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La Basilicata e il coraggio di lasciarsi il petrolio alle spalle

Sono giorni caldi per il dibattito sul referendum del 17 Aprile, tanto che si stanno consumando discussioni e confronti a tutti i livelli. Personalmente, speravo che un referendum così depotenziato, con un solo articolo in discussione, ovvero quello riguardo le estrazioni in mare entro le 12 miglia, potesse far scaturire un dibattito politico più generale, in riferimento alla strategia energetica ed economica del Paese. Mi ero sinceramente ed inopportunamente illuso. Tuttavia, avendo dalla mia un lavoro di ricerca per la stesura di una tesi triennale riguardo l’impatto economico del petrolio in Basilicata, proverò a fornire alcuni spunti sui quali mi sarebbe piaciuto che si fosse concentrato il dibattito politico.

Cominciamo dalla descrizione del quesito referendario: il 17 Aprile voteremo ESCLUSIVAMENTE per le estrazioni entro le 12 miglia dalla costa1. In breve, decideremo se le compagnie petrolifere dovranno smantellare le piattaforme esistenti entro tali limiti alla fine della concessione o se le stesse potranno continuare ad estrarre fino ad esaurimento del giacimento: ufficialmente, quindi, una questione di durata e quantità. Delle piattaforme in questione, quelle eroganti sono oggi 48, di cui 29 escluse dal pagamento di royalties, poiché la quantità di petrolio estratto è al di sotto della soglia minima per la quale queste sono dovute. Solo in 11 delle piattaforme interessate dal referendum si estrae petrolio, mentre nelle restanti si estrae metano.

Un referendum che riguarda in qualche modo l’approvvigionamento energetico è in grado di sollevare inevitabilmente delle discussioni su visioni e strategie governative. E’ per questa ragione che il referendum ha un duplice significato: uno tecnico (ufficiale), di cui abbiamo già parlato, ed uno politico (ufficioso). Su questo secondo significato si sarebbe potuto sollevare un dibattito più sano, più vivo e, a mio modesto parere, più interessante. In effetti, l’importanza di un ragionamento serio in termini energetici è considerevole, come a più riprese ha provato a far notare, tra gli altri, Jeremy Rifkin, autorevole economista statunitense autore del libro “La terza rivoluzione industriale” (2011).

E’ da una riflessione seria sull’energia, dunque, che mi piacerebbe partire, con l’aiuto di alcuni dati e qualche grafico.

Il consumo nazionale medio, espresso in termini di petrolio, è pari a 25 barili/giorno per 1000 abitanti.

Il consumo regionale della Basilicata, se calcolato utilizzando il dato precedente, sarebbe pari a circa 5,5 milioni di barili/anno, mentre quello nazionale sarebbe di circa 550 milioni di barili/anno.

Attualmente, in Basilicata si estraggono circa 30 milioni di barili di petrolio all’anno, considerando che 1 barile pesa circa 137kg, che corrispondono a 159 litri.

Con Tempa Rossa, si potrebbero estrarre oltre 50 milioni di barili all’anno, quasi raddoppiando la produzione attuale.

Utilizzando questi dati, un rapido calcolo ci suggerisce che il petrolio attualmente estratto in Basilicata soddisfa circa il 5% del fabbisogno energetico della popolazione nazionale. Con Tempa Rossa in funzione, invece, si potrebbe soddisfare quasi il 10% del fabbisogno energetico della popolazione nazionale, anche se non possiamo dire con esattezza quanto del petrolio estratto contribuisca al soddisfacimento del fabbisogno nazionale e quanto invece venga semplicemente venduto all’estero.

Dopo questo quadro generale sull’approvvigionamento energetico tramite fonte fossile, proviamo a fare alcuni calcoli su produzione di energia e consumi in materia di fonti rinnovabili.

1 MegaWatt di eolico copre il fabbisogno di circa 300 abitazioni con 4 persone, con un costo totale di 3 milioni di euro2.

Se si volesse soddisfare il fabbisogno energetico coperto dal petrolio con l’utilizzo di fonti rinnovabili, bisognerebbe investire circa 8 miliardi di euro nella produzione di energia pulita.

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Un investimento pari a quello necessario per la messa in produzione di Tempa Rossa, se orientato verso la generazione di energia da fonti rinnovabili, potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno energetico regionale, garantendo pertanto all’1% della popolazione nazionale di utilizzare energia proveniente da impianti green.

