittura, nel già citato vademecum realizzato da Filippo Venturi, è riportato che il numero di occupati nelle piattaforme interessate dal referendum sia pari a 410 lavoratori.

Lascio a voi la decisione sul voto del 17 Aprile. Io, però, ho sempre pensato al voto come un diritto imprescindibile, e per questo andrò a votare e voterò SI, perché credo al significato ufficiale del referendum, ma credo ancora di più al significato ufficioso, politico, della consultazione. Credo sia opportuno indirizzare il Governo verso un’idea diversa di politica energetica e credo che i cittadini lucani debbano imparare a sentirsi protagonisti degli eventi politici che riguardano la comunità, anche per confermare che dimostrazioni pubbliche come la marcia dei 100.000 di Scanzano Jonico contro le scorie nucleari sono veri segni di consapevolezza politica e sensibilità critica nei confronti dei ambientali.

Ritengo necessario, però, che si alzi anche il livello del dibattito politico nazionale relativo all’energia e all’ambiente, poiché è su di esso che le future generazioni, di cui ho la fortuna di fare parte, giocheranno partite economiche e sociali fondamentali. Ho volutamente tralasciato le questioni che stanno infiammando il dibattito degli ultimi giorni sul referendum, ritenendo che bisogna sempre impegnarsi per andare oltre l’indignazione di fronte a certe situazioni, che si tratti del malcostume della corruzione spicciola, dei figli dei politici invitati a colloqui di lavoro, dei compagni dei Ministri sin troppo attivi dal punto di vista imprenditoriale, dei rifiuti tossici “trasformati” in rifiuti semplici nelle carte, delle compagnie petrolifere lasciate agire in autocontrollo, degli incidenti tenuti segreti, dei monitoraggi inesistenti.

Sono tutti eventi di cui dobbiamo avere il coraggio di prenderci la nostra giusta parte di responsabilità, come ci insegna anche questa frase di Albert Einstein che ho piacevolmente ritrovato nello studio dell’Ingegner Gianluca Rospi (al quale ci tengo a rivolgere un ringraziamento per il supporto nel reperire i dati relativi alle fonti rinnovabili necessari per scrivere questa riflessione).

“Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare” A. Einstein

Si tratta di vicende di cronaca ordinaria, come testimonia una certezza: i volti di chi, certe cose, le dice da anni, dovendo sopportare anche le offese e le minacce da parte di molti. Di certe questioni spero che ne discuta la magistratura, più che politici ed cittadini i quali hanno bisogno di un dialogo scientifico per maturare un parere obiettivo su ogni tipo di situazione.

Roberto Colucci

 

 

 

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1 ovvero per l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (come sostituito dal comma 239 dell’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 2082), come viene ben spiegato nel Vademecum scaricabile da qui.
2 dati forniti dall’Ing. Gianluca Rospi il cui CV è scaricabile da qui.
si consiglia il focus relativo al calo del prezzo del petrolio su Internazionale (n.1137, 22/28 gennaio 2016, p. 40-47).

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3 grafici (+1) per capire la Basilicata del Rapporto Svimez 2015

di Giuseppe Cicchetti

Dell’ultimo Rapporto SVIMEZ si è parlato molto ultimamente, e non soltanto tra gli economisti. Si tratta di un bel malloppo da più di 800 pagine rivolto a tecnici ed esperti, fondamentale per capire a che punto è Sud e quanto quel divario che separa l’Italia in due metà si stia ampliando o restringendo. La presentazione del Rapporto di quest’anno, che si è svolta a Roma lo scorso 27 ottobre, è stata anche un’occasione per far emergere alcune proposte direttamente rivolte a politici e tecnici amministrativi con poteri e responsabilità importanti. Quanto questi (e lo stesso Rapporto) saranno utili, lo si vedrà con il passare del tempo. A noi “comuni mortali” interessa, invece, capire qualcosa in più su quello che sta accadendo in una terra che, insieme a giovani, ricchezza e posti di lavoro, sta perdendo anche la speranza. In mancanza del tempo e degli strumenti giusti per interpretare parole, tabelle e grafici, si rischia spesso di consegnarsi nelle mani di articoli e comunicati che – com’è normale che sia – utilizzano dati oggettivi per raccontare la realtà da un punto di vista soggettivo e questo spesso ci lascia una versione parziale delle cose, spesso riduttiva, della quale bisogna evitare di accontentarsi.

In questo articolo, cercheremo di raccontarvi il ruolo di una piccola regione come la Basilicata all’interno del Rapporto SVIMEZ 2015 sull’economia del Mezzogiorno. Per non essere troppo noiosi ci serviremo soltanto di 3 grafici (colorati e interattivi) e vi forniremo tutti i riferimenti necessari per controllare i dati e approfondire.

Cominciamo con il primo. La Basilicata che esporta!

