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Quello che manca

Erano le vacanze di Natale dell’anno scorso e Matera era appena diventata Capitale Europea della Cultura. Uno dei discorsi più significativi che avevo sentito fare sul futuro della mia città e dell’intera Basilicata riguardava l’impatto che quel progetto, così apprezzato da una giuria di commissari europei, fino a quel momento soltanto su carta, avrebbe dovuto avere sull’intera comunità.
Bisogna spostare l’interesse personale dal piatto. Evitare che Matera 2019 venga vista come qualcosa da cui ognuno debba staccare il suo pezzetto, ma piuttosto come qualcos’altro che ognuno potrebbe coltivare e che creerebbe tanto valore per l’intera comunità. Così si diceva e si era consapevoli che non sarebbe stato poi troppo facile, anzi.

Per tanti motivi, uno di questi simpatico (e un po’ folcloristico) legato al fatto che ogni materano che si rispetti, leggendo le frasi appena scritte, pensa alla sua festa patronale, all’assalto al Carro della Bruna e ai suoi pezzetti di cartapesta strappati da conservare o esporre con orgoglio. Altri motivi più seri, invece, sono legati alla difficoltà di separare l’interesse personale da quello collettivo; al progetto nuovo, visionario e innovativo del dossier Open Future; alla situazione economica e sociale problematica in cui versa Matera, la Basilicata e il Sud Italia; alla difficoltà di rompere, o almeno mettere da parte: pratiche consolidate frutto di cattive abitudini politiche e scarsa cultura civica – temi studiati da tanti sociologi e economisti italiani e internazionali che si sono interessati della cosiddetta questione meridionale.
Ma, come si direbbe in ambito sportivo, c’erano tutti i presupposti per fare bene.

E’ passato più di un anno da allora, un anno fondamentale e forse decisivo per Matera. La campagna elettorale per le elezioni amministrative, incentrata sulle persone e pochissimo sui temi, ha contribuito complessivamente in maniera molto negativa ai progressi che il progetto per il 2019 ha fatto, sono cambiati i vertici delle istituzioni politiche locali, è stata messa in discussione la fiducia nei confronti di coloro che fino a quel momento si erano occupati di Matera 2019 e addirittura nei confronti dello stesso dossier. Il resto della storia lo conosciamo.
Il futuro di Matera 2019 è confuso, almeno quanto la maggior parte dei materani e dei lucani che in questo avevano riposto tante aspettative.

E in questo clima, l’interesse personale ha preso il sopravvento su tutto il resto, rosicchiando ogni giorno un po’ di quel valore che il progetto visionario avrebbe dovuto portare a tutta la comunità. In che senso? Beh… in più di un senso, ed è importante provare a spiegare qualcosa.

Se pensiamo all’interesse collettivo come a una somma di interessi personali, possiamo vedere le cose da prospettive diverse. Nella migliore di queste, oggi a Matera sono poche le persone che ci stanno guadagnando qualcosa, al di fuori della relativamente stretta cerchia di coloro i quali hanno una casa di proprietà, il cui valore è più che triplicato nel giro di pochi anni, che gestiscono o lavorano in un’attività direttamente o indirettamente collegata al turismo (che siano essi possessori o impiegati di alberghi, bar e ristoranti visitati ogni giorno da un numero sempre maggiore di turisti, persone che hanno convertito una abitazione in un Bed & Breakfast, casa vacanze, ecc…), o che hanno un’impresa che rientra nell’industria culturale e creativa il cui prodotto acquista valore perché beneficia dell’effetto generato dal brand Matera-Basilicata 2019. Avrò sicuramente dimenticato qualche categoria, ma sono pressoché queste le persone che stanno guadagnando qualcosa oggi (forse non stanno guadagnando nemmeno abbastanza), mentre nella migliore delle ipotesi gli altri non ci stanno guadagnando nulla se non lo status di cittadini della Capitale Europea della Cultura 2019. Tralascio volutamente (soprattutto per ragioni etiche, ma anche di realismo) tutti quelli che grazie al proprio coinvolgimento diretto o vicinanza alla politica hanno accesso a benefici e privilegi.