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Un impianto microeolico (di piccole dimensioni, posizionabile su edifici) da 3 kW, che soddisfa il fabbisogno di una famiglia di 4 persone, costa circa 10.500 Euro2.

Servirebbe un investimento di 1,6 miliardi di euro in microeolico per coprire l’intero fabbisogno energetico regionale.

Un investimento di 1,6 miliardi di Euro (molto vicino a quanto Total spenderà per Tempa Rossa) in microeolico (fonte che Renzi non cita nel suo discorso in direzione PD), garantirebbe approvvigionamento energetico regionale da fonti rinnovabili.

La Basilicata ha ricevuto quasi 1 miliardo di euro di royalties, nel periodo 2007-2014.

Il punto è che la Regione Basilicata avrebbe potuto già essere una Regione ad impatto zero, se i predecessori di Marcello Pittella (che governa da “soli” due anni, ma purtroppo sta, anche lui, uniformando la politica energetica a quella di chi l’ha preceduto), ovvero Bubbico e De Filippo, insieme ai premier dell’epoca (tra cui Prodi, che sul Messaggero consiglia soltanto adesso di utilizzare le royalties per favorire la transizione alle rinnovabili) e alle compagnie petrolifere, avessero deciso di investire in maniera diversa le royalties, ovvero la quota che le compagnie petrolifere pagano alle regioni in cui estraggono quantità di petrolio al di sopra di una certa soglia, per l’approvvigionamento da fonti energetiche rinnovabili. Invece, negli anni la Regione Basilicata ha utilizzato le royalties per finanziare la spesa corrente (uscite di bilancio relative alla ordinaria amministrazione – es. università, sanità, ecc…), come testimoniava nel 2014 la Corte dei Conti.

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Parafrasando un proverbio africano, Riccardo Luna dice spesso che il momento migliore per cambiare l’Italia era qualche anno fa, ma se non lo si è fatto in passato, è evidente che il momento migliore per cambiare il nostro Paese è adesso. Lo stesso discorso vale per la Basilicata. La Regione avrebbe potuto già essere la prima in Italia ad essere environmentally friendly, come dicevamo sopra. Non lo ha fatto, ma può sicuramente ambire ad utilizzare i proventi delle royalties in maniera più intelligente, investendoli nella generazione di energia pulita. E’ una scelta ardua, perché i frutti di un investimento simile si vedono solo nel tempo di quasi tre legislature complete. Troppo per qualsiasi politico che ambisca al consenso per una riconferma o una “promozione”. Finanziare l’Università di Basilicata, coprire i disavanzi in sanità, riparare strade, viadotti e marciapiedi è sicuramente più visibile agli occhi dei cittadini elettori, ma la differenza tra politici e statisti, come disse De Gasperi, è tutta lì.

Il Premier Matteo Renzi ha puntato tutto sulla necessità di non far scappare dal nostro Paese gli investitori e questa non è certamente una colpa, né un demerito. Nella direzione del PD del 4 aprile scorso, per questo motivo, il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico ha generato un po’ di confusione, mostrando in maniera indifferente ed intrecciata slides riguardanti investimenti pubblici e privati “sbloccati” dal suo Governo. Insieme a Bagnoli, alle strade siciliane, all’aeroporto di Fiumicino, all’Expo, al tunnel del Brennero, alla Napoli – Bari, a Matera 2019, a Pompei e alla Salerno – Reggio Calabria, tanto per citarne alcune, è finito, appunto, l’investimento privato di Tempa Rossa, di cui si parla ormai dal 1989 (come diceva lo stesso Renzi). E’ sacrosanto che un governo miri a promuovere investimenti privati, perché insieme alla spesa pubblica sono ciò che rilancia l’economia di un Paese come l’Italia, come dimostrato dalla teoria economica. Oltre al fatto che il Premier parla indifferentemente di fonti rinnovabili e fossili, dimenticandosi della differenza sostanziale che esiste tra le cose in termini di costi ambientali, possiamo ritrovare un altro aspetto che Renzi sottovaluta. Tempa Rossa era un investimento strategico a cavallo degli anni ’90, quando il petrolio aveva prospettive interessanti. Attualmente, con il prezzo del barile in costante calo3, la strategicità dell’investimento viene meno, soprattutto per quanto riguarda il calcolo delle royalties destinate alla Regione Basilicata. Lo dimostra il grafico seguente:

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Elaborazione su dati: U.S. Energy Information Administration, UNMIG MISE (1 e 2)

Infatti, quando il prezzo del petrolio è basso, le compagnie petrolifere tendono ad estrarne meno, per far sì che l’offerta diminuisca e che il prezzo torni a salire3. Pertanto, se le compagnie estraggono meno ed il prezzo del petrolio è basso, è inevitabile che l’ammontare di denaro destinato alla Regione diminuisca, essendo entrambe le variabili che la determinano in riduzione. Il grafico riporta i dati del periodo 2007-2013, con una previsione del 2016. Il prezzo del petrolio potrebbe essere quest’anno pari ad un terzo di quello degli anni 2011, 2012, 2013. Anche i barili estratti dovrebbero essere meno, determinando una forte riduzione delle royalties. Il Presidente, Marcello Pittella, in una intervista di qualche giorno fa, dichiarava che la Regione Basilicata riceverà quest’anno (riferendosi, forse, alla produzione petrolifera del 2015) 60 milioni di euro, dimenticandosi di precisare che in soli 2 anni e mezzo, la quantità di royalties versate alla Regione si è fortemente ridotta, passando dai 158,6 milioni di euro versati nel 2013 ai 60 milioni delle sue previsioni attuali, rischiando di arrivare a circa 45 milioni nel 2016.

Il punto centrale è che il prezzo del petrolio NON risente di Tempa Rossa, né delle estrazioni in mare. Il prezzo del petrolio è determinato nel mercato globale principalmente dalle operazioni dell’OPEC, il cartello di Paesi produttori di petrolio che controlla circa il 78% delle riserve mondiali. Pertanto, in Basilicata, così come in Italia, ci misuriamo con una discriminante economica  (il prezzo del petrolio, oltre che un’altra discriminante, ovvero il tasso di cambio euro/dollaro) stabilita da altri, non avendo perciò la possibilità di indirizzare e sfruttare pienamente la redditività dell’investimento, ma sopportando comunque il carico dei costi ambientali e sanitari correlati alle estrazioni petrolifere.

La transizione nazionale alle fonti rinnovabili sarà sicuramente un percorso arduo e tortuoso, che costerà all’incirca 150 miliardi di Euro (più o meno le cifre riportante come totale delle attività nel bilancio annuale di Eni, che nel 2014 ha riportato un utile netto di quasi 1,5 miliardi), ma bisogna avere oggi la consapevolezza che l’Italia può e deve fare molto di più e meglio, anche in ottica delle strategie di Europa 2020.

Inoltre, un impegno netto per questa transizione crea posti di lavoro, cosa di cui non si può essere troppo convinti se si guarda ai dati macroeconomici relativi alla Regione Basilicata. “Il petrolio ha portato sviluppo in Basilicata”, si sente dire spesso nei talk show, o si legge sui quotidiani nazionali. Ma è davvero così? Qualche mese fa, in questo articolo pubblicato qui su Profumo di Svolta, Giuseppe Cicchetti riprendeva i dati dell’ultimo Rapporto Svimez (2015) che riguardano la Basilicata. Siamo una regione in cui un lucano su 3 (31,2%) è a rischio povertà, e questo dato è in linea con quello dell’intero Mezzogiorno (32,8%). Una regione dove le esportazioni sono in aumento nel complesso, ma la produzione di autoveicoli (settore strettamente legato all’economia del petrolio) rappresenta da sola il 68% di queste.

L’andamento della disoccupazione al livello regionale, in costante aumento dal periodo della crisi economica, è in linea con il dato dell’intero Mezzogiorno (seppur lievemente migliore) e molto accentuato rispetto al Centro-Nord e quindi alla media nazionale (come ci ricorda ogni anno la Svimez). A quanto pare, non sembra esserci una connessione diretta tra le estrazioni petrolifere e la riduzione del tasso di disoccupazione regionale.

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Fonte: dati Unioncamere

Anche lo stock delle imprese attive nella nostra regione riporta un trend negativo.