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Nel 2014 le esportazioni sono aumentate del 9,9%1. Cresce il valore di quanto la Basilicata riesce a vendere all’estero e questo dato si contrappone a quello delle regioni vicine che fanno registrare risultati negativi (Campania -1,7%; Calabria -8,1%; Sicilia -13,9%) e le esportazioni del Mezzogiorno nel complesso diminuiscono del -4,7%. Complessivamente in Italia l’export aumenta del 2% grazie all’economia delle regioni del Centro-Nord (+3%).

Si tratta di un dato che rende orgogliosi i lucani, certo. Ma è importante considerare alcuni elementi per evitare di risultare superficiali e per comprendere anche alcune conseguenze di valore politico e sociale. Per prima cosa, non bisogna fare l’errore di sovrastimare questo dato. Le esportazioni lucane rappresentano soltanto il 3% circa del totale del Meridione: di conseguenza influenzano poco il risultato totale, ma soprattutto bastano variazioni (relativamente) piccole nell’export dell’industria regionale a condizionare il dato. A maggior ragione, e questo deve aiutarci a interpretare il dato nella maniera giusta, se pensiamo che la produzione di autoveicoli rappresenta da sola il 68%2 delle esportazioni lucane (esclusi “Coke e Prodotti petroliferi raffinati”). Capiamo che l’aumento dell’export è semplicemente lo specchio del risultato economico degli stabilimenti della FCA di Melfi.
E’ un risultato di cui essere molto contenti e festeggiare, perché l’industria automobilistica e il suo indotto sono dei pilastri dell’economia lucana. Ma riflettendo un po’ sugli eventi della quotidianità lucana è tragicamente comico pensare che siamo una regione che alza con forza la sua voce contro lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, poi non si interessa troppo alla raccolta firme per i referendum abrogativi in materia di trivellazioni, e infine arriva a esaltarsi per i risultati positivi dell’industria automobilistica (che sfrutta i combustibili fossili come risorsa indispensabile) facendone l’emblema del suo progresso. Forse dobbiamo impegnarci un po’ di più per chiedere un modello di sviluppo regionale diverso.

Ma torniamo a Svimez e passiamo al secondo grafico.
La Basilicata e la povertà.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

Si tratta di dati3 relativi al 2013. Sostanzialmente un lucano su 3 (31,2%) è a rischio povertà, e questo dato è in linea con quello dell’intero Mezzogiorno (32,8%). In Italia, invece, siamo al 18,1%. Il concetto di povertà4 attraverso cui si descrivono questi fenomeni sociali prende in considerazione il reddito familiare e individua una soglia di rischio di povertà al di sotto della quale le famiglie, se non sono già povere (perché per esempio possono finanziare i consumi con i risparmi accumulati in passato), possono diventarlo nel corso del tempo. E’ un dato indispensabile per comprendere il contesto della nostra regione, importante per tenere i piedi per terra e ricordarsi che il progresso nella nostra regione non potrà lasciare indietro gli ultimi. E’ un dato che, solo in parte, possiamo considerare attenuato da uno dei più grandi valori che il passato della nostra regione e la civiltà contadina ci hanno lasciato in eredità. La frugalità, il sapersi accontentare del poco che si ha.

Il terzo grafico riguarda l’occupazione.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

Rispetto al 2008 e agli anni precedenti alla crisi economica, la Basilicata ha perso il 6% degli occupati e l’intero Mezzogiorno il 9%. Ma nel 2014 la Basilicata guadagna circa 2.600 occupati5. Si tratta di un dato in leggera controtendenza con il resto del Sud, dove l’occupazione continua a diminuire. Se approfondiamo, scopriamo anche che nel 2014 gli occupati aumentano nel settore dell’agricoltura e in quello dell’industria, ma non in quello dei servizi. E’ facile prevedere una crescita notevole per i prossimi anni in quest’ultimo settore, che sarà dovuta alla nuova vocazione turistica da poco ritrovata della regione.
Se da una parte questi piccoli segnali incoraggiano il nostro ottimismo, dall’altra dobbiamo sempre evitare di cadere nella trappola dell’isola felice, quella di una Basilicata che può farcela da sola in un Sud dove lavora soltanto un giovane su quattro (il 26,6% tra i 15 e i 34 anni, in Grecia sono il 38,1%, in Spagna il 44,6%) e soltanto una giovane donna su cinque (20,8%). Già le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ ci evidenziavano la situazione dei NEET (Not in Education, Employment or Training): quattro giovani su dieci sono fuori dal mercato del lavoro e dai circuiti formativi (in Grecia sono il 29,5% e in Spagna il 22,4%)6.

I numeri spesso aiutano, ma non sono altro che un punto di partenza per capire in quale direzione bisogna scegliere di andare. Per comprendere meglio il futuro della nostra regione possiamo accostare a questi tre grafici elaborati sulla base dei dati Svimez, un quarto (costruito sulle serie storiche dei dati APT-Basilicata7, che si fermano al 2014) che mostra come il turismo nella città di Matera stia crescendo e che forse non necessita ulteriori commenti.