Nella prospettiva peggiore, invece, ci sono tanti materani e lucani che in tutto questo ci stanno perdendo e sono quelli esclusi dalle categorie precedenti, che si vedono aumentare il costo della vita a Matera perché i prezzi crescono (com’è normale che sia) e, per semplificare, non è così entusiasmante pagare di più la stessa birra o lo stesso caffè in uno dei locali del centro storico di Matera, perdere più tempo nella congestione del traffico o cercando un parcheggio in zone centrali della città e non sentirsi troppo compensati da altro. Alle dure regole del turismo non si sfugge.

Se consideriamo, invece, l’interesse collettivo come la possibilità di vivere in una città migliore, di lavorare (o cercare lavoro) in un sistema economico diverso con più opportunità e meritocrazia, di crescere in un ambiente fertile e dinamico, di non sentirsi abbandonati a se stessi in una città che guadagna reputazione al livello internazionale, come giovani in grado di decidere del proprio destino e realizzare che i sacrifici dei nostri genitori non sono stati inutili. Ultima e certo non meno importante, riscoprire le proprie origini di figli di un popolo contadino, di una città millenaria e resistente nei momenti difficili e con la capacità di reinventarsi, di una cultura che ha tanto da insegnare al mondo, oltre che imparare da questo. Naturalmente c’è tanto altro ancora… e le responsabilità di costruire una comunità ideale come questa appartengono a tutti noi materani e lucani, mai dimenticando che non viviamo in un sistema chiuso e che ognuno di noi può dare il suo piccolo o grande contributo.

Il compito appartiene a noi cittadini di una comunità organizzata, che decidiamo di affidare tante responsabilità, doveri, incarichi, oltre che speranza, fiducia e un filo di illusione alla politica. E su questo tema, volendo essere generosi ancora una volta, la politica nell’ultimo periodo a Matera ha fatto molto poco. Mettiamola così, avrebbe potuto (e potrebbe) fare molto molto di più. Naturalmente si tratta di una opinione personale, ma spero che, leggendo fino alla fine l’articolo, la considererete motivata.

Se vogliamo provare a pensare a quello che manca adesso a Matera, potrebbe essere utile partire dagli studi scientifici che son stati fatti fino ad ora sulle Capitali Europee della Cultura. Senza voler entrare troppo nel dettaglio (ma lasciando nelle note alcuni riferimenti per approfondire) e mettendo da parte le specificità di ogni città che ha beneficiato degli effetti del titolo, possiamo generalizzare che l’impatto economico principale in una ECoC è dato dall’aumento dei flussi turistici1. Quello che a Matera ci si proponeva di fare in più, oltre che gestire i processi legati al turismo (marketing, supporto ai network dell’accoglienza, attività legate alla domanda e all’offerta del prodotto culturale da offrire al turista-cittadino temporaneo, ecc…), era legato all’innovazione sociale. Lavorare sugli strumenti di cui una città dalle grandi aspirazioni di cambiamento aveva bisogno. Evitare di creare due esperienze troppo diverse di vivere la città, una destinata ai turisti e una destinata ai cittadini permanenti, ma generare valore condiviso per entrambi. Costruire basi stabili in campi a volte abbastanza distanti dal turismo, ma molto più vicini alla comunità residente.

Tutto questo e tanto altro potete trovarlo sempre nel dossier Open Future2 e può essere approssimato citando i progetti della sezione “Build-up”, tra cui Matera ChangeMakers (il programma di capacity building che mira a “costituire un team di project manager motivati e competenti, che abbiano un profondo legame con la regione e con il Sud Italia, la cui cura e attenzione nei confronti del contesto locale, unite a competenze gestionali e internazionali consolidate, garantiscano un’adeguata continuità anche dopo il 2019”), Matera Links (e i programmi di audience development per creare “un programma triennale di seminari, visite di studio e studi digitali, per ricollegare le iniziative culturali ai potenziali gruppi target, stabilendo relazioni sostenibili”), Matera Public Service (in cui si dice che “una delle sfide chiave sarà quella di incoraggiare la classe politica e i funzionari pubblici ad avere un atteggiamento piú aperto all’innovazione e positivo verso l’adozione di strategie di sviluppo del territorio su base culturale”) e BrickStarter (per occuparsi di rapporto e comunicazione tra cittadini e istituzioni). Sono citati alle pagine 54-55, con una bella foto di Giuseppe Liuzzi di Syskrack al lavoro con la sua stampante 3D.