Grafico Infrastrutture Finale

Per quanto riguarda la dotazione di infrastrutture della Basilicata, non sembrano esserci segnali di un impatto positivo, ancor di più se consideriamo nel conto quelle dedicate unicamente alle estrazioni di idrocarburi che non rappresentano un valore positivo per la maggior parte della comunità. Il grafico, infatti, riporta addirittura un dato inferiore alla media nazionale ed alla media del Mezzogiorno.

Inoltre, è importante considerare quanto riportato nel modello SAM dell’Università di Firenze, che descrive un impatto piuttosto deludente delle royalties sull’occupazione lucana: infatti, risultano impiegati grazie alle royalties circa 5.300 persone (per progetti di breve periodo), pari a meno del 3% sul totale regionale. Così conclude lo studio dell’Università toscana: “Pur trattandosi di valori rilevanti in senso assoluto, soprattutto in tempi di crisi economica, si tratta tuttavia di risultati deludenti e sicuramente inferiori alle potenzialità, anche considerando che si tratta solo di effetti di breve periodo. Tenendo conto che lo sviluppo dell’economia lucana nel periodo considerato non ha presentato tassi di crescita significativamente migliori rispetto a quelli del resto dell’economia nazionale, si può ragionevolmente ipotizzare che l’utilizzazione delle royalty sia servita solo a limitare i potenziali effetti negativi del rallentamento che l’economia italiana ha mostrato nell’ultimo decennio.”, invitando poi a ripensare l’utilizzo delle royalties in un’ottica più produttiva.

Addirittura, nel già citato vademecum realizzato da Filippo Venturi, è riportato che il numero di occupati nelle piattaforme interessate dal referendum sia pari a 410 lavoratori.

Lascio a voi la decisione sul voto del 17 Aprile. Io, però, ho sempre pensato al voto come un diritto imprescindibile, e per questo andrò a votare e voterò SI, perché credo al significato ufficiale del referendum, ma credo ancora di più al significato ufficioso, politico, della consultazione. Credo sia opportuno indirizzare il Governo verso un’idea diversa di politica energetica e credo che i cittadini lucani debbano imparare a sentirsi protagonisti degli eventi politici che riguardano la comunità, anche per confermare che dimostrazioni pubbliche come la marcia dei 100.000 di Scanzano Jonico contro le scorie nucleari sono veri segni di consapevolezza politica e sensibilità critica nei confronti dei ambientali.

Ritengo necessario, però, che si alzi anche il livello del dibattito politico nazionale relativo all’energia e all’ambiente, poiché è su di esso che le future generazioni, di cui ho la fortuna di fare parte, giocheranno partite economiche e sociali fondamentali. Ho volutamente tralasciato le questioni che stanno infiammando il dibattito degli ultimi giorni sul referendum, ritenendo che bisogna sempre impegnarsi per andare oltre l’indignazione di fronte a certe situazioni, che si tratti del malcostume della corruzione spicciola, dei figli dei politici invitati a colloqui di lavoro, dei compagni dei Ministri sin troppo attivi dal punto di vista imprenditoriale, dei rifiuti tossici “trasformati” in rifiuti semplici nelle carte, delle compagnie petrolifere lasciate agire in autocontrollo, degli incidenti tenuti segreti, dei monitoraggi inesistenti.

Sono tutti eventi di cui dobbiamo avere il coraggio di prenderci la nostra giusta parte di responsabilità, come ci insegna anche questa frase di Albert Einstein che ho piacevolmente ritrovato nello studio dell’Ingegner Gianluca Rospi (al quale ci tengo a rivolgere un ringraziamento per il supporto nel reperire i dati relativi alle fonti rinnovabili necessari per scrivere questa riflessione).

“Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare” A. Einstein

Si tratta di vicende di cronaca ordinaria, come testimonia una certezza: i volti di chi, certe cose, le dice da anni, dovendo sopportare anche le offese e le minacce da parte di molti. Di certe questioni spero che ne discuta la magistratura, più che politici ed cittadini i quali hanno bisogno di un dialogo scientifico per maturare un parere obiettivo su ogni tipo di situazione.

Roberto Colucci

 

 

 

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1 ovvero per l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (come sostituito dal comma 239 dell’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 2082), come viene ben spiegato nel Vademecum scaricabile da qui.
2 dati forniti dall’Ing. Gianluca Rospi il cui CV è scaricabile da qui.
si consiglia il focus relativo al calo del prezzo del petrolio su Internazionale (n.1137, 22/28 gennaio 2016, p. 40-47).