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Puoi visualizzare il grafico interattivo qui.

L’immagine di Matera sta riuscendo a trascinare il turismo nell’intera Basilicata, e i trend di crescita saranno ancora più evidenti nei prossimi anni. Questa è già l’eredità del percorso che ha portato Matera a diventare Capitale Europea della Cultura 2019 e nonostante il turismo sia soltanto uno dei temi centrali del dossier vincitore, sarà quello che mostrerà gli effetti più evidenti nei mutamenti economici e sociali della regione.

Recuperando un punto di vista generale su tutto il Sud, i suggerimenti della SVIMEZ rimangono gli stessi degli ultimi anni: il Governo nazionale, Enti e Amministrazioni Locali devono intraprendere politiche pubbliche di ampliamento della spesa, essere i primi a impegnarsi affinché si creino le condizioni favorevoli per una ripresa degli investimenti e dei consumi. D’altra parte, però, è importante considerare la necessità di politiche di investimento migliori dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. La storia recente lucana è un esempio positivo della volontà e della capacità di creare progetti di qualità e mettere al centro lo sviluppo e la coesione sociale, oltre che la crescita economica. Come questa, esistono tante esperienze virtuose al Sud (e altrove) e diventa fondamentale monitorarle e studiarle, per poi replicare questi modelli in altri contesti simili che possono diventare realtà in grado di attrarre investimenti.

La Basilicata ha deciso di costruire il suo futuro puntando sulla cultura, sulla forza trascinatrice del progetto di Matera 2019. Ha deciso di costruire un programma di investimenti di cui beneficeranno direttamente e indirettamente i settori economici delle industrie creative e culturali, oltre che quello del turismo e altri collegati (in Italia per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,7 in altri settori8). Bisogna, però, avere il coraggio di acquisire una prospettiva più ampia sulle condizioni del Mezzogiorno, perché credere nella fortuna di un’isola felice, di cui si parlava prima, circondata da una terra di deserto economico e sociale è da ingenui, oltre che una prospettiva irreale e per niente auspicabile. Bisogna che le potenzialità del Mezzogiorno, insieme ai suoi problemi, diventino oggetto di attenzione e di fiducia da parte di tutti gli italiani e dell’Europa. E occorre che a prendersi cura di una terra macroscopicamente in declino siano per primi i suoi abitanti.

Giuseppe Cicchetti

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Note:
1 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 34. Esportazioni nel 2014 nelle regioni italiane, p. 87.
2 Quaderno SVIMEZ – Numero speciale (37), 2013. Rapporto sullo stato dell’economia della Basilicata e sulle prospettive di una ripresa sostenibile. Tab. 4. Esportazioni totali e per settore, p. 11.
3 Rapporto SVIMEZ 2015. Fig. 3. Individui a rischio di povertà. Anno 2013, p. 176.
Riguardo il rischio di povertà (indicatore Europa 2020). Secondo gli standard Eurostat, la popolazione a rischio di povertà è la percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile equivalente (dopo i trasferimenti sociali) inferiore ad una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione del reddito familiare disponibile equivalente nel paese di residenza. Nel 2013 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2012) è pari a 9.456 euro annui (9.238 euro annui se espressa in PPA). Rischio di povertà o di esclusione sociale (indicatore Europa 2020). L’indicatore considera la percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: (1) vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (vedi bassa intensità di lavoro); (2) vivono in famiglie a rischio di povertà (vedi rischio di povertà); (3) vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale (vedi deprivazione materiale grave).
5 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 4. Variazione degli occupati tra il 2013 e il 2014, per settore di attività e regione, p. 141.
6 Dati disponibili anche online sul sito della SVIMEZ.
7 Dati sulle serie storiche disponibili anche online sul sito dell’APT Basilicata.
8 Riferimento agli effetti del moltiplicatore del Sistema Produttivo Culturale nel 2014. Symbola-Unioncamere, Rapporto Io Sono Cultura – 2015, p. 60. Disponibile anche online sul sito della Fondazione Symbola.
7 Rapporto SVIMEZ 2015. Tab. 34. Esportazioni nel 2014 nelle regioni italiane, p. 87.

Foto in evidenza da Instagram: un ringraziamento a @tunnconoscilsud (https://www.instagram.com/p/-jUpM1h2eI).
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Profumo di Svolta on air – su Rai Radio 3

Giuseppe Cicchetti e Roberto Colucci intervengono dal pubblico nella trasmissione “Tutta la città ne parla” (22.09.2013).

Giovani, Basilicata, Meridione, Cultura, Scuola, Istruzione, Università, Investimenti in infrastrutture, Questione morale in politica, Inquinamento Ambientale.

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