Questi sono gli interventi che andrebbero a migliorare l’ambiente materano e lucano, a costruire una migliore cultura civica, creando valore per quell’interesse collettivo di cui si parlava prima. E queste sono state alcune delle cose apprezzate dai commissari europei che ci hanno nominato Capitale della Cultura. E la politica locale sembra non avere per niente idea di cosa si tratti, o almeno, a giudicare dai comunicati stampa e dagli interventi pubblici, sembra che quando si toccano i temi di occupazione, opportunità e sviluppo sociale, l’unica formula (magica) che prima o poi ci stancheremo di ascoltare sia quella che “bisogna creare posti di lavoro” (con delle varianti tra cui, la più gettonata è “la gente chiede soltanto lavoro”…). Adesso, escludendo che si tratti soltanto di frasi di circostanza, di comunicazione per la comunicazione, forse uno dei rischi più grossi è che il significato che si attribuisce a questa formula sia lo stesso che si attribuiva qualche decennio fa, negli anni in cui la politica è stata abbastanza attiva nel creare posti di lavoro, spesso seguendo però logiche non troppo trasparenti e meritocratiche.

Nell’accezione più meridionale di questo genere di politiche, quando un politico crea posti di lavoro, le prime domande che ci verrebbero in mente sono forse “Che genere di lavoro crea?”, “Per quali persone lo crea?”, “Con quali logiche?” e soprattutto “Che cosa chiede in cambio?”. Parlare di tutto questo potrebbe farci provare un po’ di tristezza, un po’ rabbia e di desolazione, sopratutto se pensiamo che le teorie più recenti sull’arretratezza del Mezzogiorno affidano la natura dei nostri ritardi proprio all’incapacità di abbandonare abitudini e pratiche sbagliate3. “Perché il Sud è rimasto indietro” è uno dei libri che considero fondamentali per approfondire il tema del divario economico e sociale tra Nord e Sud, e Emanuele Felice parla appunto dei vincoli di path dependence (dipendenza dal percorso) e della necessità di romperli, di rompere gerarchie politiche basate sul voto clientelare, legami con un modo di fare politiche pubbliche dannoso per la collettività che arricchisce soltanto poche elite secondo la tradizione delle istituzioni estrattive (studiate principalmente da Acemoglu e Robinson, della cui teoria si trova una sintesi nel libro “Perché le nazioni falliscono”4). Il progetto di Capitale Europea della Cultura nella sua natura potrebbe essere considerato un elemento di rottura della path dependence, ma se qualcosa non cambia veramente c’è il rischio che questo resti soltanto un buon argomento da approfondire in una tesi di laurea. Naturalmente l’ipotesi di partenza è molto pessimista, ma l’età di coloro che ci rappresentano e le passate esperienze di alcuni non fanno ben sperare.

In tutto questo, però, credo che l’errore più grande sia quello di tirarsi fuori da tutto, di fare la parte dell’osservatore che sta lì nell’attesa che qualcosa succeda. Nel momento in cui questo comportamento lo assume chi, in buona fede, non conosce ancora in cosa consisteva il progetto di Matera 2019, chi non ha letto il dossier e ha provato a informarsi, magari chiedendo a qualcuno che fosse meno informato di lui; tutto questo potrebbe essere comprensibile e purtroppo creare quel confuso rumore di fondo di una popolazione che ha delle aspettative molto alte e pretende di cominciare a vedere qualcosa di nuovo (che non sia soltanto un bel Capodanno di RaiUno, come mai se ne sono visti a Matera). Meno comprensibile è il caso in cui a essere un po’ troppo confusa è la politica. Una politica locale che, nelle poche cose fatte, continua a considerare Paolo Verri una persona scomoda e ha deciso di voler tenere a distanza personalità di fama internazionale come Joseph Grima che hanno contribuito alla realizzazione del progetto di Matera 2019 e con la loro esperienza sono risorse importanti per organizzare un’offerta culturale contemporanea.

E se questa politica non può tirarsi fuori da tutto per dovere, onestà (e forse anche perché è pagata dai cittadini per occuparsi di questo), c’è qualcun altro che, invece, non dovrebbe farlo per un altro motivo. Perché, altrimenti, per cosa abbiamo messo in piedi tutto questo? E il riferimento è alla mia generazione, quella che più o meno nel 2019 dovrà prendere le decisioni più importanti, chiedendosi in che direzione le proprie vite dovranno andare.

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A dispetto di chi è etichettato come giovane e sta per compiere 40 anni, c’è una generazione che sta ancora studiando, che ha appena finito, che ha da poco cominciato a cercare la sua realizzazione lavorando, e che deve sentire sulle sue spalle la responsabilità di essere cittadino presente, futuro, permanente, temporaneo o qualcos’altro della Capitale Europea della Cultura.

Una delle frasi che mi ha colpito di più dell’ultimo articolo pubblicato da Mauro qui su Profumo di Svolta è nell’introduzione: “Siamo convinti che forse le occasioni da cogliere in quanto giovani generazioni non debbano essere legate all’aprire nuove strutture alberghiere: è n’aspirazione che non ci appartiene, non è il modo in cui possiamo nutrire il nostro territorio, facendo fruttare quello che continuiamo ad imparare ogni giorno”E’ una domanda importante che deve farsi chiunque si troverà presto a cercare un’occupazione a Matera e non ha il sogno o l’aspirazione di lavorare nel settore del turismo. E che in questo momento spera di non stare vivendo quella breve parentesi di trasformazione della cittadinanza materana da popolo di contadini a popolo di albergatori e ristoratori (con tutto il rispetto che meritano tutte queste tre categorie per il loro valore nella società).

La giusta domanda a cui provare a cercare una risposta, che sia parziale, confusa, ambiziosa o fin troppo precisa. Una risposta che magari non sarà quella giusta, ma che potrebbe essere utile a creare qualcosa di nuovo a Matera (come la proposta del Centro per le Arti Urbane dell’articolo) o a migliorare qualcosa che non c’è. Una risposta che sicuramente sarebbe quella giusta da dare a chi è immobile in questo momento, magari utile anche per suggerirgli una direzione. Anche perché in un gioco in cui si è tutti immobili e ci si aspetta la mossa degli altri, c’è il rischio di restare tutti fermi, mentre il tempo continua a scorrere. E se la politica avrà sempre le responsabilità, come scriveva sempre qui Roberto qualche tempo fa, in periodo di campagne elettorali: “Chiunque sarà il futuro Sindaco della nostra città, qualsiasi sia la sua “squadra” di governo della città, non ci sarà rivoluzione, né miracolo. Il cambiamento è un processo lento e difficile, e […] dopo una vittoria alle elezioni a nessuno viene regalata una bacchetta magica e nessuno viene dotato di un mantello da supereroe.”

… e concludeva, poi, l’articolo come penso che sia giusto concludere questa lunga riflessione.
“Ci sarà bisogno di tutto il nostro impegno affinché il frutto del nostro lavoro possa maturare, sarà necessario che generazioni diverse si prendano per mano e proteggano quel frutto che è ogni giorno un po’ più bello, più buono, ma anche più fragile e, comunque, sempre indifeso. Non bastano cinque anni per cambiare la nostra città, ma è necessario che prestiamo attenzione ad ogni attimo, ad ogni istante di tempo che scorre per la nostra realtà, perché sarà anche la realtà nella quale molti di noi, e molti altri cittadini d’Europa, ce lo auspichiamo, vorranno veder crescere i propri bambini”.

Giuseppe Cicchetti

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Note:
1 Riferimento principale al rapporto European Capitals of Culture: Success Strategies and Long-Term Effects del 2013. Disponibile qui. Per approfondire, è possibile trovare un elenco di pubblicazione suggerite nella bibliografia di questo elaborato.
2 Il dossier Open Future di Matera 2019 è disponibile qui.
3 Il riferimento è alle tesi neoistituzionaliste applicate all’arretratezza del Mezzogiorno. In particolare, al lavoro di Emanuele Felice contenuto nel libro Perché il Sud è rimasto indietro (Il Mulino, 2013). “Le diverse istituzioni, inclusive sono influenzate dalla disuguaglianza interna e dalla composizione sociale: dove la disuguaglianza – nel reddito, ma anche nell’accesso alla cultura – è maggiore, prevalgono istituzioni di tipo estrattivo, ed è questo il caso del Mezzogiorno. A loro volta, istituzioni di tipo estrattivo rafforzano i meccanismi di esclusione sociale e quindi la disuguaglianza: creando così dei vincoli di path dependence (dipendenza dal sentiero) che tendono a far rimanere un territorio o uno stato bloccato in un determinato assetto, socio-economico e istituzionale” (p.219).
4 ACEMOGLU, D., ROBINSON, J., 2012. Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty. London: Profile Books.

Foto da Instagram: un ringraziamento a @scom97 e @materameteo.
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Un anno fa… “Matera. Cultura e partecipazione: una proposta a bruciapelo”

di Franco Palazzi – 9.7.2013

Nel tentativo di stimolare ulteriormente il dibattito già in corso sulla promozione della cultura a Matera – in vista della candidatura a Capitale Europea e non solo – in questo articolo provo a sviluppare un approccio dinamico al concetto in questione, accostando “cultura” e “partecipazione”. Propongo quindi un possibile modo per favorire contemporaneamente, nella città dei Sassi, il soddisfacimento dei bisogni culturali e di quelli di carattere più concreto della cittadinanza, utilizzando la cassetta degli attrezzi della democrazia partecipativa; in particolare, considero l’eventualità di adottare il bilancio partecipato, un processo che coinvolge in modo determinante i cittadini nell’ allocazione di parte delle finanze pubbliche locali.

In una bella lettera di qualche giorno fa al direttore di SassiLive.it, l’amico Giuseppe Cicchetti tracciava un quadro preoccupato delle abitudini culturali dei lucani, rilevando che tendenzialmente molti di loro non leggono, non si informano, non frequentano cinema e musei, sperimentano sulla propria pelle l’anacronismo di un sistema in cui l’offerta culturale non è economicamente trainante e l’istruzione pubblica naviga ormai nelle secche della rassegnazione a livelli calanti di risultati e servizi. Un lettore, forse pessimista ma sicuramente attento, gli obiettava, citando Maslow, che prima di potersi dedicare al soddisfacimento di bisogni immateriali – come possono essere, appunto, la lettura o in generale la partecipazione a mostre, proiezioni ed eventi di natura simile – bisogna aver messo a tacere quelli di carattere più concreto – legati ad una dignitosa sopravvivenza economica. L’idea, di per sé, non è nuova – in varie forme si trova già in Feuerbach e in tutta la letteratura socialista, della quale è di fatto uno dei postulati di fondo; allo stesso concetto ha fatto riferimento Ronald Inglehart per spiegare l’ondata di partecipazione giovanile di fine anni Sessanta, che per la prima volta aveva per oggetto principale non rivendicazioni di carattere squisitamente material-reddituale, ma “valori postmaterialisti” come l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera pubblica. Quello che mi preme è indicare, a partire da una simile constatazione, piuttosto che ulteriori motivi di sconforto, una strada – faticosa – per, come si suole dire, prendere due piccioni con una fava.  Continua a leggere

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#governiamolaINSIEME – lettera ai neo-eletti amministratori regionali

Al futuro governatore della Regione Basilicata
Ai futuri assessori e consiglieri regionali

A poche ore dall’ufficialità della vostra elezione, come studenti, ma soprattutto come cittadini lucani abbiamo deciso di scrivervi questa lettera.

Il dato dell’affluenza alle urne in Basilicata ci consegna un risultato allarmante: un cittadino lucano su due, che ne aveva diritto, non è andato a votare. Tutto ciò per diverse ragioni, alcune delle quali ci riguardano in prima persona, poiché molti di noi studenti universitari fuori sede si sono scontrati con difficoltà economiche, oltre che logistiche e non hanno partecipato all’importante momento politico-elettorale degli scorsi giorni.

Nonostante questo, pensiamo che l’amministrazione pubblica, e allo stesso tempo la politica, debbano avere un volto nuovo, capace di interfacciarsi con l’esterno promuovendo un rapporto rappresentante-rappresentato che permetta uno scambio positivo di feedback e la possibilità di intraprendere scelte consapevoli, frutto di un processo decisionale partecipato.

#governiamolaINSIEME nasce dalla nostra necessità come cittadini della Basilicata di condividere con voi, rappresentanti e amministratori, la propria idea di regione: la propria idea di presente e di futuro per una terra che ci appartiene. Continua a leggere

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Rapporto SVIMEZ. Poco spazio alle promesse elettorali

di Roberto Colucci

Siamo ormai giunti quasi al termine della prima settimana di Novembre e siamo entrati nella fase centrale della campagna elettorale. Le regionali si avvicinano e ogni giorno si susseguono dichiarazioni, conferenze e comunicati dei candidati alle cariche di governatore e consiglieri regionali. Molti i temi affrontati, tante le dichiarazioni d’intenti, infinite le promesse, più o meno (più meno che più) ragionate.
Per fare delle promesse si deve partire dall’analisi economica e sociale, e non solo squisitamente politica e scandalistica, della situazione attuale e a farlo sono stati pochissimi.
A farlo con criterio, poi, non ci ha pensato proprio nessuno, nonostante il periodo fosse favorevole. Infatti, è di pochi giorni fa la pubblicazione del rapporto SVIMEZ sull’economia del mezzogiorno. Allora un’analisi, seppur limitata date le poche competenze che sento di attribuirmi, vorrei provare a farla io.

Procederò gradualmente, seguendo lo stesso percorso degli analisti SVIMEZ.

Una delle prime notizie è questa: dal 2007 al 2012 il PIL del mezzogiorno è crollato del 10%, quasi il doppio del calo registrato al centro-nord. Continua a leggere

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COSTantemente nostra

di Anna RIta Maino

Riflettevo sulla necessità di una società democratica, equa, dunque felice ed ho trovato la premessa di ciò nel diritto. In particolare, basta analizzare attentamente la nostra Costituzione per reperire in larga misura le radici di questo processo di civiltà. Infatti, moltissimi aspetti della nostra vita sociale hanno uno spazio fra i 139 articoli e, laddove manchi, è stato disposto l’intervento autonomo del legislatore responsabile.

La ammiro perché è un’opera garantista e di tipo solidaristico, finalizzata all’inclusione sociale ed è dedicata a tutti noi cittadini, sicché nessuno si senta mai solo e disarmato.
Merita di essere letta e conosciuta perché presta interesse e attenzione ai più vasti ambiti e soggetti di cui è composta la Repubblica Italiana. Dopo 65 anni dalla sua entrata in vigore, continua ad essere lungimirante, sprona all’azione e promuove l’affermazione dell’individuo: si tratta di caratteristiche costanti nel tempo e dunque riferibili alle generazioni che furono, che sono e che saranno, perciò non invecchia mai anzi ribadisce il suo intramontabile valore.
I suoi precetti sono semplici, ma completi, generali e tuttavia concreti. Impossibile non amarla e rispettarla se la si ritiene parte di sè, quasi fosse un prezioso bene di famiglia da prendere in custodia, ereditato perché continui a vivere nel tempo attraverso il pensiero e l’azione delle nuove anime della nostra Nazione.

Per tale ragione, sono pervasa da un forte senso di riconoscenza nei confronti dei nostri padri costituenti, che hanno forgiato una tavola di valori inossidabili per bandire per sempre gli orrori del regime fascista e della seconda guerra mondiale. La nostra Costituzione è una perla rara, perché è il prodotto di un lavoro accurato ottenuto dopo mesi di dibattito costruttivo, ovvero l’espressione più lampante della voglia di vivere e di ricominciare, essendo stata scritta col sangue degli italiani morti per riscattare la libertà e la dignità di cui godiamo quotidianamente; ma, come osservava Calamandrei nel 1955 dinnanzi ad un’immensa platea di giovani, la Carta costituzionale è soltanto in parte una realtà poiché è ancora “un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”.

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A quanti la definiscono troppo partigiana e desueta sfugge l’intento con cui fu redatta e soprattuto dimenticano, o peggio ignorano, che la Costituzione fu scritta da donne e uomini dalle ideologie profondamente dissimili e tuttavia seppero giungere ad un accordo al fine di garantire un valido e saldo strumento di tutela dei diritti e delle libertà fondamentali.

Leggerla è un’emozione, comprenderla un possesso per sempre, attuarla la più nobile espressione di virtù.

Non occorre essere giuristi per apprezzarne i contenuti soprattutto per quanto riguarda i princìpi fondamentali (artt.1-12) e la prima parte sui diritti e doveri del cittadino (artt.13-54).
Rileggerla accresce lo stupore e la stima nei confronti dei suoi autori che hanno badato all’essenziale ed hanno espresso la massima fiducia nei destinatari di questo eccellente manifesto di civiltà.
È importante che questo campo aperto alla dialettica democratica sia salvaguardato nel tempo dal superficiale sentimento di chi crede che quanto acquisito come diritto sia autonomo e indipendente dal malcostume politico di cui siamo artefici, quando ci limitiamo a rimanere spettatori passivi della nostra democrazia. È davvero uno scudo protettivo colmo di valori e princìpi indispensabili come l’aria da respirare per vivere.

Descrivendo le miei impressioni a riguardo, mi sembra di delineare un’utopia ed invece la nostra Costituzione esiste davvero ed è un inno alla vita; è giovane, ma matura e se la nostra società appare distante da quanto delineato in essa non è perché sia inadatta o inefficiente, bensì perché domina l’opportunismo politico.
Mentre tutto scorre, la nostra carta dei valori resta un fiore in mezzo al deserto ed è soprattutto premura di noi giovani assicurarci che non appassisca, perché dà costantemente voce al futuro che ci appartiene.

Anna Rita Francesca Maino

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Matera. Cultura e partecipazione: una proposta a bruciapelo

di Franco Palazzi

Nel tentativo di stimolare ulteriormente il dibattito già in corso sulla promozione della cultura a Matera – in vista della candidatura a Capitale Europea e non solo – in questo articolo provo a sviluppare un approccio dinamico al concetto in questione, accostando “cultura” e “partecipazione”. Propongo quindi un possibile modo per favorire contemporaneamente, nella città dei Sassi, il soddisfacimento dei bisogni culturali e di quelli di carattere più concreto della cittadinanza, utilizzando la cassetta degli attrezzi della democrazia partecipativa; in particolare, considero l’eventualità di adottare il bilancio partecipato, un processo che coinvolge in modo determinante i cittadini nell’ allocazione di parte delle finanze pubbliche locali.

In una bella lettera di qualche giorno fa al direttore di SassiLive.it, l’amico Giuseppe Cicchetti tracciava un quadro preoccupato delle abitudini culturali dei lucani, rilevando che tendenzialmente molti di loro non leggono, non si informano, non frequentano cinema e musei, sperimentano sulla propria pelle l’anacronismo di un sistema in cui l’offerta culturale non è economicamente trainante e l’istruzione pubblica naviga ormai nelle secche della rassegnazione a livelli calanti di risultati e servizi. Un lettore, forse pessimista ma sicuramente attento, gli obiettava, citando Maslow, che prima di potersi dedicare al soddisfacimento di bisogni immateriali – come possono essere, appunto, la lettura o in generale la partecipazione a mostre, proiezioni ed eventi di natura simile – bisogna aver messo a tacere quelli di carattere più concreto – legati ad una dignitosa sopravvivenza economica. L’idea, di per sé, non è nuova – in varie forme si trova già in Feuerbach e in tutta la letteratura socialista, della quale è di fatto uno dei postulati di fondo; allo stesso concetto ha fatto riferimento Ronald Inglehart per spiegare l’ondata di partecipazione giovanile di fine anni Sessanta, che per la prima volta aveva per oggetto principale non rivendicazioni di carattere squisitamente material-reddituale, ma “valori postmaterialisti” come l’autorealizzazione nella sfera privata, l’espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa e dell’autogoverno nella sfera pubblica. Quello che mi preme è indicare, a partire da una simile constatazione, piuttosto che ulteriori motivi di sconforto, una strada – faticosa – per, come si suole dire, prendere due piccioni con una fava.  Continua a leggere